1/8/2010
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Vibo Valentia
Vibo Valentia Castello Normanno-Svevo
  Attrezzature culturali

 

Capoluogo della provincia omonima istituita nel 1992, sorge alle falde nordorientali del Monte Poro. Il territorio confina con i comuni di Briatico, Cessaniti, Filandari, Francica, Jonadi, Pizzo, San Gregorio d'Ippona, Sant'Onofrio, Stefanaconi.

Erede dell'antica Hipponion, autorevole colobnia della Magna Grecia, nel 192 divenne Municipio Romano con il nome di Valentia. Già fiorente negli ultimi tempi della Repubblica, conservò la sua importanza anche in epoca Imperiale e con i Bizantini divenne luogo di importanza strategica per il controllo di tutta la Calabria. Assalita dai Saraceni, fu interamente ricostruita dai Normanni e il nome Monteleone fu dato da Matteo Marco Fava nel 1240. Fu feudo dei Caracciolo, poi dei Brancaccio e nel XVI secolo passò ai Pignatelli.

Nel 1501 Federico II la vendette per 15.200 ducati a Ettore Pignatelli, la città avutane notizia, organizzò la resistenza. Legato a questa vicenda è l'episodio dei sette martiri: il luogotenente del Pignatelli, Giacomo Lo Tufo, riuscì con l'inganno ad attrarre i capi della rivolta e, fattili uccidere, ne espose le teste dai merli dei castello, macabro monito contro eventuali altri tentativi di ribellione. Alla storia si intreccia la leggenda: sì narra, infatti, che da quella notte un cavallo percorresse le vie principali della città, chiedendo vendetta e che dieci anni dopo il tragico episodio Diana Recco, moglie e figlia di due dei sette martiri, ne vendicò la morte pugnalando il Lo Tufo.

I Pignatelli favorirono il sorgere di Accademie, di una stamperia di libri, di una fonderia di campane, di filande di seta che producevano coperte e drappi ricercatissimi; ancora oggi esistono strade intitolate ai vecchi mestieri (Via dei Chitarrari, Via Forgiari).

Monteleone partecipò al tentativo della Repubblica Partenopea del 1799, divenne sotto Murat, capoluogo della Calabria Ulteriore e quartiere generale delle truppe operanti nella regione. Dal 1928 ha riassunto il nome attuale. Ha dato i natali al patriota Michele Morelli, all'uomo politico Luigi Razza e al poeta dialettale Vincenzo Ammirà.

I resti più antichi testimoniano della città greca e di quella romana. In località Trappeto Vecchio rimangono resti della cinta muraria, poderosa cortina lapidea isotoma inframmezzata da Torri di difesa semicircolari del V - IV sec. a.C., la più grandiosa opera militare della Magna Grecia, autentico capolavoro di tecnica muraria. In località Telegrafo Vecchio o Belvedere Grande sono vestigia di Tempio Dorico del VI sec. a.C., resti delle fondamenta di un Tempio Jonico, di età classica (V sec. a.C.) sull'altura Cofino forse distrutto dai Romani nel 192 a.C. e di un altro Tempio Greco presso la cava Cordopatri. In pieno abitato è stata scoperta una Necropoli Greca (sec. VII - IV a.C.) con tombe a fossa in piena terra e recuperati vari corredi sepolcrali.

Dell'epoca Romana sono le Terme e il Teatro: le prime sorgevano in contrada Cusello, il secondo nell'orto dietro la Chiesa del Rosario. Di particolare interesse il recupero di una laminetta aurea con iscrizione orfica, di un anello aureo e di un tesoro con 868 monete Brezie. Dalla zona archeologica provengono una statua di Artemide e la parte superiore di una statua marmorea di divinìtà barbata.

Il Castello Normanno-Svevo, posto sulla sommità del colle (probabilmente nel sito dell'Acropolis di Hipponion) in posizione dominante la valle del Mesima, fu eretto fra il 1055 e il 1057 da Ruggero il Normanno utilizzando, in parte, materiali templari antichi; rifatto in periodo Svevo (sec. XIII) da Matteo Marcofaba, ampliato da Carlo d'Angiò nel 1289, rafforzato dagli Aragonesi nel sec. XV, fu, infine, rimaneggiato dai Pignatelli nei secc. XVI - XVII. Presenta Torri angolari cilindriche, una Torre speronata e porta con arcata di epoca angioina, sul Portale occidentale è lo stemma marmoreo dei Palazzo Ducale dei Pignatelli. Restaurato recentemente, è sede del Museo Archeologico Statale che conserva reperti di varia età (dal periodo Neolitico all'età
Romana), nonché materiale antiquariale proveniente dalle ricche Collezioni: Capialbi, Albanese e De Riso Gagliardi.

La Chiesa Collegiata di San LeolucaChiesa di San Leoluca fu eretta sui resti di una Basilica Bizantina del IX sec., restaurata, a seguito dei terremoto dei 1659, fra il 1680 e il 1723, su progetto dell'architetto locale Curatoli.
La facciata, rimaneggiata nel XIX sec., è serrata tra due campanili a pianta quadrata l'interno, ad unica navata ha pianta a croce latina, ornata a stucco, e decorata da affreschi neoclassici ottocenteschi. L'Altare Maggiore, in marmo policromo settecentesco ha una Madonna della Neve, statua marmorea cinquecentesca scolpita a tutto tondo e a figura intera, opera di plastico vigore michelangiolesco attribuita alla scuola napoletana di Santacroce, entro tre nicchie del bel l'Altare marmoreo delle Anime Purganti è un prezioso Trittico di statue marmoree modellate a tutto tondo e a figure complete (Madonna delle Grazie, San Giovanni Evangelista e Santa Maria Maddalena) opera rinascimentale del Gagini. La Maddalena è un autentico prodigio di statica, trattandosi di un unico gruppo di cinque componenti che non poggiano nella nicchia. Nella navata centrale è la secentesca campana precipitata dal campanile del Duomo a causa del terremoto del 1783. Imponenti le due "Porte del Tempo" in bronzo, dello scultore Niglia, che raccontano di questa città, in un intreccio di mito e di storia. Annesso alla Chiesa è il "Valentianum", ex Convento dei Domenicani (1455) la costruzione fu rifatta per volontà di Ettore Pignatelli nel XVI sec. e completamente restaurata nel 1982, attualmente sede del Liceo Linguistico Centro Congressi e sede del Museo dell'Arte Sacra. Il Museo custodisce sculture provenienti dal Ciborio della Certosa di Serra San Bruno, opera del Fanzago (Putti Alati, Angeli, i santi Sant'Agostino, San Bruno, Santo Stefano e Santo Vescovo); Santa Caterina da Siena, dipinto rinascimentale ad olio su tavola attribuito al senese Marco De Pino, ma di probabile scuola napoletana, Sarcofago del Patrizio Decio de Suriano, del 1488, splendido esempio di arte rinascimentale tombale; tronco di Colonna Magnogreca, con capitello greco-bizantino-argenterie sacre dell'800; Mitria di San Leoluca in argento e pietre preziose, dono della cittadinanza per essere stata liberata dal colera del 1854, Piviali sei-settecenteschi di pregevole manifattura meridionale.

La Chiesa del RosarioChiesa del Rosario, fra tutte le chiese vibonesi, è quella che conserva elementi più antichi. Eretta nel 1280, fu rifatta nel '700 l'interno, barocco, ha pavimentazione a piastrelle maiolicate, dell'originario edificio è la trecentesca angioina Cappella De Sirica, contiene il Sarcofago di Domenico De Sirica e altri resti sepolcrali del due-trecento.

Convento e Chiesa dei Cappuccini (1642): pregevole è l'Altare Maggiore in legno (1659) su cui troneggia la Pala del XVIII sec. di Pacecco Di Rosa, raffigurante la Madonna Immacolata con San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio, si ammirano anche il quadro di Sant'Anna, la Vergine Maria col Bambino e San Felice, abbozzo di Luca Giordano. Il Convento ospitò l'ospedale civile fu quartiere militare e carcere militare.

Attorno alla Chiesa del Carmine sono i resti dei Convento Carmelitano costruito nel 1604 e distrutto dal terremoto del 1783.

Chiesa del Carmine

La Chiesa di Santa Maria degli Angeli Chiesa di Santa Maria degli Angelicostruita nel 1666, con annesso Convento dei Francescani Riformati (ora Convitto Nazionale Filangieri) custodisce un Cristo molto venerato, meta di intensi pellegrinaggi ogni venerdì di Quaresima; bellissimo l'armadio ligneo dei 1663 della Sacrestia, riccamente intagliato da Fra' Diego da Monteleone.

Nel '600 sorsero due Conventi di Clarisse: uno, Convento di Santa Chiara fondato alla fine del '500, accoglieva fanciulle provenienti da nobili famiglie e oggi sede di Associazioni e di emittente televisiva privata; l'altro di Santa Croce, costruito nel primo decennio dei XVII sec.

Nel 1612 i Gesuiti fondaronoChiesa di San Giuseppe il loro Collegio grazie ai fondi di Vespasiano Jazzolino, importante centro di cultura e, nel 1701, la Chiesa di Sant'Ignazio (oggi San Giuseppe) trasformata nel decennio francese in edificio teatrale.

La Chiesa di San Michele di origini quattrocentesche e ricostruita intorno al 1519 su probabile disegno del Peruzzi, è un gioiello d'arte rinascimentale, l'opera di maggior rilievo del Rinascimento in Calabria. Bello il Campanile a torre quadrata con elevazione a tre ordini sovrapposti.

Chiesa di San Michele

La Chiesa dello Spirito Santo, edificata nel 1579, oggi sconsacrata, ha portale lapideo proveniente dalla distrutta Chiesa del Convento di San Domenico.

Chiesa dello Spirito Santo

La Chiesa di Santa Maria la Nova, con l'attiguo convento dei Minori Osservanti (oggi sede scolastica), fu edificata nel 1521 per volontà di Ettore Pignatelli, il Portale rinascimentale è di scuola gaginesca. Adibita nel 1808 dai Francesi a stalla, fu riaperta al culto nel 1836.

Santa Maria la Nova

La Chiesa di Santa Maria del Soccorso sorge nella stessa Piazza in cui era la cinquecentesca Chiesa di Santa Maria la Vecchia che, rispetto all'attuale, aveva l'abside rivolta a nord, all'interno è un moderno mosaico della Madonna Ausiliatrice. Ai piedi del Castello è l'ex Convento di Sant'Agostino, oggi carcere giudiziario. Santa Maria del Soccorso

Lungo la SS. 18 Vibo - Vibo Marina è la Madonnella, antica sede dei Cappuccini; annualmente vi si celebra il culto della Madonna del Buon Consiglio e di Sant'Anna.

La Madonnella

A pochi chilometri dall'abitato è la Chiesetta di Santa Ruba di origini Basiliane (secc. XI - Xll).

Chiesetta di Santa Ruba

Ermingano di Sabrano, Conte d'Apice, esperto in arte militare, cinse la città di mura e porte: suggestiva quella a lui intitolata con l'adiacente Chiesetta della Madonna dei Poveri; la Lamia Marzano, detta la "Porta Bella".

Il centro storico sorge abbarbicato ai piedi dei Castello, in un susseguirsi di nobili Palazzi: Palazzo Cordopatri, fra i primi eretti dopo il terremoto del 1783 dalla facciata arricchita da un imponente Portale litico e da ringhiere in ferro battuto, il secentesco Palazzo Romei dai balconi con ringhiere in ferro a pancia; notevole è il cortile interno con pozzo centrale attribuito ad un disegno di Giovan Battista Alberti; Palazzo Capialbi, ai piedi del Castello sembra inglobi strutture più antiche appartenenti al Palazzo Ducale dei Pignatelli, Palazzo Marzano, costruito fra il XVII e il XVIII sec., con l'imponente Portale in pietra che ne costituisce l'elemento caratterizzante.

Imponenti gradinate sfociano nel cuore del centro storico: dei Cappuccini, che costeggia Villa Gagliardi, splendido esempio di giardino all'italiana; della "Cerasarella", da cui si dipartono vie e viuzze.

Ed ecco Corso Umberto I, un tempo fulcro della città, su cui si affacciano Palazzo Gagliardi, costruito nel XVIII - XIX sec. ad opera di Giovan Battisti Vinci e, di fronte ad esso, il palazzetto residenziale della famiglia Gagliardi; Palazzo Murmura e Palazzo D'Alcontres che presenta un'interessante loggia a tre arcate, costruito nel XVIII sec. probabilmente da Giovan Battista Vinci. All'inizio del viale alberato Regina Margherita, che costeggia la sottostante Villa Comunale, si trova il Monumento ai Caduti della prima guerra mondiale, il Viale termina in Piazza San Leoluca, dove è il Monumento eretto in memoria di Luigi Razza. Sulla sommità di detta piazza è il Palazzo Di Francia, di importanza storica avendo ospitato Gioacchino Murat e il suo Stato Maggiore; edificio di nobile architettura vanvitelliana, opera settecentesca di Giovan Battisti Vinci.

Risale all'epoca Normanna il Rione Terravecchia, sorto a seguito del trasferimento di alcuni abitanti delle Marinate, si ingrandì successivamente con lo stabilirsi dei contadini che lavoravano le terre dei Nobili: le sue case a pianterreno fatte di mattoni di paglia e fango seccati al sole, la cosiddetta "bresta", testimoniano le umili origini di questo Rione.

Oggi il centro della città è Piazza Martiri d'Ungheria, dove è ubicata la sede del Municipio, Palazzo Luigi Razza, e numerosi edifici scolastici. La Piazza costituisce, quindi, il punto di incontro dei giovani vibonesi.

Vibo per la sua ottima posizione offre in diversi luoghi affascinanti affacci panoramici: percorrendo Via Accademie Vibonesi si domina tutta la Valle del Mesima e alla vista si aprono i comuni di Sant'Onofrio, Stefanaconi, Soriano Calabro, Sorianello, Monterosso, Capìstrano, San Nicola da Crissa; in località Gallizzi il tratto di costa da Porto Salvo al Golfo di Sant'Eufernia; dal Parco delle Rimembranze o Belvedere la bellissima Costa compresa fra Punta di Safò e Capo Palinuro e nelle giornate particolarmente limpide le Isole Eolie. Alle bellezze della natura si unisce il fascino della storia: qui, infatti, sono i resti dei Tempio Dorico che probabilmente, fu eretto quale punto di orientamento per i naviganti, il monumento a Giuseppe Garibaldi che giunse a Vibo Valentia il 27 agosto 1860.

Nelle campagne della Frazione Vena Superiore sono i ruderi del Monastero in cui San Leoluca, Patrono di Vibo Valentia, visse per sei anni e in cui, secondo la tradizione, mori (1 marzo 995).

Sempre a Vena Superiore è una grotta di vaste dimensioni, forse Chiesa-Grotta Basiliana, dove il Santo si raccoglieva in preghiera.

Il primo nucleo di abitanti di Vibo Marina, l'antica Vibona, si costituì in epoca romana, quando discendenti degli antichi Greci si trasferirono sul mare e diedero impulso al porto che Agatocle, tiranno di Siracusa, aveva fondato nella rada di Portosalvo. Il porto divenne punto strategico per i movimenti della flotta di Cesare tra l'Italia meridionale e la Sicilia. Vibona, con il suo Porto e i suoi intensi traffici, prosperò a lungo finché non sopraggiunsero le scorrerie Saracene dei secc. XXI; nel 983 fu completamente rasa al suolo dagli Arabi. Nel 1442 il governatore Mariano d'Alagni fondò il Castello, grosso complesso a difesa del vicinissimo Porto e con il quale comunicava attraverso un canale. Della costruzione, che aveva una cinta muraria esterna munita di Torri cilindriche, oggi rimangono pochi ruderi.

Oggi il porto di Vibo Marina è il secondo in ordine di importanza della Calabria, dopo quello di Reggio. Oltre ad essere porto turistico (da qui parte, infatti, ogni giorno per tutto il periodo estivo il traghetto "Neocastrum" della ditta Foderaro per le Isole Eolie, inoltre vi approdano numerosi natanti da diporto) è porto commerciale ed industriale, e base di pescherecci. Ogni pomeriggio al rientro dei pescherecci, che riforniscono numerosi punti di vendita, si svolge la caratteristica vendita all'incanto dei pesce.

Nei pressi di Bivona è una vecchia Tonnara da tempo in disuso, attualmente vi è un progetto per il recupero di questa interessante testimonianza di un'attività ormai scomparsa. Esistono in zona delle fabbriche per la lavorazione e la conservazione di prodotti ittici. A Vibo Marina ha sede la Cemensud, uno dei primi stabilimenti industriali impiantati in Calabria ed uno dei più importanti nel settore; vi è il Nuovo Pignone e depositi di carburante.
Nonostante sia un importante centro industriale, la sua vocazione rimane sempre legata al turismo: le sue spiagge sabbiose, i suoi lidi ben attrezzati, i ristoranti dove gustare le specialità marinare sono un'attrattiva per turisti locali e forestieri.

Particolarmente suggestiva è la festa che si svolge a Vibo Marina, nei giorni di venerdì, sabato e domenica successivi ferragosto, in onore della Madonna di Pompei: nei primi due giorni ha luogo una fiera mercato di prodotti artigianali, spettacoli folkloristici e musicali, la domenica si svolge, nelle acque del Porto, la Processione luminaria di barche e a conclusione si assiste ad uno stupendo spettacolo di fuochi pirotecnici a mare.

Nonostante molto sia sparito, alcune tradizioni resistono tenacemente, tramandate di generazione in generazione. I momenti più solenni sono quelli legati ai riti pasquali.

Le Chiese allestiscono i Sepolcri che, la sera del Giovedì Santo, ricevono il pellegrinaggio di migliaia di Vibonesi. La tradizione vuole che se ne visitino in numero dispari. Il giorno del Venerdì Santo, dalla Chiesa dei Rosario, escono i "Vari" che raccontano della Passione o Morte di Cristo, Venerdì notte la Processione dell'Addolorata, fra le più suggestive: la statua della Desolata esce dalla Chiesa di San Giuseppe e percorre le strade della città seguita da un'enorme massa di fedeli. Ancora è l'uso di esporre sui davanzali delle finestre lumi o ceri ad illuminare il passaggio della Madonna. Domenica è il giorno dell'"Affruntata": tra due ali stipatissime di folla la Madonna e San Giovanni vanno alla ricerca del Cristo Risorto, il momento di maggiore tensione è dato dall'incontro tra la Madonna e il Cristo, quindi le tre Statue vengono portate in processione per le vie del paese.'

Al sacro si accompagna il profano: dall'andamento dell'"Affruntata" si traggono auspici per l'anno in corso, se la statua della Madonna durante la sua corsa avesse qualche inclinazione sarebbe cattivo presagio. Nella notte di Pasqua, in Piazza San Leoluca si svolge il rito della "Cappuccina", che consiste nella "Svelata" della campana del Duomo precipitata a seguito del terremoto del 1783.

Dolci caratteristici di questa festività sono le "Pittapie" (biscotti farciti con un impasto preparato con uva passa, pinoli, noci, cioccolato, cacao, vino cotto) e i "curuj cu l'ova", caratteristici taralli su cui si pone uno o più uova sode.

Nel periodo Natalizio nella Chiesa del Rosario si svolge la "Novena di Natale", con la Messa "da celebrare due ore prima dell'aurora" e, un tempo, per tutta la durata della Novena le strade di Vibo risuonavano della musica delle zampogne, con gli zampognari indossanti il caratteristico giubbino di pelle di pecora e con i caratteristici calzari, anch'essi ricavati dalla pelle di pecora. In ogni casa si prepara il Presepe (oggi questa tradizione sta cedendo il posto all'AIbero di Natale) e, notte di Natale, il "Cenone": tredici portate e assolutamente vietata è la carne; tra i piatti caratteristici il baccalà preparato in diversi modi, le zeppole (sia con le acciughe, sia con l'uva passa), e i "ciciarati", biscotti farciti con una crema a base di ceci, caffè, noci, cacao.

La tradizione vuole che la tavola venga lasciata imbandita affinché le anime dei morti possano partecipare al cenone.

Nella notte tra l'1 e il 2 novembre, i defunti vanno a visitare i bambini lasciando loro pacchi dono (caldarroste, "ossi di morto" frutta martorana (a base di pasta di mandorle)

A Carnevale si svolge la sfilata dei carri allegorici e la premiazione dei carro giudicato più spiritoso. Dolci carnevaleschi sono la pignolata e le chiacchiere, i "nacatuli" e il sanguinaccio, crema dolce preparata con sangue di maiale noci, caffè, cacao, pinoli.

Il Patrono, San Leoluca, viene festeggiato il 1° marzo: in tale data si svolge "Il premio della Testimonianza" che viene assegnato a un personaggio particolarmente distintosi nel settore prescelto che varia di anno in anno.

Un Santo molto venerato è Sant'Antonio, in onore del quale, in passato, veniva preparata una grande festa. Oggi rimane la devozione della "tredicina": dal 31 maggio fino al 12 giugno è un continuo pellegrinaggio di fedeli presso la Chiesa di Sant'Antonio. Il 13 giugno, durante la prima Messa ha luogo la benedizione e la distribuzione del pane e la benedizione dei fanciulli.

Dal 24 al 26 luglio si effettuano ì festeggiamenti in onore di Santa Anna presso la Chiesa della Madonnella, l'ultimo giorno vi si svolge la sagra dei "fileja". In ottobre è la festa della Madonna dei Rosario.

Un tempo in concomitanza delle varie feste si svolgevano fiere molto rinomate per la ricchezza delle merci (fiera dei bestiame dei prodotti artigianali, quali terrecotte, filati), oggi scomparse insieme agli antichi mestieri. Ogni Venerdì di marzo grande pellegrinaggio per devozione al Crocefisso custodito presso la Chiesa degli Angeli.

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