9/9/2010
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La realizzazione delle vetrate in epoca medievale

La realizzazione delle vetrate in epoca medievale

 Vetro: Miscuglio di Silicati di metalli alcalini (sodio e potassio ) con silicati di calcio e piombo, ottenuto artificialmente facendo fondere a temperature alte (100-1200° C ) la silice, i carbonati e gli ossidi di metallo. Per ottenere vetro comune si mescolava sabbia silicea, carbonato sodico e carbonato di calcio. Durante la fusione l'anidride carbonica si liberava e gli ossidi metallici si univano alla silice, vetrificando.

 Il vetro  è un tipo di materiale  la cui esistenza è attestata fin dall'epoca degli antichi egizi. Infatti dall'area egiziana e mediorientale provengono i più  antichi esempi  di fusione della silice, materia prima fondamentale per la produzione del vetro.

Anche i Fenici,   indicati  dagli studiosi come gli scopritori dell'importante materia,  lo conoscevano bene e lo utilizzavano così come i greci ed romani che ci hanno lasciato splendidi esempi di questa particolare produzione.

Grazie alla sua duttilità, a partire dall'epoca romana il vetro è stato impiegato   anche nell'edilizia.  Qualche secolo prima, in epoca ellenistica, la grande diffusione dei piccoli contenitori di vetro aveva   agevolato il  moltiplicarsi dei centri di produzione. Molto rinomati quelli dell'area Siro-Palestinese come Sidone ricordata successivamente da Plinio come "artifex vitri".

Dopo la conquista romana dei regni ellenistici avvenne una sorta di rivoluzione, in quanto si determinò un notevole afflusso di ricchezze e, di conseguenza, beni e maestranze artigianali, tra cui anche maestri vetrai. Nell'ambito di questi movimenti   si verificò la scoperta di una grande innovazione tecnologica: la  soffiatura. 

Con questa  tecnica   venivano realizzate le lastre di vetro per le finestre mentre con la pasta di vetro le tessere musive per i rivestimenti parietali e pavimentali degli edifici. Inizialmente i vetri per le finestre   si usavano in edifici pubblici di una certa importanza, successivamente, in epoca neroniana, anche nell'edilizia privata.  L'introduzione della   nuova tecnica di lavorazione del vetro ha  condizionato, soprattutto nelle regioni a clima rigido, l'evoluzione tipologica delle finestre. Inizialmente i vetri per infissi erano prodotti col metodo della colatura   in uno stampo dalla superficie  liscia, ma il prodotto finito era un oggetto di dimensioni limitate, dallo spessore notevole e pertanto difficili da gestire.

Con l'introduzione della nuova tecnica le cose cambiarono in quanto a livello qualitativo si otteneva un manufatto dalle caratteristiche sicuramente migliori e con  diverse possibilità di essere messo in opera.

In particolare, per quanto concerne la realizzazione delle vetrate di una chiesa, la  tecnica seguita dagli artigiani per l'esecuzione di  quella che alla fine risultava essere  tra le  parti  più importanti della chiesa risultava piuttosto  laboriosa.  Ma, soprattutto per quanto riguarda i primi esempi di vetrate relative ad edifici sacri,   le nostre conoscenze sono piuttosto limitate.

L'incremento di  scavi in contesti di epoca medievale associato ad un rinnovato interesse nei confronti della problematica ha consentito,  negli ultimi anni, l'acquisizione di molti dati  connessi alla conoscenza della particolare procedura per la loro realizzazione. Per la conoscenza delle lastre nel periodo altomedievale in Italia  molto interessante si è rivelato  lo scavo del monastero di S.Vincenzo al Volturno in provincia di Isernia che, anteriormente all'anno mille, era  così esteso da essere considerato uno dei più grandi cenobi d'Europa. Intorno all'881  il monastero venne distrutto dagli Arabi ed i resti sigillati nel sottosuolo. Gli scavi hanno quindi  riportato alla luce molti materiali connessi con la realizzazione delle vetrate, che   hanno  consentito di conoscere la dinamica e le fasi  seguite  dalle maestranze per la realizzazione dei manufatti. A partire dal III secolo un sistema molto diffuso  per la realizzazione  delle lastre era quello del  "cilindro". .

Esso consisteva nella produzione iniziale di una bolla che successivamente, ingrandita, veniva fatta rotolare su una base di marmo  e plasmata a forma di cilindro. Nella fase seguente, quando il cilindro aveva raggiunto la dimensione desiderata, veniva tagliata da una sorta di cesoia detta grossarium,  che produceva   un profilo affilato   che  però tendeva ad arrotondarsi a causa del calore.

Il grisatoio  era invece uno strumento metallico con le estremità ricurve che veniva usato per rifilare i bordi delle lastre quando queste superavano le dimensioni della cornice. Oltre al metodo della bolla è documentato anche quello della "corona".

Questa tecnica prevedeva la messa a punto di una bolla larga e piatta alternando riscaldamento al modellamento su base in pietra; raggiunte le dimensioni volute, veniva collegata alla base con un'asticella di ferro detta pontello e staccata dalla canna da soffio.  L'apertura veniva quindi dilatata con apposite spatole in modo da renderla troncoconica. Soffiatori  di vetro

La rotazione veloce, tramite il pontello, consentiva di ottenere un disco,  lo stacco dal pontello lasciava al centro della lastra un addensamento chiamato "occhio di bue" mentre il bordo assumeva una consistenza piuttosto spessa . Le vetrate venivano realizzate  predisponendo un mosaico con pezzi di vetro di vario colore tenuti insieme da listelli di piombo, collocato in un telaio e successivamente fissato allo stipite della finestra . Ma, prima ancora, bisognava disegnare una tavola od  un cartone dove venivano specificati i colori da impiegare e quindi le lastrine venivano tagliate sulla base del disegno precedentemente preparato. A questo punto le tesserine venivano   dipinte di un colore scuro, generalmente  nero-bruno, a base di ossidi metallici, detta grisaille,che sottolineava i contorni e i dettagli delle figure e degli oggetti. La fase successiva prevedeva la cottura per fissare i colori ed  questo punto i vetri venivano inseriti in un reticolo di righelli di piombo,  adattati in armature di ferro o telai di legno che fissavano il pannello vitreo alla muratura della finestra .

 Nel corso dello scavo  di Mileto sono state recuperate ben 156 tessere vitree in parte colorate, in parte dipinte, presumibilmente  ricavate  da lastre dipinte ottenute con il  metodo del cilindro, con uno spessore tra i 2 ed i 4 millimetri. Le forme sono molteplici anche se prevalgono quelle rettangolari  e non mancano quelle del tipo a lunetta o con gli spigoli arrotondati. Piuttosto diversificati i colori  utilizzati per le varie tessere, dal giallo, al verde, al rosa, al violetto, all'azzurro al blu. 

Residui della decorazione sono presenti su un numero rilevante di tessere; si tratta di motivi geometrici, fitomorfi e antropomorfi. In particolare su quelli di colore blu si notano resti di motivi decorativi riconducibili a panneggi di vestiti mentre su un frammento di colore viola rimangono ben visibili i tratti di un volto probabilmente maschile con un occhio ben delineato, parte del naso, la capigliatura resa da riccioli sulla fronte che, confrontata con alcune pitture, riconduce ad una iconografia  tipicamente bizantina.  

Sulla localizzazione del luogo di produzione delle lastre non è possibile pronunciarsi mentre appare ragionevole l'ipotesi che l'assemblatura fosse avvenuta sul posto dove dovevano essere messe in opera tenuto conto delle difficoltà oggettive nel trasporto soprattutto per la fragilità del materiale impiegato. Il rinvenimento è stato giustamente messo in risalto dagli archeologi in quanto risulta essere, ad oggi, tra le più antiche attestazioni  in Italia di vetro dipinto.     

Bibliografia:

E.Castelnuovo, Vetrate medievali. Officine tecniche maestri, Torino 1994.

F.Dell'Acqua, La produzione del vetro da finestra nel IX sec. presso il monastero di S.Vincenzo al Volturno (Molise), in Il vetro dall'antichità all'età contemporanea: aspetti tecnologici, funzionali e commerciali, Milano, pp.201-206.

A.Gardini-M.Milanese, Resti di vetrate medievali da un saggio di scavo in S.Maria di Castello a Genova, in Archeologia Medievale, III, pp. 167-199, 1976.  

 

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