Il reimpiego di materiale classico: i capitelli di Mileto
L'utilizzo di materiale proveniente da contesti di epoca classica risulta piuttosto diffuso nel periodo medievale. Andando più in là nel tempo la pratica risulta documentata fin nel IV sec. d.C. quando l'imperatore Costantino, nell'ambito di un preciso programma edilizio, agevolò il lavoro dello spoglio e reimpiego sistematico di marmi, bassorilievi e statue. Su questo particolare atteggiamento si sono espressi molti studiosi, nella ricerca di una motivazione alla spoliazione di antichi monumenti, salvandoli anche dall'oblio e riutilizzandoli quali materiali architettonici ormai privati della loro funzione originaria. In alcuni casi è stata la carenza di buon materiale da costruzione a condizionare le scelte; così blocchi ben squadrati sopperivano alla carenza di materia prima, specialmente in località dove il reperimento risultava problematico. Altra cosa è invece il riuso di materiali nobili quali, ad esempio, i marmi o i capitelli riccamente lavorati. Durante l'impero romano era stato fatto un largo uso di materiali pregiati, spesso importati direttamente dai luoghi di produzione allo stato di semilavorati. Ora, senza entrare nel merito del dibattito scaturito intorno alle varie teorie, possiamo affermare che forse non è possibile accettare un'unica spiegazione valida per ogni contesto, ma più semplicemente bisogna di volta in volta procedere ad un esame del singolo caso in oggetto. Appare comunque chiaro che il materiale antico, oggetto di reimpiego, doveva essere doppiamente prezioso sia per il valore della materia prima, come si affermava in precedenza, che per la dignitas intrinseca derivante dal fatto di essere antica. Per alcuni studiosi si tratta di un programma ideologico, più che artistico e culturale che, nel caso specifico dei Normanni, trasmetteva un messaggio di prestigio e di potere per ricordare il trionfo della chiesa latina, quindi la sua riaffermazione e la nuova situazione politica e culturale. Per rimanere in ambito Calabrese si ricordano gli esempi di Gerace, S.Severina, Stilo, S.Maria de'Tridetti e, ovviamente, Mileto dove appare davvero diffusa la pratica di mettere in opera materiale proveniente dallo spoglio di edifici più antichi. I capitelli di Mileto originariamente dovevano essere moltissimi, tenuto conto che ancora oggi, sparsi tra i ruderi della città antica, nelle zone verdi della cittadina moderna e nelle case di privati, se ne contano tantissimi, senza considerare quelli che nel corso dei secoli sono stati trafugati. La tipologia rappresentata è piuttosto varia, mentre il materiale usato va dal marmo al calcare. Le teorie sulla reale provenienza di questi nobili materiali da costruzione sono sostanzialmente due. La prima, quella più accreditata e cara a chi ha studiato gli insediamenti del territorio vibonese vede quest'ultimo e la città romana di Valentia al centro dell'attività di spoglio. L'altra ipotesi, proprio per la peculiarità dei manufatti stessi, interpreta i materiali addirittura provenienti da Roma e portati nella regione sulla base di una precisa committenza. A giustificazione della prima ipotesi viene sostenuto che si tratta di prodotti in calcare e solo in limitati casi di marmo. Il calcare, d'altra parte, abbonda nella zona ed in più, sempre a detta di chi si è occupato dei materiali, non si tratterebbe di esemplari molto ricercati come invece dovrebbero essere i materiali provenienti da aree urbane più lontane. Lo studio del territorio e della città dal punto di vista topografico ha indotto gli studiosi ad immaginare i materiali reimpiegati come provenienti dallo spoglio di ville o insediamenti romani sparsi, ad esempio, nell'area del monte Poro costellato di ville ed agglomerati rurali usati per lo sfruttamento del fertile territorio circostante. Il caso più esemplificativo è un ambiente ipogeico interpretato come ninfeo pertinente alla villa monumentale di Papaglionti. Ma quello appena citato non è l'unico esempio. Infatti, sparsi nella zona, sono stati documentati numerosi insediamenti sicuramente depredati dei materiali da costruzioni più interessanti per consentirne il riuso. A tal proposito non devono essere dimenticati gli insediamenti lungo le coste che erano numerosi e da cui sono emersi, ad esempio, mosaici ed altro materiale notevole che dimostra come queste residenze dovevano, pur essendo ubicate in campagna, essere alquanto lussuose. Non va trascurato neppure il fatto che il centro urbano di Valentia, tra il I ed il III sec. d.C. aveva conosciuto un periodo di floridezza economica non indifferente ed era frequentato da importanti esponenti della politica romana e dai loro familiari. Per un'idea su quella che doveva essere la città romana all'epoca del suo massimo splendore, basta ricordare i mosaici dell'area urbana, oppure la famosa testa in marmo raffigurante Agrippa, genero dell'imperatore Augusto e costruttore del Pantheon, o ancora il ritratto femminile di basalto nero, proveniente da una ricca villa nei pressi di Vibo Marina, dalle splendide fattezze. E lo stesso Paolo Orsi che aveva condotto una brevissima campagna di scavo presso l'abbaziale, il cui resoconto venne pubblicato in Notizie degli scavi del 1921, si pronunciò a favore della teoria che vuole Vibo Valentia saccheggiata e usata come cava di pietre dai nuovi dominatori Normanni. Nel pannello, a titolo esemplificativo, sono raggruppati alcuni capitelli e una cornice con ovoli e astragali provenienti sia da Mileto che dal Duomo di Gerace dove risultano ancora in opera .
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