La cultura artistica
Presso la chiesa di S.Adriano a S. Demetrio Corone (CS) sono conservati alcuni esempi di scultura piuttosto interessanti. La località è legata al nome di San Nilo che Paolo Orsi - illustre archeologo che si occupò della chiesa agli inizi del secolo scorso - definì " feroce asceta, di un'austerità senza misura verso di sé, di un'ardente carità verso il prossimo.." è considerato il fondatore del cenobio italo-greco.
Del primitivo impianto non rimane nulla all'esterno, mentre all'interno vi sono chiari elementi di matrice bizantina: dai numerosi santi affrescati nei sottarchi fino al capitello di spoglio traforato. All'esterno invece la sistemazione della struttura denuncia forti caratteri occidentali di derivazione lombarda. Ma la parte più interessante è considerata la pavimentazione che pare abbia avuto come modello originale quello andato distrutto di Montecassino.
Si tratta di un pavimento con quattro raffigurazioni in opus sectile ( decorazione con piastrelle di marmo) dove sono rappresentati altrettanti animali: un leone dalla criniera in marmo , un serpente che si avvolge su se stesso in tre cerchi concentrici, un serpente a due code, un leone in lotta con serpente. I riferimenti simbolici sembrano piuttosto palesi: il bene ed il male, la Trinità, la doppia natura di Cristo , la lotta del bene con il male. Il leone, o la pantera come è stata interpretata da alcuni, o il leopardo come definito da altri, presenta il pelo maculato reso con quadratini di marmo di vario colore mentre si muove in maniera sinuosa.
Sull'imposta dell'arco del portale di ponente, invece, sono presenti due mascheroni che Paolo Orsi considerava "come la degenerazione d'un mascherone gorgonico greco arcaico, né vedrei esclusa la possibilità che il rozzo scultore normanno abbia preso a modello qualche gorgoneion fittile raccolto nelle rovine di Sibari o Turio".
Questo era il severo giudizio dell'archeologo classico ai primi anni del secolo scorso. Oggi, dopo che gli studi sull'arte medievale hanno subito un notevole impulso, sono stati individuati nuovi filoni di ricerca e nuove chiavi di lettura, il manufatto viene riconosciuto come un prodotto fresco ed originale, inquadrabile nel romanico occidentale con collegamenti tra le abbazie benedettine dell'Italia del sud e della Francia meridionale.
Più che alle gorgoni magno greche, gli studiosi accostano il manufatto alle protomi di Aversa (CE), e propongono una datazione alla fine dell'XI secolo, che coinciderebbe con il periodo in cui Sant' Adriano si trovava alle dipendenze dell'abbazia di Cava dei Tirreni. Alla FIG. 3, proveniente dal Patir di Rossano, è illustrato uno dei numerosi animali fantastici che facevano parte della decorazione pavimentale del monumento, nonostante oggi l'interno per il resto si presenti spoglio per via della dispersione secolare del patrimonio artistico.
La decorazione litica ricopriva probabilmente tutto il pavimento ma già nel 1500 ne rimaneva solo un terzo. Nelle navate laterali medaglioni con animali tra cui un liocorno, un centauro, un felino, un grifone alato, un cervo ed un centauro.
Purtroppo, a quello che doveva essere il vasto repertorio decorativo di chiese ed abbazie calabresi di periodo normanno, non corrisponde quanto attualmente custodito presso musei o strutture simili o comunque di nostra conoscenza. E' questo ad esempio il caso della chiesa dell'abbazia di S.Maria di Terreti, nei pressi di Reggio Calabria, andata completamente distrutta in parte per i terremoti ma anche per l'incuria umana. Rimane solo la descrizione di chi ebbe modo di vederla prima che venisse letteralmente rasa al suolo.
Ed è sulla base della descrizione che viene accostata dal punto di vista planimetrico al Patirion di Rossano (CS), anch'esso di epoca normanna. Lastre di stucco stampigliato arrivate fortunosamente a noi, oggi custodite presso il museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria costituiscono, oltre alla descrizione di mons. De Lorenzo, le uniche testimonianze di Terreti.
Durante i lavori per una sistemazione avvenuta probabilmente intorno al 1600, qualcuno, che ne aveva probabilmente intuito il grande valore, le aveva raccolte e murate in un vano dietro l'altare. In questo modo, nel corso di altri lavori, sono venute alla luce facendoci conoscere, attraverso uno studio particolareggiato, che erano stati realizzati secondo una tecnica conosciuta ed utilizzata dagli artisti-artigiani, anche nella piccola chiesa della Panaghia di Rossano (CS).
I motivi ispiratori sono riconducibili ad un repertorio dell'arte tessile orientale, non senza influenze occidentali, così come doveva essere in generale per la chiesa costruita sì in epoca normanna ma per il culto bizantino Le decorazioni sono state considerate come tipici prodotti siciliani in una commistione di elementi bizantini rappresentati dai motivi geometrici e floreali, e islamici per le ornamentazioni in lettere cufiche (caratteri della scrittura araba).
Quale fosse l'originaria collocazione delle lastre dove sono rappresentati leoni e pavoni affrontati, realizzati con stampi di legno ed iscritti nelle cosiddette rotae, non è possibile sapere. Forse rivestivano l'altare oppure costituivano lo zoccolo decorativo dell'abside o ancora i plutei ( del bema ); è ad ogni modo palese la derivazione dalle stoffe prodotte a Palermo anche se la scoperta di un particolare, un piccolo bollo su di una coscia di un animale del pavimento di Rossano, rimanda ad un uso sasanide passato successivamente nelle stoffe bizantine.
Dal punto di vista planimetrico la struttura mostra affinità anche con la chiesa di Staiti (RC) e rientra tra quelle ad accentuato sviluppo longitudinale con pilastri e cinque profonde campate, sull'ultima della quali si ergeva un tamburo e la cupola di forma schiacciata.
Dalla scomparsa Abbazia di S. Maria e dei XII Apostoli di Bagnara (RC) sul colle Martorano prospiciente il Tirreno, proviene un lettorino (piccolo pulpito) attualmente custodito nella chiesa del Rosario dove è utilizzato come base per un'acquasantiera. L'antica fondazione normanna, voluta da Ruggero I nel 1085 e consacrata da Ruggero II nel 1117, vantava stretti legami con la diocesi di Cefalù (PA), come dimostrato da alcuni documenti in cui si parla della richiesta che Ruggero, prima della sua incoronazione, aveva fatto ai religiosi dell'abbazia di Bagnara di prendersi cura della diocesi di Cefalù. Ancora in seguito si segnala una bolla (documento prodotto dalla cancelleria pontificia) di Anacleto II antipapa, a riconoscere la dipendenza dell'abbazia di Bagnara dagli agostiniani di Cefalù ed infine, nel 1147 divenne suffraganea (dipendente) della diocesi di Cefalù. Per molto tempo il manufatto è stato sbrigativamente inquadrato come un prodotto proto romanico pugliese e databile alla fine del XI sec. ma, "la complessa contaminazione culturale operata nel frammento tra la rigorosa riedizione del capitello corinzio, l'eleganza lenta e sinuosa dei volatili di marca franco-pugliese-bizantina-mussulmana e la decisa sterzata verso connotazioni arabe nelle linee spezzate dei nodi dalla parte alta che consigliano di orientare l'opera verso l'area siciliana e ad un più svolto livello cronologico".
Bibliografia:
M.P.di Dario Guida , La cultura artistica, in Storia della Calabria medievale, culture arti tecniche, a cura di A.Placanica, Roma 1999.pp.151-269.
F. Abate, Storia dell'arte nell'Italia meridionale, Dai Longobardi agli Svevi, Roma 1997. E.Zinzi, Bagnara. Abbazia di S. Maria e dei XII Apostoli, in Segni figurativi del culto eucaristico e mariano nell'Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova, Roma 1988, pp. 75-81. |