Architettura religiosa-Architettura del compromesso - 4
Di origine tedesca, culturalmente francese, romano in quanto consigliere del papa, Brunone di Colonia, nativo dell'omonima città tedesca, fondò l'ordine dei certosini nel 1084, in una zona disabitata nei pressi di Grenoble, in Francia, dal nome di Chartreuse. Giunto in Calabria, da poco conquistata dai Normanni, si stabilì nei pressi delle Serre calabresi, dove fu aiutato e favorito dai nuovi conquistatori a realizzare la sua opera, la famosa Certosa.
Anche questa operazione faceva parte del piano politico che tendeva a sostenere la chiesa latina contro quella bizantina e sia l'ordine dei Certosini che quello dei Benedettini contribuivano ampiamente alla causa.
In Calabria, nel 1091, Brunone giunse già sessantenne in compagnia del monaco Lancino, suo seguace, e vi si stabilì con l'intento di continuare l'esperienza ascetica iniziata anni prima. In realtà egli era stato nominato vescovo di Reggio da papa Urbano II che era stato suo allievo a Reims; questi, raggiunta l'alta carica, per stima e riconoscenza lo aveva voluto presso di sé a Roma, ma Brunone rifiutò il riconoscimento. Il Papa rispettò la decisione del pio monaco ma venne convinto ad accettare quantomeno di rimanere in Calabria.
E fu grazie ad una generosa donazione di Ruggero I gran conte e di sua moglie Adelasia, che Bruno di Colonia divenne un punto di riferimento importante per la religiosità calabrese, segnando positivamente ed in maniera indelebile l'identità di quelle contrade e di tutta la Calabria medievale. Ruggero, infatti, offrì in dono al monaco la località detta la Torre, che nella bolla (documento autenticato da un sigillo di piombo) di donazione è descritta in maniera dettagliata.
L'area oggetto della elargizione era circondata da fitti boschi, freschi corsi d'acqua e rientrava ovviamente nella donazione tutto ciò che veniva a trovarsi sul territorio. Il motivo di tanta generosità pare sia da ascrivere ad un fatto prodigioso accaduto a Ruggero I.
Quest'ultimo, mentre riposava nella sua tenda nell'accampamento militare, sogna S. Bruno che lo avvisa di un imminente pericolo: in effetti all'esterno della tenda un soldato bizantino cercherà di ucciderlo.
Grato al santo per avergli salvata la vita il valoroso Ruggero offrì per ricompensa vasti possedimenti a Brunone che, grazie anche all'operosità dei monaci, riuscì a costruire la Certosa, importante monumento religioso e punto di riferimento per la spiritualità calabrese. Il convento rimase attivo fino al terremoto del 1783, poi nel 1808 venne soppresso per essere riaperto nella metà dell'ottocento, mentre la Certosa fu ricostruita nei primi anni del 1900 su imitazione delle forme gotiche.
Il nucleo più antico doveva sorgere nei pressi della chiesa di S. Maria del Bosco che, successivamente abbandonata, assolverà alla funzione di santuario. In sintesi, della Certosa sono distinguibili tre nuclei principali: la cinta muraria con le relative torri, i ruderi pertinenti alla seconda Certosa, ed i fabbricati connessi con la terza Certosa, gli annessi elementi di servizio, le zone residenziali, i luoghi di preghiera.
Ma la peculiarità di questa certosa è data, senza dubbio, oltre che dal complesso aspetto architettonico esteriore, sicuramente dal fatto che nove secoli or sono fu lo stesso S. Bruno, di persona, a volerne l'edificazione nei boschi incantati delle Serre Calabresi.
Nei pressi dei moderni comuni di Carlopoli e Serrastretta, S.Maria di Corazzo (FIG. 3-4), ubicata nell'alta valle del fiume Corace, con i suoi monumentali resti rende l'idea di quella che doveva essere l'istituzione ai tempi del suo massimo splendore. Nonostante la condizione di congerie di ruderi emerge prepotente la grandiosità del complesso religioso.
Già l'ubicazione dell' insediamento, in una radura boscosa attraversata da un corso d'acqua, denuncia una cura particolareggiata per la scelta del sito sul quale far sorgere l'abbazia. Si tratta infatti di una pianura valliva tra i monti, ben protetta e rispondente a quei requisiti richiesti per un luogo di culto e di preghiera. Seppur allo stato di ruderi ancora oggi è possibile individuare nei resti la chiesa, con l'annesso convento, anche se sarà compito degli studiosi riuscire a rintracciare e ad interpretare cronologicamente gli interventi che si sono succeduti nel tempo. Le sue origini sono benedettine anche se dal punto di vista archeologico scarsamente documentabili; successivamente, alla metà del XI sec, passò ai cistercensi.
Nel 1445 l'istituzione viene data in commenda e, come per tutti gli organismi passati sotto questa pratica, inizia il lento declino fino a quando il terremoto del 1783 ne sancì la definitiva rovina. Al 1807 si data il decreto Napoleonico per la sua soppressione.
Quindi dopo la sua fondazione le vicende collegate alla sua vita sono molteplici ed in questo caso se per un verso è possibile attingere a fonti di tipo archivistico, dall'altro per chiarire le vicende collegate alle modificazioni architettoniche bisogna indirizzare l'indagine verso scavi archeologici e letture puntuali delle strutture murarie.
Un diploma di Ruggero I, noto attraverso copie risalenti al XVI e XVII sec., data la fondazione dell'abbazia di Sant'Eufemia al 1062, pochi anni dopo la conquista della Calabria.
Anche questa fondazione appartiene al gruppo benedettino ed insieme ad altre doveva servire da manifesto per il rilancio dell'economia e la ripresa delle tradizioni religiose di tipo latino. Roberto il Guiscardo ne affidò la cura e la costruzione all'abate normanno Robert de Grandmesnil proveniente dal complesso abbaziale di Evroul-sur-Ouche.
In realtà nel diploma di Ruggero già ricordato, si parla del restauro di una piccola chiesa, probabilmente di origine bizantina, che successivamente venne inglobata nella grandiosa costruzione posteriore, assai più estesa e sicuramente adatta ad ospitare la numerosa comunità di monaci benedettini, destinata a costituire un modello per la realizzazione di altre abbazie. Per molti secoli, dopo la parziale distruzione avvenuta in seguito al terremoto del 1638, quanto rimaneva della costruzione è stato obliterato dalla folta vegetazione, che ha impedito agli archeologi di studiare e rendere noto l'importante manufatto.
Solo di recente è stato possibile procedere ad uno scavo ed a una parziale ricognizione e lettura dei resti che hanno restituito all'abbazia quel ruolo di preminenza e centralità nell'architettura medievale calabrese. I ruderi si trovano in località Terravecchia di S.Eufemia Vetere, poco distante dal mare, in una zona dove era facile controllare le vie di comunicazione sia verso nord che verso sud. L'essere stati occultati dalla vegetazione ha si privato gli studiosi per molto tempo della conoscenza scientifica del monumento ma, nello stesso tempo, ha evitato che lo stesso venisse distrutto dai cavatori di pietra, così come è successo ad altri monumenti calabresi sia di epoca classica che medievale.
Quindi per molti secoli, dopo la parziale distruzione avvenuta in seguito al terremoto del 1638, quanto rimaneva della costruzione è stato inglobato nella folta vegetazione, che ne ha impedito l'individuazione e quindi la distruzione.
Collocato in posizione strategica, al centro della vasta pianura lametina, in modo da tenere sotto controllo sia le vie di comunicazione verso sud che verso nord, esercitando, pertanto, un potere politico territoriale, il monastero è stato costruito impiegando materiali abbastanza poveri, costituiti da ciottoli di fiume legati da malta resistente e qualche frammento di cotto, probabilmente di reimpiego, recuperato nelle immediate vicinanze. In generale, quindi, l'aspetto estetico doveva apparire alquanto severo anche se nella torre si nota la presenza di alcuni conci squadrati. Oggi i resti delle monumentali fabbriche si ergono solitari nella pianura, a poca distanza dal cosiddetto Bastione di Malta, in località Terravecchia, toponimo conferito alla zona quasi sicuramente in virtù dei resti lì presenti.
La struttura superstite di maggiore risalto è costituita da un lungo muraglione, forse pertinente alla chiesa conventuale, con una serie di monofore a tutto sesto, alternate da contrafforti; poi un altro corpo di fabbrica relativo alla parte meridionale del monastero, mentre uno spiazzo a forma di quadrilatero lascia intuire la presenza dell'antico chiostro; rimangono ancora visibili i resti del muro che proteggeva l'intero complesso, ed una torre quadrangolare sempre allo stato di rudere.
La chiesa dell'abbazia doveva ricordare nel suo svolgimento planimetrico la SS. Trinità di Mileto con la quale presenta analogie anche relativamente al campanile. Gli studiosi hanno anche notato però delle differenze, ad esempio per quel che concerne l'impiego di materiale classico molto usato a Mileto e assente a Sant' Eufemia, forse perché nelle immediate vicinanze non esistevano edifici monumentali da spoliare.
Comunque le analogie tra le due realtà sono notevoli e denunciano entrambe lo stesso piano costruttivo, basato sulla conoscenza della costruzioni sacre della Normandia, ma sicuramente vi saranno state anche differenze determinate, quest'ultime, da vari fattori quali ad esempio l'area di costruzione e le relative differenti soluzioni costruttive.
I monaci -costruttori di Sant'Eufemia conoscevano direttamente e piuttosto bene, per via della loro origine, disposizioni planimetriche ispirate allo schema di Cluny II che così furono traslate e diffuse in tutta la Calabria..
Bibliografia:
E.Zinzi, L'abbazia di S.Maria di Corazzo nella Calabria attuale e nel suo passato,
A.Ruga, Lametia Terme (CZ).Località Sant'Eufemia Vetere/Terra Vecchia. Resti dell'abbazia benedettina. Campagna di saggi 1992, Archeologia Medievale, XXI, pp.333-342.
G.Di Gangi, Alcune note su un problema di architettura medievale: l'abbazia normanna di S.Eufemia-scavo 1993, in "Archeologia medievale" XXI, pp. 343-350.
C.Garzya Romano, (a cura di) La Basilicata, La Calabria, vol. IX serie Italia Romanica, Milano 1988, pp. 302-305 |