6/2/2012
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Architettura religiosa 3

Architettura religiosa-Architettura del compromesso - 3

 Di sicuro per la sua posizione strategica ed  il fertile  entroterra agricolo Tropea  (VV) fu abitata  e frequentata  da sempre, anche da genti  preistoriche. Ma è sicuramente  durante il periodo normanno che la cittadina sul Tirreno divenne importante e fiorente. Il geografo arabo El-Drisi la cita come la più "bella e nota fra le primarie del paese dei RÛM". Ma, a  proposito della prima fase della conquista, le cronache normanne non fanno riferimento alla città di Tropea.

Goffredo Malaterra, parlando di Sichelgaita seconda moglie di Roberto il Guiscardo, indirettamente cita la città allorquando la principessa longobarda vi cercò rifugio in seguito alla diffusione  della  falsa notizia che i soldati di Ruggero, fratello di Roberto, avevano assassinato il marito a Mileto.

Nella dinamica insediativa normanna il castello svolge un ruolo fondamentale ed il binomio cattedrale- castello  sembra essere stato rispettato anche a Tropea. Il castello, infatti, doveva sorgere nei pressi dell'attuale palazzo Toraldo all'ingresso meridionale della cittadina.  L'edificazione  della cattedrale di Tropea pare sia da collocare nel periodo in cui la sede episcopale era guidata dal Vescovo Coridone, importante figura nel panorama ecclesiastico  calabrese, in un momento particolare in cui si passava dal governo normanno a quello svevo.

La città entrò di diritto nelle mani del Gran Conte alla morte di Roberto, suo fratello,  e la mantenne fino  al 1101, anno della sua morte. Della primitiva struttura normanna rimane purtroppo ben poco   a causa dei numerosi rimaneggiamenti, restauri  e aggiunte; ad ogni modo, l'edificio si presentava a tre navate divise da due serie di pilastri ottogonali in arenaria; nell'impianto originario la struttura  ricorda molto da vicino la cattedrale di Agrigento, ma anche altre soluzioni riconducibili,  ad esempio, al primo periodo normanno di S. Giovanni dei Lebbrosi a Palermo.

Le tre absidi semicircolari attualmente visibili , sono frutto di un rifacimento posteriore effettuato  di recente seppur   sulla base  delle  tracce  lasciate sul terreno  dalle  tre absidi originali. Particolarmente interessante risulta essere il lato settentrionale portato alla luce durante un intervento di restauro condotto nel  1927. Questa parte risulta essere originale se si esclude il pezzo che costituisce il prolungamento delle navate.

Particolare  e di grande effetto appare la soluzione decorativa  caratterizzata da un vivace cromatismo ottenuto dall'accostamento di materiali di colore e consistenza diverse, schiuma di lava e calcare, che ricordano soluzioni analoghe adottate in contesti campani e siciliani. In seguito al rovinoso terremoto del 1783  la cattedrale venne ricostruita e assunse una veste neoclassica fortunatamente    rimossa   negli anni trenta e quaranta del secolo appena trascorso.

Il complesso monastico  di S.Giovanni Teresti  di  Bivongi  (RC) , conosciuto anche come S.Giovanni vecchio di Stilo, nonostante oggi si trovi nei pressi dell'abitato di Bivongi (RC),  venne riscoperto da Paolo Orsi  nei primi anni del secolo scorso,  quando, animato dal desiderio di conoscere il monumento visitò il rudere  diverse volte, nonostante le difficoltà per raggiungere il sito. 

Lo studioso inserì le osservazioni sul pregevole  monumento in un più ampio lavoro sui documenti architettonici di epoca medievale in Calabria dal titolo: Le chiese basiliane in Calabria. Numerose fonti documentarie informano che il monastero e la chiesa annessa furono costruite nel XII secolo, grazie  ad una  lauta donazione del Conte Ruggero, confermata successivamente da Ruggero II nel 1144. 

Si narra che  nella seconda metà del XI secolo Giovanni Teriste (  Theristés / mietitore) si fosse fermato in  questa località,  che da allora  divenne molto famosa proprio in virtù di quella  autorevole presenza. Molto avvincente la storia che vede protagonista Giovanni da bambino,  il quale, originario  di un paese nei pressi di Stilo, visse per un periodo in Sicilia.

Era infatti accaduto che durante un'incursione saracena il padre del piccolo Giovanni venne ucciso e la madre, incinta di Giovanni, deportata a Palermo. Cresciuto ed educato  come un mussulmano, all'età di 14 anni  la madre lo fece imbarcare su una nave per fare ritorno a Stilo e ricevere il battesimo. Completata la sua istruzione cristiana,  Giovanni chiese  al vescovo di poter imitare la vita solitaria e penitente del Battista e si recò pertanto in un  piccolo monastero sito poco lontano da Stilo,  alle pendici del Consolino.

Da questo momento  in poi  la vita e le opere di Giovanni diventano un susseguirsi  di miracoli.  Quello connesso al titolo di mietitore si svolse nella maniera seguente. Giovanni,  in viaggio per   Robiano ( nei pressi di Monasterace)  per incontrare  un benefattore del convento, incontrò molti mietitori intenti al proprio lavoro  che non persero l'occasione di deridere il monaco. Nonostante tutto il Santo si fermò ed offrì loro  pane e  vino, che malgrado il consumo non diminuivano.

Nel frattempo era scoppiato un temporale ed i lavoratori erano fuggiti via  per ripararsi. Il santo,  a questo punto, aveva operato il miracolo di far trovare tutto il grano mietuto e raccolto in covoni. I lavoratori si recarono allora dal padrone per riscuotere il  compenso ma questi,  pensando ad un imbroglio non volle pagarli tenuto conto del poco tempo a loro disposizione per sbrigare il lavoro. 

Recatosi sul posto si accertò che i lavoratori avevano detto il vero, ed appreso di Giovanni, volle donargli i due fondi di Maturbulo e di Marone non senza aver prima  divulgato il miracolo: da allora il santo venne chiamato con l'appellativo di Mietitore proprio in ricordo di questo  evento soprannaturale.

Per quanto riguarda invece il  monumento presso il quale il santo soggiornò, c'è da dire che  sono stati  effettuati diversi studi e quello che è stato giustamente messo in risalto dagli specialisti, riguarda la sproporzione esistente tra  la  parte presbiteriale ( zona alla fine della navata mediana riservata al clero)   articolata in tre vani, e la lunga navata.  Se la soluzione del presbiterio tricoro con abside mediana sporgente è di matrice cluniacense-benedettina, la lunga e sottile navata, riconducibile ad un modello microasiatico, è resa ancora più allungata per via del  vano  di forma  quadrata antistante.  

Alcuni studiosi  hanno interpretato l'ambiente  quadrato  come  una trasformazione del nartece bizantino e quindi un adattamento occidentale,  mentre  Paolo Orsi lo considerava  come un aggiunta successiva e quindi un rimaneggiamento. E' comunque in anni recenti che in seguito ad un accurata indagine stratigrafica  effettuata nel corso delle operazioni di  restauro finalizzato  alla conservazione del monumento è stato possibile evidenziare alcune peculiarità  del monumento di epoca  normanna. Il risultato più rilevante  riguarda  appunto  il famoso vano quadrato che tanto ha fatto discutere. Grazie soprattutto ad  una puntuale lettura delle strutture murarie è stato possibile stabilire che il vano risulta essere  un ambiente costruito precedentemente, quindi in un periodo  più antico rispetto alla chiesa  e che solo in un secondo momento quest'ultima vi si era appoggiata.

L'ingresso principale della chiesa  è sul perimetrale meridionale, poiché il fronte occidentale affaccia su una zona particolarmente  scoscesa.

Piuttosto articolata l'area presbiteriale e la cupola che è retta da tre  tamburi sovrapposti, tanto che per questa parte si è parlato di soluzioni di derivazione islamica.

Ma  questa  complessa sistemazione  della parte presbiteriale è difficile da cogliere dall'interno della chiesa,  mentre l'esterno,   per via del paramento in laterizio,omaggio alla tradizione bizantina, è composta da mattoni alternati a conci di pietra che creano un effetto cromatico molto particolare tale da  catturare immediatamente  l'attenzione dei fedeli. La cura nella realizzazione di questa parte è dovuta  probabilmente al fatto che  era stata concepita per essere subito visibile; i muri perimetrali, invece,  denunciano una scarsa cura per la costruzione in quanto si presume dovessero essere originariamente intonacati.

Tracce di affreschi sono state rilevate nelle nicchie esterne dei cori laterali;  anche all'interno di questo piccolo gioiello sono stati documentati resti di pitture, segnalati per la prima volta da Paolo Orsi ma oramai illeggibili.

 E' comunque all'esterno che sono state notate le tracce più cospicue e se come spesso accadeva nel mondo bizantino, l'esterno fosse stato affrescato, ci troveremmo di fronte ad un unicum non conoscendosi altri esempi per l'Italia meridionale.   A Catanzaro la piccola chiesa di S.Omobono già dedicata a S. Salvatore, costituisce l'unico  esempio di architettura sacra medievale presente nella città. Alcuni studiosi  fanno risalire la sua costruzione al 1070 ad opera di Roberto il Guiscardo. A semplice aula rettangolare, con copertura lignea, l'edificio si presenta molto rimaneggiato e le absidiole ricavate nello spessore dei muri, tipiche delle mononavate bizantine in Calabria, ricordate come prothesis e diaconicon,  sono completamente assenti.

Nella facciata  e sul perimetrale laterale si notano chiari indizi dal gusto orientale. Si ricordano ad esempio "motivi su arcature cieche su piedritti allungati alternati ad altre a sesto ribassato a doppia ghiera e tompagnate  ed aperte in più tarde piccole finestre...." .

In sintesi il piccolo monumento è stato classificato come un prodotto  romanico che, però, nello schema generale risente  ancora degli influssi bizantini. Alla fine del 1500 fu sede della confraternita dei Bianchi di S.Croce e, fino al 1783, della corporazione dei sarti.  Sconsacrata, acquistata da privati, attualmente assolve al compito di ..deposito.

 Bibliografia:

P.Orsi, Le chiese Basiliane in Calabria, Firenze 1929,pp. 41-61.
M.T.Iannelli, Il monastero di S.Giovanni Therestìs, in F.A.Cuteri-M.T.Iannelli, Da Stilida a Stilio. Prime annotazioni su forme e sequenze insediative in un'area campione calabrese, in II congresso di archeologia medievale Brescia 2000,pp.218-221, Firenze 2000. 

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