9/9/2010
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Architettura religiosa 2

Architettura religiosa-Architettura del compromesso - 2

Tra i più importanti monumenti superstiti del periodo normanno va ricordato S. Maria del Patir, o Patirion  come volle chiamarlo Paolo Orsi che, con il suo impegno pionieristico, contribuì a far conoscere l'importante monumento quando ancora l'attenzione nei confronti dell'architettura e dell'arte medioevale era piuttosto scarsa. 

Il monastero sorge in una località amena a 605 metri sul livello del mare "sulla dorsale pianeggiante di una  di quelle numerose propaggini della Sila, protese a guisa di digitazioni sulla breve fascia costiera fra Rossano e Corigliano, prima che questa si apra nell' ampia e luminosa vallata del Crati".

 Fondata dal Beato Bartolomeo da Simeri, tra il 1101 e il 1105, la chiesa con annesso monastero doveva essere originariamente affrescata, così come documentato da una visita apostolica della fine del 1500.

La pianta dell'edificio sacro è longitudinale a tre navate, triabsidata e priva di transetto. All'interno le tre navate sono divise da pilastri piuttosto semplici, che reggono archi a sesto acuto prive di capitelli, e adagiate su basi ioniche. Più articolata la parte presbiteriale dove l'arco trionfale poggia su pilastri quadrati   con semicolonne addossate.

La copertura dell'edificio è a doppio spiovente tranne che nella prothesis e diaconicon (piccoli ambienti collocati ai lati opposti dell'abside). All'esterno la parte orientale della struttura, con le tre absidi, presenta sulle pareti la stessa articolazione di S. Maria dei Tridetti.

La presenza di archi ciechi su  lesene  produce piacevoli effetti chiaroscurali, creati da motivi a disco in mosaico policromo ed inseriti in ogni arcata. Nella fascia bicroma le tessere gialle e nere disposte ad opus reticulatum  (tecnica  che produce come effetto finale una rete di rombi) ricordano le decorazioni di alcuni edifici in area campana.

La facciata principale, oggi con un portale a sesto acuto e un rosone più in alto,  è opera posteriore  in quanto, originariamente, doveva presentare  tre portali preceduti da un nartece. In una relazione di una visita datata al 1587, successiva quindi alla riforma sui monasteri italo-greci, è contenuta una descrizione della chiesa così come si presentava ai visitatori alla fine del XVI secolo.

Tra le altre notizie importanti viene riferito che anche il soffitto ligneo era affrescato ma già compromesso per la forte umidità. Ai visitatori, oggi, la chiesa si presenta scarna e spoglia anche se è ancora possibile cogliere quello che nonostante l'austerità del luogo doveva essere la chiesa nel periodo del suo massimo splendore. 

Il pavimento originariamente in opus tesselatum (cubetti di marmo e pietre) ricopre parzialmente la navata centrale; l'iscrizione musiva collocata tra la prima e la seconda campata ci fa conoscere il nome del committente "BLASIUS VENERABILIS ABBAS /  HOC TOTUM IUSSIT FIERI" Blasius era probabilmente l'archimandrita (superiore dell' abbazia) del monastero e fu  nel corso  del suo mandato che  venne realizzata la pavimentazione musiva.

Questa, oltre all'iscrizione, raffigurava quattro animali fantastici racchiusi entro dischi: un liocorno al galoppo,un centauro, un felino, un grifone rampante che ricordano molto bene esempi orientali  documentati in Sicilia e in particolare a Palermo, dove venivano prodotte stoffe decorate riconducibili a tradizioni che affondano le radici nell'Egitto copto (Egitto cristiano).

L'abbazia di S. Maria della Sambucina,  Luzzi - CS,  che sorge alle pendici dei monti tra la serra Filetta  e la serra Castellana, nei pressi di Luzzi,  sulla via che conduce in Sila dalla media valle del Crati, è la prima costruzione cistercense della Calabria. A parere di alcuni studiosi, che datano la fondazione al 1142, sarebbe stata l'emanazione diretta della famosa abbazia di Clairvaux.

Un'altra tesi,  basata sulla documentazione d'archivio, vuole la fondazione spostata al 1160 ad opera di maestranze provenienti da Casamari-Frosinone nel Lazio.

Forse la teoria più attendibile è quella che interpreta  la costruzione  dell' abbazia avvenuta a più riprese, in momenti diversi, a partire dalla metà del XII e alla fine sempre dello stesso secolo. Una frana nel 1569  obliterò parzialmente le strutture che, successivamente, furono ripristinate anche se ridotte  dal punto di vista spaziale.

Pittoresca la descrizione di chi, proprio per la sua  posizione e se non fosse per lo splendido e caratterizzante portale, la vede quasi come un casale di campagna e solo il monumentale ingresso denuncia da subito l'importanza  originaria del luogo.

Ma, purtroppo,  anche sul portale esistono seri dubbi circa la sua originalità. Esso presenta due ampie fasce: una a bugne, l'altra ad archetti che terminano in piccoli dischi accoppiati, ma che a parere di alcuni studiosi  potrebbero essere riconducibili ad un rifacimento più tardo databile forse al 1600.

Sul primitivo insediamento gli studiosi riferiscono una probabile datazione al 1160, ad opera dei cistercensi, ma su una preesistente fondazione benedettina,  S.Maria Requisita, che compare successivamente nella documentazione della fondazione con il nuovo titolo. Nel corso di questo primo periodo pare debba  datarsi la costruzione   del presbiterio ( parte riservata al clero), anche se i lavori si prolungarono nel tempo a causa dei due terremoti avvenuti il primo nel 1184 ed il secondo nel 1220.

Dopo questo periodo i monaci abbandonarono la struttura conventuale, per trasferirsi nella vicina abbazia di S.Maria della Matina che dal 1235 fu unificata alla casa madre.

Ai monaci Benedettini si deve la fondazione nel 1060 del monastero di S.Maria della Matina,   lungo le rive del Follone, presso S.Marco Argentano (CS).

Roberto il Guiscardo e la moglie, la principessa longobarda  Sichelgaita, furono i principali benefattori, presenti  anche alla consacrazione ufficiale  della chiesa celebrata da Arnolfo, vescovo di Cosenza, nel 1065.

L'istituzione di questa fondazione, come di altre strutture sparse per la Calabria, rientra in un preciso progetto politico  che mirava fondamentalmente a riconquistare terreno nel discorso generale di rilatinizzazione  delle contrade calabresi. Insediamenti benedettini, Normanni e borgognoni, garantivano una presenza attiva di persone di formazione latina all'interno di una compagine ancora profondamente collegata alla chiesa orientale.

Tale atteggiamento, forse  prevaricatore, comunque non dispiaceva alla Santa Sede, che in questo modo teneva sotto controllo l'evolversi della situazione.

Oggi la prestigiosa  struttura denuncia la  quasi radicale trasformazione avvenuta  in seguito alla soppressione Napoleonica e la conseguente vendita demaniale. Ma nonostante lo stravolgimento, dovuto ad una recente  trasformazione in azienda agricola,  l'edificio, pur sovraccaricato da strutture posteriori, si presenta ancora monumentale.

La sua origine è quindi benedettina,  databile intorno al 1061-1066, mentre ad un secondo tempo risale la ricostruzione cistercense. Nel 1949 fu redatto un rilievo da parte di un funzionario competente, utilizzato come base per uno studio recente da parte degli storici dell'architettura.

Ancora ben conservati alcuni ambienti che risalgono al 1200 con particolare riferimento alla sala capitolare, che negli impianti di quest'ordine era considerata un ambiente molto importante.

Diviso in sei campate, coperte da volte a crociera "su pilastri a fascio anellati  e desinenti in capitelli a bocciolo presentava tre grandi finestre a sguancio". La chiesa era chiusa a nord dalla abbazia e doveva aver avuto come punto di  riferimento gli schemi campano- cassinesi  tenuto conto del transetto poco sporgente  e dalle tre absidi allineate. 

Una lettura stratigrafica degli alzati potrebbe essere funzionale ad una  maggiore quanto puntuale conoscenza del monumento.

Ancora a S. Marco Argentano è documentata la presenza di una cattedrale di cui oggi non abbiamo testimonianza  in quanto, dell'originario impianto, non ci è pervenuto nulla; quello che oggi è possibile visitare alla periferia della cittadina altro non è che il rifacimento, in forme neonormanne, effettuato nel corso di un restauro che ha avuto luogo nel 1938.

Spettacolare invece la cripta che ha mantenuto, per fortuna, la conformazione originaria di epoca normanna.

Dopo  la   cripta del Duomo di Gerace è sicuramente la più vasta della regione, occupando una superficie  di 360 mq. L'accesso è possibile sia dalla chiesa che dall'esterno.

La struttura presenta una pianta rettangolare ed è internamente divisa da poderosi pilastri in pietra, consta di quattro navate absidate articolate ciascuna in cinque campate.

 L'ambiente è coperto  da volte a crociera in laterizio con archi a ogiva, e l'alternanza dei conci al cotto crea un vivace effetto cromatico che lo rende peculiare rispetto alle altre cripte della regione calabrese.

Bibliografia:

C.Bozzoni, Calabria Normanna. Ricerche sull'architettura dei sei secoli undecimo e dodicesimo, Roma 1970, pp.60-61
P.Orsi, Le chiese basiliane della Calabria, Firenze 1929, pp. 113-151.
 E.Zinzi, I cistercensi in Calabria. Presenze e memorie, Soveria Mannelli,1999, pp.27-46.( Sambucina)
E.Zinzi, I cistercensi in Calabria. Presenze e memorie, Soveria Mannelli,1999, pp.47-68.
( S.Maria della Matina)

 

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