| Iniziamo la nostra visita dal lato nord della cittadina, dove all'ingresso si notano le tre «guglie», costruzioni di età imprecisata, ma probabilmente del tempo del Murat (1808-1815). Sulla direttrice della statale 18 è il corso Garibaldi, al cui inizio si notano, a sinistra, una cappelletta di recente costruzione del resto non ancora ultimata, a destra un'edicola dedicata a Sant'Antonio abate. Proseguendo per il corso si giunge alla lapide-ricordo della sosta di Garibaldi a Mileto, collocata proprio nel luogo dove sorgeva il giardino di casa Pata-Dominelli, nel quale l'eroe cercò rifugio al caldo eccessivo il pomeriggio del 27 agosto 1860. Più avanti, sulla destra, è la piazza del Mercato, e ancora oltre sulla sinistra la Villa Comunale, di recente restaurata e n4nita in termini più piacevoli e moderni su iniziativa dell'avv. Attilio Pata, attuale sindaco della città, che, come ricorda un piccolo bronzo posto sull'accesso, ha voluto fare con questo gesto un gradito dono alla città. Nella villa comunale è la statua che ricorda Ruggero il Normanno, eretta nel 1866, anno di apertura della villa stessa. Poco oltre la villa è il palazzo comunale, di recente costruzione, e del resto non ancora ultimato nell'interno. Più avanti sulla destra è la piazza delle Poste, quindi, girando a sinistra, si giunge alla cattedrale. Si è parlato delle precedenti architetture di essa nella parte dedicata all'arte e alla cultura, e di queste si è latta anche cenno nella storia della cittadina. Non resta quindi che tratteggiare l'attuale composizione architettonica, facendo solo un riferimento ai terremoti del1905 e del 1908, che portarono al disfacimento la grande cattedrale eretta dal vescovo Filippo Mincione, ed inaugurata nel 1859. Dopo il 1908 la cattedrale-baracca provvisoriamente eretta durò nella sua funzionalità per oltre un ventennio, e il nuovo tempio non venne aperto al culto che il 26 ottobre 1930, dal vescovo del tempo, Paolo Albera, che l'erezione della nuovo cattedrale, iniziata nel 1927, aveva curato in ogni suo particolare. L'ispirazione dell'architettura, curata dall'architetto Fausto Roncoroni e dall'ing. Mario Pandelli, è chiaramente romanica. Nella definizione dell'esterno gli architetti hanno tenuto ben presenti alcune grandi lezioni architettoniche del passato e, com'è evidente nella complessione formale esterna, particolarmente di quel grande modello ch'è dato dal San Zeno di Verona. Valido è anche l'accostamento dei colori, il rosone centrale, l'ingresso centrale a cappella, e le due strutturazioni laterali. Le misure complessive del tempio, interamente costruito in cemento armato, sono di 56 metri di lunghezza per 26 di larghezza.
L'interno, con pavimento in marmo bianco di Carrara con riquadri e decorazioni a colori, è diviso in tre navate divise da dodici colonne. Esso raccoglie molti elementi superstiti della prima distruzione terremotale del 1783, ed ha radunato tutte le opere valide contenute nella vecchia cattedrale eretta dal Mincione, ricollocate dopo opportuni restauri.
La visita inizia dalla navata di destra, e si apre proprio col monumento funerario a Paolo Albera, eretto nel 1959. Autore ne è Michelangelo Parlato, docente di disegno architettonico. Il busto in bronzo del Vescovo, posto sul monumento, è dello stesso autore. Nella vicina cappella del Sepolcro, che si apre solo il Giovedì Santo, è l'altare della Deposizione. Di recente fattura è la statua dell'Addolorata. Così il riquadro pittorico dedicato a San Francesco Saverio, mentre di fattura baroccheggiante è il dipinto raffigurante la traslazione di San Nicola. Opera di squisita fattura rinascimentale è il monumento a San Nicola da Bari, di Francesco Rusticucci, discepolo di Michelangelo, fatto erigere dal vescovo Quinzio De Rusticus nel 1549. A San Nicola da Bari era, ed è, tra l'altro, dedicata la Cattedrale, e lo stemma vescovile del De Rusticus è sul lato destro del monumento. Dopo il dipinto dedicato al martirio di San Sebastiano, è il monumento sepolcrale del vescovo Enrico Capece-Minutolo dei principi di Canosa, che fu il primo vescovo della nuova Mileto, essendo stato eletto alla cattedra circa un decennio dopo il terremoto del 1783, nel 1791. Al Capece-Minutolo si dové la costru zione della prima cattedrale? dopo la distruzione terremotale del 1783; cattedrale che venne aperta al culto nel corso del 1823. Lo st4e del sarcofago è ovviamente neoclassico? con stemma e medaglione in rilievo.
Sul fondo della navata, a destra, è un cunicolo colle tombe di alcuni vescovi. Sulla destra: Giuseppe Morabito, vescovo dal 1898, Filippo Mincione (1847-1882), Vincenzo Maria Armentano (1824-1846), dell'ordine dei Predicatori, Luigi Carvelli (1882-1888); sulla sinistra, Antonio Maria De Lorenzo (1889-1897). All'uscita de! cunicolo, sulla destra, è la sedia episcopale di Paolo Albera,
Dalla navata di destra si passa nel presbiterio e nel coro. L'abside reca in mosaico la raffigurazione di Cristo re con i simboli dei continenti. L'immenso organo elettrico del fondo, a trenta registri, e opera dei fratelli Migliorini di Roma, ed è stato di recente restaurato. Sul soffitto è l'Assunta, opera di Giuseppe Naso, di ispirazione tizianesca, mentre il paliotto d'altare raffigura l'Agnello col Messale. Le sedie capitolari sono di fattura artigianale, in legno, mentre il tronetto vescovile, completamente rinnovato dall'attuale vescovo monsignor Vincenzo De Chiara, riporta lo stemma del vescovo (Ex Fidem in Fide), ed è lavorato a mosaico. Lavori di mosaico semplice ai lati evidenziano la croce al centro. L'insieme ricorda i tempi di maggiore splendore delle sedie vescovile, e in particolare la conformazione medioevalistica, dal punto di vista del ricamo artistico. Di fronte al tronetto vescovile è un dipinto sul transito di San Giuseppe, attribuito al Domenichino, ma più probabilmente della sua scuola. Sotto il dipinto è la mensa per i paramenti vescovili, di stile commisto tra il fine '700 e lo stile impero. Del sec. XIX è anche, nella navata centrale, il pulpito marmorea recante lo stemma del vescovo Filippo Mincione. Anche questo pulpito proviene dalla vecchia cattedrale, dove era sistemato sopra il monumento marmoreo di San Nicola. All'inizio della navata è la pila marmorea dell'acqua santa.
La navata di sinistra si apre con il fonte battesimale, dalla base in verde antico, opera del XVII sec. Segue l'altare dell'imbocco, con ricami in verde e rame, del XIX sec. Al dipinto raffigurante
Santa Cecilia segue il secondo altare, quindi è la grande urna funeraria contenente i resti di San Fortunato martire. Questi provengono dal Cimitero romano di Santa Ciriaca, detto anche Agro Verano, dove furono rinvenuti i resti di gran numero di martiri cristiani. I pontefici romani si diedero cura di assegnare un nome anche agli ignoti, per cui papa Pio VI battezzo questi resti, ora conservati in Mileto, con il nome di Fortunato, ad indicare che fortunato in realtà era stato il martire a morire per la propria fede in una delle tante persecuzioni degli imperatori romani. I resti di San Fortunato Martire furono assegnati alla Cattedrale di Mileto dallo stesso Pio VI e ivi trasportati nel 1777 a cura del vescovo del tempo, monsignor Giuseppe Maria Carafa, il quale seguì il feretro durante il tragitto. Particolare venerazione ha questo santo anche a Cosenza, dove fu esposto per qualche tempo durante il viaggio del 1777. Lo scheletro è rivestito di abiti paramentali, ed è steso sul fianco, col cranio poggiante sulla destra. Nell'urna è anche un ampolla aspersa di sangue, e il tutto è autenticato da una pergamena del cardinale Colonna, che si conserva tra i documenti della Cattedrale.
Sul fondo della navata è la cappella del Santissimo, affrescata nelle tre pareti con la raffigurazione di Melchisedec a destra e di Elia svegliato dall'angelo a sinistra. Al centro: Il Sacro Cuore con corona di angeli. Alla parete di destra, precedente l'affresco, la Comunione di San Luigi Gonzaga fatta da San Carlo Borromeo di Giuseppe Naso. L'antico altare ha una porticina raffigurante l'ostensorio. Lampade di buona fattura artigianale decorano i lati dell'altare stesso.
È da citare infine nella cattedrale la pittura bizantina raffigurante San Nicola, mentre nella sagrestia si conserva una parte del tesoro della cattedrale, composto tra l'altro di un piviale del '500, di un piviale tessuto in oro, di un ricco omerale ricamato in oro, di sfere e reliquiari in argento. In argento sono anche i busti di San Nicola e di San Fortunato, i quali vengono esposti al pubblico in occasione delle relative feste
Non mancano altre reliquie di santi, con la relativa autentica. Tra queste è da ricordare, quella proveniente dalla Lipsanoteca del Convento di San Francesco a Ripa di Roma, qui condotta nel 1716 per concessione di papa Clemente XI.
L'ideale museo della cattedrale è a sua volta abbastanza consistente. E diciamo «ideale», perché in effetti manca di un locale adatto, e piccoli gioielli d'arte si trovano così disseminati in questo o quel posto, persino nel cortile della curia vicino alla torre campanaria, esposti alle intemperie ed al logorio incessante del tempo. Citiamo anzitutto il Crocefisso d'avorio, uscito dalla bottega michelangiolesca, che attualmente si conserva nel Seminario, e che viene esposto in Cattedrale soltanto durante i giorni della Settimana Santa. La montatura secentesca ha dato altra volta luogo anche a una diversa attribuzione, anche se in realtà sul valore cinquecentesco dell'avorio non esistono dubbi.
Nella sede del circolo parrocchiale è poi conservato il coperchio del sarcofago del Vescovo Goffredo Fazzari. Opera del XIV sec., la pietra reca in rilievo la figura del vescovo in abito pontificale. L'iscrizione è in caratteri cassinensi o beneventano-monacali, detti comunemente longobardi, e riporta:
Fazarus Bpiscopus Successoribus Suis Immo Quiescentibus Dicat Pastoribus. Elargiuntur Indulgentiae XL Dierum. Anno Domini MCCCXXXIX. Oct. Kal. Maias, XX Episcopatibus, Hanc Sepulturarri Fieri Fecit Rev. Episcopus Gaufridus, Episcopus Miletensis in Domino.
Nel cortile sono l'importantissima colonna, che testimonia l'introduzione del rito greco in Mileto con la scritta Dum£banti deÒj cÚrioj ca^ Tpef£uhu ¹m (Anno in quo - Deus dominus et illuxit nobis), il medaglione del '500 raffigurante San Gerlando, e vari residui di colonne e statuette marmoree di ogni tempo Si succedono così frammenti di trabeazione e frammenti di croce, resti di capitelli romanici, e residui di capitelli corinzii. E ancora statuette rinascimentali e bassorilievi medioevali, e lastre e colonne accumulate alla rinfusa ed in grande disordine. Una stanza della curia contiene il resto del «museo». Sono in essa: una statua di cavaliere dormiente, certamente scultura sepolcrale di arte già progredita, probabilmente del XV sec.; resti di tabernacolo; stemmi episcopali di diversa età, e tra essi uno del 1563; statuette mozze di età prerinascimentale; rilievi di putti, probabili cariatidi sepolcrali; rilievi del '400 con l'immagine del Cristo e di una santa; un trittico in bassorilievo con la raffigurazione di vari santi; frammenti di trabeazione di età diverse; rilievi di età medioevale con due santi, frammenti mozzi di teste di santi e di putti, e altri rilievi ancora, la cui osservazione riesce impossibile al visitatore perché completamente coperti dalle opere citate.
Nei pressi della Cattedrale è la Chiesa della Cattolica, legata all'istituzione del rito greco a Mileto Anche qui, come d'altronde s'è già detto, della vecchia Cattolica non resta che il nome. L'attuale architettura risale al sec, XIX, e la linea neoclassica, pur tra l'insieme che ricorda le costruzioni settecentesche, è abbastanza evidente. L'interno è raccolto e grazioso nella sua piccolezza quanto a dimensioni, e consta di tre piccole navate, con medaglioni in rilievo nella parte alta. Gli ingressi alle singole navate sono dati da tre graziose volte, una per parte. Sul fondo dell'altare sono due santi, e graziosi puttini che reggono candelabri Al centro: pala d'altare con Madonna in trono e santi, Anche l'altare centrale è di stile neoclassico, mentre sempre nella navata centrale è la statua di Maria Santissima della Cattolica, cui appunto è dedicata la chiesa, opera di Domenico De Lorenzo, risalente al 1787. La statua è aggraziata, sia nei volteggi, sia nell'arco espressivo dell'insieme, sia infine nella globalità della visione. La Cattolica è la terza chiesa di Calabria di questo nome, congiuntamente a quella di Stilo, ed all'altra, andata anch'essa distrutta, di Reggio Calabria. Sul fondo della navata di sinistra, è la statua di Sant'Anna, e vicino, un vecchio stipo con fregi e disegni comunissimi. Sempre nella navata di sinistra un quadro di San Giuseppe di autore artigianale, e la tomba funeraria del barone Filippo Taccone-Gallucci e della sua famiglia. La costruzione del sepolcro è del 1879.
Sul fondo della navata di destra è la statua dell'Addolorata. Ai piedi: Gesù nel sepolcro.
Lasciata la Cattolica, per la via del Seminario o per la via Duomo, si giunge alla piazza e alla Chiesa della Badia, o della SS. Trinità. Alla visione di questa chiesa un senso di tristezza non può fare a meno di invadere il visitatore, se questi è consapevole della storia della vecchia chiesa e della sua mole. La presente costruzione di/atti non data che dal 1930, e nel nome tuttavia si conserva l'eco di quella ch'è stata la chiesa della Badia con l'annesso monastero benedettino.
La storia architettonica di questa chiesa ora modesta, ma che meritò nel passato il nome di «Reale» è stata. tratteggiata nella parte riguardante le note d'arte e cultura. Qui ancora diamo tuttavia qualche cenno storico circa la sua importanza nel tempo. Questa difatti, che ora è solo la seconda parrocchia del centro, godé nel passato di vasti benefici e diversi privilegi, estendendo la sua giurisdizione su metà della cittadina e su vari altri centri, anche di altre diocesi, nel tempo che fu del Normanno. L'istituzione e dotazione di essa erano contenute in un diploma del Gran Conte Ruggero, redatto nel 1091, e fra i primi abati che la ressero furono lo stesso cognato del Gran Conte, Roberto, e il cronista Goffredo Malaterra. Ricca nel tempo di vari beni immobili, i suoi privilegi furono sempre regolarmente omologati con diverse Bolle. Nel 1446 fu concessa, tra l'altro, in commenda ad alcuni cardinali, a partire da Giuliano Barresio, e sempre vivi comunque furono i contrasti insorti, intorno alla giurisdizione temporale, tra essa e i vescovi di Mileto, e tra essa e la stessa Certosa di Santo Stefano del Bosco, in Serra San Bruno, anch'essa istituita per il concorso del Gran Conte Ruggero, oltre che naturalmente di San Brunone di Colonia. Nel 1577 la Badia fu incorporata con Bolla di Gregorio XIII nell'appena istituito Collegio greco di S. Atanasio in Roma, e tra i suoi protettori ebbe più tardi il cardinale Guglielmo Sirleto, e lo stesso Urbano VIII, ancora cardinale. Nel corso del sec. XVII, per i contrasti continuamente insorgenti con la sedia vescovile, il vescovo Virgilio Cappone inoltrò alla Santa Sede la richiesta di soppressione della Diocesi abbaziale. Si era nel 1620, e per tutto un secolo continuarono progressivamente le diminuzioni e i ridimensionamenti, disposti dai vari pontefici, della potestà abbaziale a favore naturalmente dei vescovi di Mileto. In fine, con la Bolla Ad exequendas, Clemente XI dispose nel 1717 che l'Abbazia della SS. Trinità dovesse dipendere dal Vescovado. Su questa decisione intervenne quindi il re di Napoli Ferdinando IV, il quale assegnò gran parte dei suoi beni fuori del territorio di Mileto all'Accademia delle Scienze di Napoli, decidendo anche che le carte, pergamene e la biblioteca di cui era ricca fossero consegnate all'Archivio della stessa Accademia. Anche su questo piano il terremoto del 1783, e i successivi, fecero il resto, fino alla scomparsa, avvenuta di recente, delle tavole di fondazione. Dei complesso di documenti di cui era ricca l'Abbazia, e la Chiesa, oggi non resta che un registro dei battesimi, dall'anno 1675 al I 700~ un secondo registro, sempre dei battesimi, che va dal 1775 al 1838, e infine un registro dei matrimoni degli anni compresi tra il 1775 ed il 1897, essendo primo parroco in questo tempo don Giuseppe Carnevale.
L'interno della chiesa, a piccola forma basilicale, reca sul lato sinistro una statua dell'Immacolata Concezione proveniente dalla vecchia chiesa distrutta dal terremoto del 1783, e di recente (1954) incoronata, su richiesta del parroco, don Vincenzo Pratticò. La scultura di fine levigatura, ancorché di fattura da considerarsi artigianale, come l'altra, più espressiva, dedicata all'Addolorata, risale forse al sec. XVII. Del sec. XVIII è invece la veneratissima statua di San Rocco, collocata sul lato destro. Anch 'essa di fattura artigianale, è interamente scolpita in legno, e la modestia dell'artista si riflette chiaramente nella modestia espressiva del Santo, colto nell'atteggiamento di evidenziare la piaga che lo travaglia. L'espressione, di raccolta tristezza, si illumina della lucentezza del rosato delle guance. Nella stessa edicola, che contiene la statua, è una reliquia consistente in un pezzetto di osso del santo: reliquia autenticata con decreto del 26 luglio 1750, rilasciato dal cardinale vicario del tempo, Ferdinando Guadagni.
Più tormentata, anche nelle pieghettature delle vesti, è la statua di San Francesco di Paola, anch 'essa di autore ignoto del sec. XVIII Forse entrambe queste statue si devono ad artisti locali di Serra San Bruno.
Al centro: pala d'altare raffigurante il Mistero della SS. Trinità. Nella parte inferiore sono San Benedetto, San Bruno e il Conte Ruggero. La pala è stata offerta alla chiesa dalla famiglia Taccone-Gallucci. Sulla base dell'altare, tondo in rilievo, proveniente dall'antica chiesa normanna, e sicuramente riportabile al sec. XI. Ai lati del tabernacolo, rilievi di angeli, anch'essi dell'antica chiesa.
Dei doviziosi paramenti, di cui la chiesa era dotata, oggi non rimane che un piviale del '700, ricamato in seta e oro, recante lo stemma dell'abate mitrato.
Sulla piazza antistante la chiesa, è la statua dell'Immacolata Concezione, opera di recente fattura.
Nei pressi della Chiesa della SS. Trinità è San Michele, completamente rovinata nella pur modesta facciata dalla brevissima torre campanaria che vi è stata aggiunta. Degna di menzione è la statua di San Michele Arcangelo, che si conserva nella chiesa, mentre un cenno qui ancora si dà della chiesa dell'Assunta nel rione detto di Calabrò, che conserva un'artigianale statua appunto dell'Assunta.
Non si può fare a meno di ricordare ancora qui le fiere e le feste religiose che si svolgano durante tutta l'estate, a periodi intermittenti, e che acquistano, come in tutto il sud, un vera e proprio sapore folkloristico. Aprono le fiere il 5 maggio, con quella detta di San Michele arcangelo, e proseguano quindi con la fiera di 5. Antonio (10-11-12 giugno), di Maria Santissima del Carmine (nei tre giorni precedenti la prima domenica di luglio), di San Rocca (nei tre giorni precedenti la seconda domenica d'agosto), di San Fortunato (nei tre giorni precedenti la seconda domenica di settembre), chiudendo da ultimo con la fiera detta di Borrello, che si svolge nei tre giorni precedenti la terza domenica di settembre. Le feste religiose, caratterizzate da luminarie, orchestrine, bande e fuochi artificiali, si svolgono in periodi analoghi; ma la maggiore è da considerare quella di San Rocco, che avviene nei tre giorni di fine settimana, susseguenti il 16 agosto, giorno appunto in cui il calendario romano ricorda il santo.
Sul piano artigianale è da ricordare l'ormai scomparsa lavorazione, sia pure fatta in termini semplici, dell'argilla, che fu sviluppatissima fino al secondo dopoguerra. Diverse esigenze di vita, e l'aspirazione ad una condizione più redditizia e più moderna, hanno portato alla logica estinzione di questa attività, che del resto puntava tutto il complesso della sua lavorazione sulle brocche e le quartiere.
La cittadina, colle sue borgate, ha una popolazione di circa 8.000 abitanti. Sono frazioni: Paravati, Comparni e San Giovanni, mentre Calabrò fa ormai parte, dal secondo dopoguerra, del centro stesso.
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