Lo svolgimento architettonico nella cittadina fu naturalmente puntualizzato soprattutto nel tempo di. Ruggero il Normanno, e in sostanza due furono i templi, poi completamente distrutti dai terremoti, che meritano di essere menzionati, oltre la Cattolica, in base alle memorie storiche, nei loro successivi rifacimenti: la Chiesa della SS. Trinità, o della Badia, e la Cattedrale. Accanto a queste, e lo si è già menzionato in precedenza, sorgevano poi un insieme di chiese minori, delle quali peraltro non è rimasta memoria che nel nome. Erano queste, e d'altronde lo si è già detto, dedicate rispettivamente a San Sebastiano, a San Giovanni Battista, a San Francesco Saverio, a San Martino a Sant'Angelo, a Sant'Antonio Abate e a Sant'Elia. Della vecchia Cattolica non rimangono documenti sufficienti a poter tratteggiare né la sua impostazione architettonica, né il contenuto della chiesa. Si vuole che essa sia stata una delle tre Cattoliche esistenti in Calabria, accanto a quella di Stilo, ed a quella, anch'essa andata poi distrutta ad opera dei terremoti, di Reggio. A titolo di curiosità indichiamo qui che la Cattolica di Stilo appartiene al X sec. e che essa dopo le distruzioni terremotali anche di Reggio Calabria, rimane come unico documento di architettura basiliana in Calabria. Legata alla fondazione della Cattolica in Mileto, è ovviamente la introduzione del rito greco, di cui rimane oggi a testimonianza la colonna con l'iscrizione greca già ricordata. Questa iscrizione manca però di un cenno preciso circa il tempo.
E' certo tuttavia che prima del giungere del Normanno a Mileto, la Cattolica doveva essere considerata come la chiesa più importante, e che l'opera di latinizzazione avviata e compiuta da Ruggero, la fece naturalmente e rapidamente scadere a chiesa di secondo ordine. Controverso è anche il tempo della costruzione della prima Cattedrale. Secondo alcuni, il tempio originario era antecedente alla venuta di Ruggero, e il Normanno l'avrebbe soltanto esteso ed arricchito, insomma trasformando la vecchia chiesa in Cattedrale, secondo altri questi avrebbe fatto erigere, oltre che la chiesa della Badia, anche la Cattedrale. In realtà il Normanno, oltre che per l'erezione della chiesa della SS. Trinità, fece trasportare da Vibona le colonne del tempio greco di Proserpina, anche per dare l'avvio alla costruzione della Cattedrale, nella quale, sia pure in misura minore che nel tempio della SS. Trinità, questi marmi furono profusi. Lo stesso ingresso alla cattedrale era delimitato sotto la porta maggiore, da una grande pietra lidia, anche detta eraclea, battezzata più tardi come pietra di paragone. Essa riportava il simulacro di Proserpina, mentre la scritta latina ricordava il tempo e la spesa sostenuta per il restauro del tempio, avvenuto in età romana:
N...L.VID.VIR.DL.Q. ClNCIUS
C.AVL.IIII.VIRI.D.SIGNUM.PROSERPINAE
REPICIENDUM.STATUENDUMQUE.ARASQ.
[REFICIENDAS
EX S,C.CURARUNT HS.D.
CCLXXXM.XC.FUERE Q.F.ORBIA.M.FJLIA.
Purtroppo nelle memorie non v'è cenno alcuno circa lo stile architettonico, almeno nei suoi particolari. Nel complesso l'architettura della facciata era romanico-normanna, e l'interno, a forma di croce, era diviso in tre navate culminanti nella trasversale e nel coro. Diciotto colonne senza base, e con capitello di marmo o anche di altra pietra, reggevano la divisione delle navate mentre vari archi, cappelle, ed un arco detto maggiore si distribuivano nell'insieme dell'edificio, che andò sempre incontro a restauri, rifacimenti, mutamenti, ed abbellimenti ad opera dei vescovi. Fondamentale a questo proposito fu il restauro, e le modifiche arrecate al tempio, da Goffredo Fazzari, vescovo dal 1334, il quale fece riporre sulla soglia la grande pietra lidia di cui s'è detto. Per il resto, il documento del memorialista non risale all'indietro del 1586, anno in cui venne redatta una piantina della cattedrale, così com'era sommariamente divisa all'interno a quel tempo. Si affianca a questa la piantina del 1782, che reca in sommari tratti le modifiche avvenute, sempre all'interno di essa, tra il 1586 ed il 1782, senza tuttavia dare alcuna specificazione di essi. Dopo la distruzione terremotale del 1783, essendo vescovo mons. Carafa, si diede luogo nel nuovo sito della città alla erezione di una cattedrale-baracca provvisoria, mentre la costruzione della nuova cattedrale non si ebbe che col vescovo Enrico Capece-Minutolo, eletto nel 1791: costruzione che venne a compimento e fu inaugurata nel novembre del 1823. Questa tuttavia fu completamente rielaborata e definita in forma più superba dal vescovo Filippo Mincione (1859). In stile neoclassico, e con una vasta cupola, si apriva con un atrio a peristilio, con sui pilastri anteriori due putti, probabilmente tratti dal monumento sepolcrale di Goffredo Fazzari. La profondità dell'interno era di circa 54 metri, mentre la larghezza di 24. Una serie di bassorilievi del XIII sec. ricordavano probabilmente San Nicola, ed inoltre un santo che abbatte il drago, Cristo coronato di spine, la religione cattolico-cristiana, San Benedetto, San Basilio, San Bernardo, San Bruno congiuntamente al Gran Conte normanno, la Madonna col bambino, Sant'Anna, Santa Caterina, e San Giovanni Battista. Al di sopra di essa era lo stemma della famiglia Sanseverino, mentre ai lati si collocavano i simboli degli evangelisti, Marco e Luca.
A tre navate anche questa, e con profusione di colonne marmo-ree, e di statue, doveva essere a sua volta rovinata dai terremoti del 1905 e del 1908.
Non diversa, per ciò che concerne le distruzioni terremotali, e naturalmente la storia architettonica della chiesa della Badia, o della SS. Trinità. Eretta da Ruggero, il quale volle farne un modello esemplare di chiesa a rito latino da contrapporre al predominante rito greco, essa con l'annesso monastero benedettino fu sempre particolarmente cara al Gran Conte. La sua costruzione venne iniziata dopo la fondazione dell'Abbazia, avvenuta nel 1061, ma non sarà ultimata che nel 1101. Anch'essa di stile romanico-normanno, la sua mole era assai ampia, e costruita con criteri architettonici precisi e validi. Variamente profusa inoltre di marmi e di colonne, queste ultime in parte provenivano sempre dal tempio di Proserpina in Vibona, soprattutto appositamente del resto fatte trasportare dal Gran Conte a Mileto. L'interno era diviso in tre navate, mentre annesso alla chiesa era il monastero benedettino, nel cui cortile, venne seppellito alla sua morte nel 1101 il Normanno.
L'edificio romanico-normanno venne d'altronde già distrutto dal terremoto del 1659, e la ricostruzione non poteva certamente prescindere dagli indirizzi barocchi del tempo. Nel nuovo tempio, inaugurato nel 1698, venne trasportata la salma del Normanno e della moglie Eremburga, dal vicino cortile-cimitero del monastero benedettino. Ed allora venne eretto, ad opera del romano Pietro Oderisio, il mausoleo, che ne conservò le spoglie fino alla distruzione terremotale del 1783: mausoleo che si collocava, tra colonne marmoree, proprio al centro della chiesa. Recava l'epigrafe:
Rogerius. Comes. Calabriae. et Siciliae.
Hanc. Sepulturam. Fecit. Petrus. Oderisius. Magister.
[Romanus.
In Memoriam.
Hoc. Quicumque. Leges. Dic. Sit. Ei Requies.
Rogerius Comes Calabriae et Siciliae Tancredi filius, Roberti Guiscardi Frater, Rogerii primi regis Siciliae pater, S. Brunoni carus, Deiparae Virginis ope igitur protectus, pulsis a Sicilia Saracenis, fundata et ditata hac Abbatia et Basilica et Sanctissimae Trinitatis dicata, extructo ampio monasterio, et monachis Ordinis S. Benedicti ad inhabitandum et regendum tradito, pluribus alìis Monasteriis, Abbatitis Episcopatibus, per Calabriam et Siciliam fundatis, repartis, ditatis; annum agens supra septuagesimum Mileti moritur undecimo Kalendas Iulii, anno MCI et in hac Basilica regio funere tumulatur hac epigrafe:
Linguens terrenas migravit Duc ad amoenas
Rogerius Sedes, nam Coeli detinet aedes.
INSTAURATA TANTI PRICIPIS ET FUNDATORIS MEMORIA
ANNO MDCC.
Al primo tempio della SS. Trinità naturalmente lavorarono all'origine i marmorari normanni, che seguirono la corte del conte Ruggero a Mileto, e che continuarono a eseguire lavorazioni di stile durante tutta l'età normanna. Sulla forma a croce, le tre navate e le dodici colonne, che costituivano l'insieme, si elevava altissima ed elegante, la cupola sostenuta da pile di colonne di differente colore. Ed è interessante notare a questo punto lo sbigottimento che destò nel poeta popolaresco la caduta di essa in seguito al terremoto del 1659.
Nell'altare maggiore si leggevano i versi:
Hoc condi iussit iam iam Vincentius Abbas
Palmerius Palmae, Parthenopoeus Honor.
Milleque quingentis quadraginta tenebat et annis
Virginis e partu Sol sua signa ferens.
Poplitibus flexis ipsum, mortalis, adores:
Totius hic mundi nempe Redemptor adest.
Nel vecchio tempio normanno, crollato il 1659, il tabernacolo era stato difatti ricostruito secondo nuovi criteri d'arte nel 1340, essendo appunto abate Don Vincenzo Palmieri napoletano. Presso l'altare maggiore poi era il coro ed un nobile organo. Di fronte alla tribuna una lapide, la cui iscrizione venne riportata nella sua collezione dal Muratori:
Procope manus Lebo contra Deum
Qui me Innocentem
Sustulit
Quae vixit Anno XX
Posuit Procius.
Da ricordare in queste note è la graziosa cappella, eretta nel corso del sec. XIV da Ruggero Sanseverino, e dedicata all'Annunziata. Finemente definita, e con la lavorazioni variegate in marmo, essa conteneva i sarcofaghi di Ruggero e di Enrico Sanseverino. Recava la memoria di Ruggero Sanseverino:
Rugerii de Sancto Severino iuvenis Domini sub mille
[trecentis
octuaginta tamen octo currenteque dena
ad dominum suum migravit umbra felicis
inditione lulii micante ultima luce
illius decorum virtutum undique corpus
iste lapis plenum claudit sub decore tanto
ipsius dignet animam recolligere Christus.
Dopo i terremoti del sec. XVII la memoria di marmo, che copriva il tumulto di Enrico Sanseverino, eretto con più magnificenza che non quello di Ruggero, fu trasportata sopra la porta di San Cristoforo. L'iscrizione, in lettere gotiche, recava:
Currite fideles ad Templum currite omnes
Quod meum Henricum fundavit mente devota
Mueti Bellique Comes Castrensis sub Aurus
Nonaginta bino dum essent mille trecentis
Iudicio geniti miscurrens binaque dena
Lucida fluebat novembris nonaque mensis.
Più coerente e più documentato, che non quello architettonico, e lo svolgimento della cultura locale in Mileto, e nel suo mandamento. Per una storia di essa bisogna partire dal Malaterra il quale col suo De Rebus gestis Rogerii comitis costituisce la fonte più illustre per la conoscenza del tempo di Ruggero. Il Malaterra fu monaco della Badia della SS. Trinità. E il primo abate della Badia, Roberto, cognato del Gran Conte, introdusse a sua volta nell'Abbazia gli usi della Badia di S. Evrolo in Normandia. Ad essi bisogna aggiungere nello stesso sec. XI-XII San Gerlando, Primicerio della Cattedrale, il quale però si trasferì presto in Sicilia, dove era stato eletto vescovo di Agrigento.
Del sec. XV è il poeta detto Cicco, citato in un codice buccoliniano. Dello stesso secolo il domenicano Paolo, mentre a Gian Luca Conforto, cantore della Cappella Pontificia nel 1591, è dovuto uno studio sulle regole armoniche.
Gabriele Barrio nasce a Francica nel 1510. Sacerdote, addetto alla corte dei Sanseverino, passò più tardi al seguito del cardinale Guglielmo Sirleto. Fondamentale è il suo De antiquitate et situ Calabriae, che aprì la serie dei trattati storici concernenti la Calabria, e che costituì fonte di notizie e informazioni anche per autori di vari secoli successivi, come per lo stesso Lenormant.
Al De antiquitate seguirono i volumi della Pro lingua latina., del De antiquitate Romae e del De laudibus Italiae, notevoli per vari e diversi interessi.
In questo tempo si colloca la controversa vicenda di Maria Edvige Pittarelli, nata in Francica nel 1485 e morta nel 1566. Sull'autenticità dei suoi versi intervenne difatti il Croce nella Critica (XXIX, 3, marzo 1931), annotando che essi erano da considerare piuttosto una falsificazione compiuta durante il Settecento. Sulla scia del Croce si pose anche il Galati in un articolo dell'Archivio storico per la Calabria e la Lucania (I, 3, marzo 1931). Ciò nonostante la poesia della Pittarelli, o del suo falsificatore, è piena di immagini della vita del tempo. Anche lo stile è di chiara ispirazione rinascimentale. L'eventuale settecentesco estensore seppe perfettamente calarsi nell'atmosfera dell'età che era stata della Pittarelli, e interpretarne i sensi più veri e profondi. Si vedano, ad esempio i versi indirizzati al Barrio:
In questa valle tenebrosa ed ima
ove, Barrio, beltà qual fior trapassa
ove del tempo struggitor non lassa
le grandezze immortal l'avida lima.
O quelli composti in occasione della concessione dell'isola di Malta ai cavalieri di Rodi:
Se voi finor da cavalieri erranti
ridusse ostil furor per vario lido
onde crebbe vieppiù l'altero grido
che n'empie il suol dei vostri pregi e vanti.
Gran parte di queste composizioni sono costituite da elegie, cui si aggiungono undici epigrammi: Diversa illustria virorum edita in authorem Elogia. Seguono liriche in onore di Carlo V, in occasione della sua incoronazione nel 1530, del Gran Capitano Consalvo de Cordova, di Camillo Pignatelli, figlio del viceré di Sicilia e dei vescovi di Mileto rispettivamente monsignor Della Valle, che fu successivamente eletto cardinale, e Quinzio De Rusticus, vescovo dal 1523 al 1566. Alla seconda moglie di Pietro Antonio Sanseverino, principe di Bisignano, è dedicata una elegia latina che inizia:
Edita regali gaudis de sanguine Ferina
Sanctoseverini Principis unus amor.
Si alternano le poesie italiane alle latine. Nelle prime la delicatezza del sentire e la grazia espressiva potrebbero persino ricordare la poesia di donne della Rinascenza come Tullia d'Aragona o Veronica Gambara, Gaspara Stampa o Tarquinia Molza:
Placido ruscelletto
dal soave concerto,
che in verdeggiante e ben fiorito letto,
corri col pié d'argento
l'onde tue dolci e chiare.
Si dispera la poetessa per la perdita dei suoi versi, dati alle fiamme in un momento di sconforto:
Qual usignuol che da man sua nemica
la sua prole involar veggia dal nido
a lui d'intorno con pietoso grido
girando, sé di duol pasce e nutrica.
O da' espressione alla lotta che dentro di sé la travaglia, contrasto tra ascetismo e letteratura, rivolgendosi alle Muse:
Belle dive di Pindo,
che il cor del mio Gesù mi traviate
lasciatemi lasciate
goder quella beltà, che m'innamora;
datemi pace un'ora,
ch'io goder possa il suo celeste viso,
et assaggi qui 'n terra il paradiso.
In tutti i suoi versi scorre come eco riflessa la grazia e la pieghevolezza del dire, il senso armonioso del canto: poesia minore, ma di ottimo conio, sulla quale purtroppo non è possibile soffermarci oltre in queste brevi note.
Tra la fine del sec. XVI e il principio del XVII si colloca la figura del giureconsulto Jacopo Gagliardi, citato dal catalogo casanatense, autore di alcuni trattati di legge. Facitori di versi sono Diego Santoro e Domenico Sodaro, mentre una maggiore importanza cuiturale ha Michele Agapito, agostimano, cultore di poesia latina. Domenico Fiumara, nato nel 1580 e divenuto chierico regolare minore, fu autore di opere ecclesiastiche pubblicate a Napoli presso Ottavio Beltramo. Citiamo il Caerimoniale Clericorum Minorium (1631), il Directorium Mentalis Orationis (1635), e l'Epitome sopra gli Evangeli, ovvero il Sacro contesto delle opere domenicali (1646). Il Fiuniara mori a Napoli nel 1650.
Gian Luca Fenech, vissuto tra la fine del '600 e i primi del '700, fu a sua volta autore di un Flores casuum moralium (1700), mentre facitore di un trattato sulle Regole per ben trasportare ogni composizione per tutti i tuoni e mezzi tuoni possibih della musica (1759) si fece Alfonso Piperni, maestro di violino.
Al sec. XVIII appartengono anche i memorialisti di cronaca locale Luigi Piperni ed Uriele Maria Napolione. Arcade, ma autore di opere legali, fu Paolano Maria Comerci (1724-1803), discepolo del Genovesi, iscritto all'Accademia Sebezia col nome di Pollione, e alla tropeana «Accademia degli Affaticati» col nome di Violentato Coactus. Nicola Comerci (n£ 1782) a sua volta si trasferì a Napoli, dove ebbe a collaboratori numerosi scienziati, facendosi inoltre fondatore di un Ateneo letterario-tipografico. Dal 1826 al 1832, il Comerci fu direttore dell'«Ateneo di Scienze Morali, Letteratura, Arti ed Industrie», e successivamente divenne Visitatore dei Regi Archivi del Regno. Poeta di qualche valore è in questo tempo P. Rosario Borgia, autore di versi e di un poemetto, mentre di medicina scrisse Francesco Carlizzi (nato a lonadi - morto a Napoli nel 1857), medico di corte e chirurgo maggiore delle Guardie del Corpo Reali. Suo omonimo il Carlizzi, nato a lonadi nel 1842 e morto a Napoli nel 1916. Questi fu amico del De Sanctis, di Carlo Poerio e del Settembrini. Professore di diritto civile all'Università di Napoli, collaborò a «L'Italia», organo dell'Associazione Unitaria Costituzionale diretta dal De Sanctis. Di San Costantino (1852-1901) fu Filippo Lombardi Comite, avvocato e letterato, autore di una Raccolta di massime e sentenze scelte dai maggiori poeti antichi e moderni (1905), mentre un posto a sé guadagna il barone Nicola Taccone-Gallucci (n. nel 1847, morto a Messina nel 1905), che è certamente da considerarsi filosofo di certa importanza e, benché limitato, saggista di valore su un piano più propriamente ampio, aperto a vari influssi della cultura conservatrice del tempo. Il suo pensiero, fondato sulle basi della corrente filosofica cattolica avversa al positivismo, si esprime soprattutto negli studi estetici de L'Uomo-Dio (1881-82), ma trova basi di strumentazione di certa solidità anche in opere come il Saggio d'Estetica (1867-68), La Vergine-Madre e l'Arte cristiana (1870), l'introduzione filosofica allo studio dell'Arte Indiana (1870), e in Ideale e Verismo (1882) Iscritto all'Accademia di Religione e all'Arcadia di Roma, il Taccone-Gallucci si acquistò la benevolenza di Pio IX e di Leone XIII, che gli trasmisero in varie occasioni diversi Brevi. Il suo carteggio è vasto, e abbraccia personalità di vario temperamento, dal Baruffi a Rafael Caño, da Cesare Cantù a E. Keller, da N. Laforet ad A. Reichensperger, e fino al visconte di Tocqueville, fratello di Alexis.
Il fratello di lui, Domenico Taccone-Gallucci (n. nel 1852, morto a Roma nel 1917) fu canonico penitenziere della Cattedrale, e successivamente vescovo di Troppa, arcivescovo di Costanza e Scizia, canonico della Basilica Liberiana, consultore del Supremo Tribunale della Segnatura, e Referendario. Studioso di storia artistica e religiosa delle Calabrie, nonché di Mileto e della sua diocesi, fu, tra l'altro, autore di una Monografia della Patriarcale Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, e di una Monografia del Cardinale Guglielmo Sirleto nel sec. XVI. Di certo rilievo sono da considerare inoltre le Epigrafi cristiane del Bruzio raccolte ed annotate, e la Monografia di Storia Calabra Ecclesiastica.
Scienziato di vario valore fu, a sua volta, Rosario Labozzetta (n nel 1879, morto a Roma nel 1919), direttore dell'Osservatorio Sismico e Meteorologico di Mileto, canonico della Cattedrale, professore di scienze nel Seminario Pontificio Lateranense, amico dell'Alfani, di Pietro Maffi, del Percalli, autore di numerosi scritti scientifici.
Autore di poesie inedite fu Francesco Paolo Scuteri (1860-1928), notaro e farmacista, mentre Vincenzo Lombardi (n. nel 1873, morto a Nicotera nel 1929), volse i suoi interessi soprattutto all'opera di Pietro Aretino, che approfondì sotto diversi aspetti, e per diverse angolazioni visuali. Così ne Il Marescalco di Pietro Aretino (1901), e ne L'Epistolario di Pietro Aretino (1905).
Cantore della Cattedrale e dottore in lettere fu invece Fortunato Artusa, spentosi giovanissimo (1899-1926), il quale si interessò a Nicola Salerno, umanista cosentino del sec. XVI, mentre varie vo]te consigliere provinciale e sindaco della città fu Carmine Nàccari avvocato, autore di alcuni Cenni storici intorno alla Città di Mileto (1931).
Monsignor Francesco Pititto, spentosi negli anni sessanta, guadagna un buon posto sia nella storiografia locale, sia in quella più generale riguardante la Calabria. Il Pititto fu tra l'altro direttore, congiuntamente ad Ettore Capialbi, dell'Archivio Storico della Calabria, negli anni tra il 1913 ed il 1917, ed autore di monografie di certo valore, tra cui La Battaglia di Mileto del 28 maggio 1807. Poeta popolaresco di facile vena fu durante tutta la sua vita, trascorsa da originale, Gaetano Lombardi, spentosi anch'egli durante il secondo dopoguerra, mentre un cenno qui merita anche l'oratoria forense che ebbe in tutto il suo corso esponenti illustri come Vincenzo Lombardi (n. nel 1826, morto a Catanzaro nel 1891), avvocato principe del foro di Catanzaro, e i già ricordati Filippo Lombardi Comite e on. Nicola Lombardi, più volte deputato, aventiniano, militante socialriformista, rimasto ancorato, come del resto s'è già notato, nel ricordo popolare alle lotte politiche prefasciste.
Per una storia della cultura in Mileto non si può infine prescindere dall'apporto determinante di vescovi illustri, e soprattutto del capitolo cattedrale e del clero in genere, il quale annoverò sempre tra i suoi esponenti uomini di larga dottrina e di adeguata cultura. Così per restringerci al corso del secolo XIX, il can. arciprete Domenico Conia, oratore e poeta, il can. Francesco Manfrida, il can. teologo Calasanzio Fragalà, autore di un Compendio di teologia morale, il can. Nicola Buffone, il can. Domenico Antonio Greco il can. Domenico Pasceri, il can. Domenico Cerantonio, l'abate Francesco Paolo Scuteri, parroco per oltre un trentennio della SS. Trinità e insigne latinista, l'abate mons. Francesco Gulotta, il dotto basiliano Giovanni Crisostomo Scarfò, e tutta una schiera di altri che operarono anche come insegnanti nel Seminario fin dall'anno di sua fondazione nel 1449. Concludiamo a questo punto queste brevi note, e nel fare un bilancio, e nel dare un giudIzio, nSII questo insieme di attività Intellettuale, non si può naturalmente prescindere dal peso della tradizione. Cultura accademica e tradizionale, nel suo complesso, ma che non manca dell'apporto intellettuale di un Barrio, o della sensibilità delicata di una Pittarelli, o di chi per lei. Per il resto, i suoi espressori furono uomini tutti che appartennero a vari tempi, a diverse angolazioni di pensiero, a diversissimi svolgimenti di vita, e che ognuno per suo conto, in piccola o in grande forma, portò però il suo contributo, sia pure modesto, al più generale svolgimento della cultura nel tempo |