6/2/2012
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Storia di Mileto: la nuova Mileto

3. LA NUOVA MILETO

 Il disastro terremotale delle Calabrie del 1783 produsse a Napoli enorme impressione. Generale organizzatore degli immediati soccorsi fu nominato Francesco Pignatelli, e medici, ingegneri, aiuti in cibarie, in vestì ed in denaro liquido vennero subito inviati. Intanto una coorte di accademici e di scienziati, costituiti in commis­sione, veniva inviata sul posto. Diretta dal Sarconi, essa era composta da accademici, quali l'abate Nicola Pacifico, Angelo Fasano, il padre Eliseo, il padre Antonio Minasi, e da soci accademici, quali Giulio Candida, Giuseppe Stefanelli, Luigi Sebastiani, Pompeo Schiantarelli, Ignazio Stile e Bernardino Rulli. L'anno successivo al disastro, per porre rimedio agli ingentissimi danni subiti dalle popolazioni, Ferdinando IV dispone poi la creazione della «Cassa Sacra», la quale devolve le rendite di monasteri, conventi e luoghi pii, le ren­dite stesse dei vescovadi ed un terzo delle rendite delle sedi vacanti alla ricostruzione materiale e morale del paese. Il fondo così costi­tuitosi e consistente in diversi milioni di ducati viene affidato per l'amministrazione ad una « Giunta di Cassa Sacra » con sede in Catanzaro, presieduta dal vescovo di Catanzaro e composta dal pre­side della provincia, dal Capo Ruota del Tribunale e dall'Avvocato Fiscale, ai quali successivamente si aggiunsero l'Avvocato dei poveri, un Procuratore fiscale, e una serie di Cancellieri ed Ufficiali detti Ispettori di Cassa Sacra, i quali si installarono via via in Reggio, Catanzaro, Gerace e Monteleone.

Non si puntualizzano qui, né si evidenziano le polemiche che si aprirono intorno a questa coorte di amministratori, di ispettori, di ingegneri, d'architetti e di semplici impiegati reclutati intorno alla «Giunta di Cassa Sacra». Il paese tuttavia trasse un beneficio dal. l'estensione attuata in seguito dei poteri della Giunta di Cassa Sacra, la quale fu investita dell'incarico di studiare e dare effetto a tutte le riforme possibili onde ridare alle Calabrie la perduta prosperità, con ciò allargando i suoi interessi alle diverse attività municipali, alle imposte, all'annona, alla pubblica istruzione, all'industria, al commercio e, ovviamente, alle opere pubbliche. La Giunta di Cassa Sacra fu alfine collegata in Napoli con una «Suprema Giunta di Cor­rispondenza della Cassa Sacra» nel novembre del 1784, quando peraltro l'opera di riedificazione e di riparazione ai danni terremotali era stata già iniziata.

A Mileto difatti, già nei primi mesi del 1784, si dà l'avvio alla costruzione della nuova città, la quale, come del resto s'è già riferito, avviene circa tre chilometri ad ovest del vecchio sito laddove sorgeva la Villa del Vescovo.

Sindaco della città in quell'anno 1784 è il dott. Curzio Pata, tecnici del Governo Napoletano sono l'ing. Pietro Frangipane e l'ar­chitetto Vincenzo Ferraresi. Firmano la «Nuova Pianta» il Ferra­resi, A. Winspeare, F. La Vega e l'incisore G. Guerra. E la costru­zione «ex novo» della città procede abbastanza rapidamente, pur tra le baracche, se si considera che nel 1799 essa è ormai definita, nelle sue linee complessive e generali. In quell'anno il cardinale Ruffo fissa in essa uno dei centri di raccolta delle sue bande dirette alla volta di Napoli per soffocare la Repubblica Napoletana, sorta nel gennaio 1799. Ed è del resto proprio a Mileto e nella zona circo­stante che avviene una generale sollevazione controrivoluzionaria avverso la Repubblica Napoletana ed avverso il movimentò giacobino diffusosi anche nelle Calabrie. Nelle Calabrie d'altra parte l'esperimen­to repubblicano doveva riuscire effimero proprio per il sopravvenire delle masse sanfedistiche del Ruffo, che fanno di Mileto uno dei loro primi centri di raccolta. Nella città l'albero della libertà era stato piantato al sopravvenire da Napoli delle notizie concernenti il sorgere nel gennaio 1799 della Repubblica, nonostante l'opposizione del vescovo, monsignor Capece Minutolo dei principi di Canosa; ma la durata di quello non superò la settimana[1]. Oscuri rimasero anche gli autori del provvisorio cambiamento di governo. E infatti, se all'arrivo del Ruffo, imputata del mutamento in senso repubblicano fu dapprima la famiglia Prestia, essa venne esclusa in seguito dall'aver partecipato al fatto, dietro la favorevole deposizione dello stesso vescovo, il quale si dimostrò tra i più attivi, nella sua qualità di «papa delle Calabrie» (come con una certa esagerazione veniva definito anche dai repubblicani), nel reprimere il moto rivoluzionario. E certamente a Mileto, ancor prima del giungere del cardinale Ruffo egli dové contribuire allo scatenarsi della controrivoluzione realista, che coinvolse anche i dintorni. E che si concretizzò, nel tempo inter­corso tra la proclamazione della Repubblica Napoletana e il giungere dei sanfedisti del Ruffo, come rivolta realistica fatta soprattutto di ansia e di nervosismo, timorosa più che avversa a qualsiasi forma di giacobinismo. Nella immediata attesa poi del giungere del cardinale Ruffo, il quale sbarcato a Catona con pochi uomini l'8 febbraio 1799 aveva fissato Mileto, congiuntamente a Palmi, come luogo di rac­colta delle masse sanfedistiche, il nervosismo e gli occasionali assalti contro i giacobini si fanno più intensi. Tipico è l'episodio avvenuto nella frazione di Paravati alla vigilia dell'ingresso del Ruffo, allor­quando gruppi di giacobini fuggiti da Polistena tentano di passare per Mileto per raggiungere Monteleone, rimasta repubblicana. Rac­conta il Calcaterra[2] il sopravvenire di questi a Paravati, proprio nell'ora in cui i contadini andavano rientrando dai campi nelle loro case: « A piè di quella salita, era l'ora che quei villici scendevano per i loro campi, vedendo i patrioti a cavallo seguiti da buon numero di armati, rifecero la salita gridando nel villaggio: Salvate i ragazzi, salvate le donne, arrivano i giacobini. A stormo suona la campana. Danno di mano alla prima arma che loro riesce, ronca, spiedo, ba­stone, tridente, coltelli, fucili.. - Su Paravati il capopopolo Tobia Solano col parroco portante alla cintola due pistoloni e in mano un crocefisso, seguiti da pochi audaci si fanno contro ai Polistenesi, gridando loro la resa o che sono tutti morti. I patrioti cercano par­lamentare. Don Giuseppe Ferraro consegna il fucile del figlio Giovanfrancesco, nasconde la coccarda tricolore, accosta il parroco e il Solano; ma il popolaccio lo accerchia e le donne furibonde shiamaz­zano. Lo si scavalca, lo si lacera ed egli in silenzio soffre tutto. Fu vano al conte Milano gridarsi nipote del vescovo Minutolo, tanto meritatamente rispettato in quei luoghi, ché lo incorse la stessa sorte. I Paravatesi, crescendo di audacia, si avventano contro il nucleo di patrioti e avviene scambio di fucilate, Francesco Ferraro ardente di vendetta per le sevizie del padre, si spinge il primo contro la canaglia e ne resta sopraffatto. Pochi riescono alla fuga su buoni cavalli...». Gli altri sono fatti tutti prigionieri e avvinti con funi. Si fa quindi la conta dei valori catturati. E prosegue il Calcaterra. «Ne fanno lo spoglio pei valore di oltre 12.000 ducati in danaro, di ricche armi, di orologi, di cavalli; e la briga fu a stento sedata da intervento dei loro capi più autorevoli per tante promesse di ulteriore bottino. Trascinati in trionfo per le vie di Paravati, sono chiusi in separate stanze nel casino del signor Fazzari di Tropea. Sulla sorte degli arrestati erano divisi i pareri; il vescovo Minutolo si affannò indarno di aver liberato almeno il nipote conte Milano. I più feroci sitivano la morte; altri proponean di portarli incontro al Cardinale, che, sebbene ancora lontano, si dicea arrivato a Rosarno. Il prete Martire con alla testa una accolta di briganti si annunziava avanguardia del Cardinale, pretendendo la consegna dei prigionieri; e nelle resistenze del Solano, si venne alla transazione di menarli assieme incontro al Cardinale. La dimane marciavano per Rosarno, ma nel Borrello tra Pedavolesi e Paravatesi surse briga e corsero peri­colo i prigionieri di venire massacrati. In seguito ai trionfi del Cardinale furono cacciati nella Cittadella di Messina e di là nelle fosse della Favignana, sepolcro dei perseguitati del Borbone».

Il cardinale Ruffo giunge a Mileto qualche giorno dopo questo episodio, il 23 febbraio, e le sue previsioni circa la sollevazione realista dei paesi intorno a Monteleone, nonché circa la convergenza delle bande sanfedistiche nella cittadina sede della più vasta diocesi delle Calabrie, si mostrano più che fondate. In quei giorni scrive lo stesso Fabrizio Ruffo all'Acton[3]: «Sono giunto a Mileto, dove secondo l'appuntamento sono con mio piacere concorse quelle popo­lazioni che erano state da me indicate, quasi tutte con armi, ed ascendono presso ad otto in diecimila persone». Il cardinale si trat­tiene a Mileto per sei giorni, dal 23 al 28 febbraio 1799, e qui riceve1 sia i deputati delle città repubblicane ridivenute realiste, come Tro­pea, Cortale, ecc., sia i numerosi corrieri realisti qui giunti da ogni luogo della Calabria Ultra e persino dalla Calabria Citra. Della resa di Monteleone rimasta repubblicana pressoché fino in fondo, si fa arbitro con successo il vescovo Capece-Minutolo, intervenuto nella città repubblicana per dissuadere i più accesi che si pronun­ziavano per la resistenza a tutti i costi. Lo stesso vescovo Capace-­Minutolo interverrà successivamente nella repressione, sia per far condannare sia per far assolvere vari repubblicani residenti nella diocesi. Il cardinale Ruffo, che si è insediato nella Baracca Vescovile, procede all'ordinamento della massa sanfedistica con la formazione di otto compagnie di truppe regolari, raggruppate in un Reggimento di Reali Calabresi. E qui in realtà nasce l'Armata Sanfedistica vera e propria con convenuti di ogni parte della Calabria Ultra, e persino di paesi dello lonio, come Gagliato, Davoli, Badolato, Girifalco,

S. Andrea, Cardinale ecc. Da Mileto poi la massa si muoverà e si ingrosserà enormemente via via, fino a giungere per due strade a Napoli, che cadrà il 13 giugno 1799.

Qualche anno più tardi (1806), divenuto Giuseppe Bonaparte re di Napoli, la città si fa invece antiborbonica, e alla testa del movimento si pongono vari cittadini tra i migliori, come Giuseppe Catania, Domenico Sbaglia, Giuseppe Pata, Antonio Romano, Fran­cesco Paolo Prestia, Giuseppe Sciumà. La reazione borbonica è tuttavia ancora violenta, e anzi bande di borbonici composte di banditi, e dei corrispondenti calabresi dei napoletani «lazzari», si diffondono nelle Calabrie all'assalto di prede francesi. Una di tali bande, costituita a Pedace dai borbonici Ghiocca, Marone, Pirano, Foglia, Amantea e Ferraro passa per la cittadina diretta verso la Sicilia, dove, come il solito, si è rifugiato Ferdinando IV. E si dà a devastare le case e i palazzi, e a rubare nelle chiese. Impadronitisi poi degli antiborbonici più accesi, e cioè del Catania, dello Sbaglia, del Pata, del Romano, del Prestia e dello Sciumà, li fucila in piazza Avati, corrispondente al luogo dove oggi sorge il palazzo comunale, mentre il palazzo dello Sbaglia viene completamente diroccato.

Nel quadro delle lotte condotte dai francesi per liberare defini­tivamente le Calabrie dai residui borbonici avviene l'anno successivo (28 maggio 1807) la battaglia di Mileto, un episodio che segna tuttavia la fine ingloriosa delle restanti speranze di Ferdinando IV di tornare sul trono di Napoli occupato da Giuseppe Bonaparte, e che contrappone le truppe borboniche del principe Luigi d'Assia Philippsthal, e quelle francesi del generale Reynier, succeduto al Massena al comando delle forze di repressione del banditismo e della sollevazione borbonica. La caduta di Maratea (8 dicembre 1806, quella di Crotone (8 gennaio 1807) e di Amantea (7 febbraio 1807), e l'ormai definitiva occupazione francese delle Calabrie, avevano difatti indotto Ferdinando IV e il governo di Palermo a tentare un'ulteriore invasione del Regno con uno sbarco a Reggio. Capo della spedizione viene appunto creato il principe Luigi d'Assia Philippsthal, il quale sbarca a Reggio il 9 maggio 1807 con un contin­gente di circa 3.500 uomini e avanza quindi sulla grande strada delle Calabrie, fidando in una nuova sollevazione, che tuttavia non si verifica. Il 26 maggio il Philippsthal è a Mileto, mentre l'eser­cito si appresta a scendere contro di esso, forte di circa 5.000 uomini, Il Philippsthal esita, vanamente con­sigliato dai suoi aiutanti, il colonnello Nunziante e il tenente colon­nello Bardot, di evitare la battaglia. Lo scontro avviene la mattina del 28, e i borbonici vengono sconfitti ed inseguiti fino a Reggio, dove il Philippsthal ripara sempre a capo di una spedizione, che in realtà era stata male organizzata, e altrettanto malamente guidata.

Le perdite borboniche, in seguito alla battaglia, ammontano a circa 1500 uomini, quelle francesi, che sono meno note, a circa 400 tra morti e feriti. Con questo episodio si chiudono i tentativi borbonici volti a riconquistare ai francesi il perduto regno, e nella cittadina si dà luogo a segni di esultanza, e anche di violenta rea­zione contro il fiduciario di Ferdinando IV, don Fortunato Lacquaniti. Poiché il Lacquaniti si è rifugiato in Sicilia, gli abitanti, memori della fucilazione borbonica di piazza Avati, assaltano il suo palazzo e lo demoliscono.

Conosce quindi il piccolo centro, sotto Giuseppe Bonaparte prima, ma soprattutto sotto Gioacchino Murat dopo (1808-1815), un periodo di relativa floridezza. E vi si installa una divisione di truppe francesi comandati da Ufficiali Generali, che risiedono nel Palazzo Vescovile. Gli ufficiali subalterni sono invece ospiti di varie famiglie, seguendo l'uso del tempo, così com'è del resto ottimamente esposto dal Rilliet nella sua Tournée en Calabra. Tra gli ospiti è Paul Courier, nella sua qualità di ufficiale dello Stato Maggiore del Maresciallo Reynier, ed egli, della città e delle abitudini e dello spirito dei cittadini, e più in generale dei calabresi, parla nelle lettere inviate a Parigi ad un suo collega Leduc. Si apre anche un piccolo teatro, e si provvede a trasportare dalla vecchia Mileto, distrutta dal terremoto del 1783, superstiti antichità e pregevoli cose. Si dà l'avvio infine alla costru­zione di un lungo acquedotto.

Col ritorno dei Borboni e di Ferdinando IV, divenuto I delle Due Sicilie, nel 1815, si diffonde nelle Calabrie prima la Carboneria e successivamente la setta dell'«Unità Italiana» e la Giovane Italia. Non v'è centro sia pure piccolo, che non abbia una « vendita » car­bonara prima, un comitato di affiliazione alla setta dell'«Unità Italiana», o alla Giovane Italia poi. Del resto il complesso dell'or­ganizzazione carbonara è fenomeno anzitutto meridionale, diffusosi più tardi in tutta Italia.

A Mileto aderiscono prima alle «vendite» e quindi ai «co­mitati», i componenti di varie famiglie tra le più illustri, sia per censo sia per posizione sociale. Così i Talotta, gli Agnini, gli Otta­viano, i Pata, i Bartuli, i Pata Dominelli, gli Scarano, i Nàccari, i Cefalà, i Sarlo e altri ancora. La corrispondenza avviene con i comitati di Catanzaro e di Reggio. La città è partecipe dell'insur­rezione del 1847, anticipatrice della rivoluzione del 1848. Quando poi Ferdinando I è costretto a concedere la costituzione, viene creata la Guardia Nazionale, essendo capitani i cittadini Domenico Antonio Accorinti e Michele Pata. Revocata quella da re Ferdinando, vari cittadini di Mileto partecipano al moto insurrezionale della pro­vincia di Calabria Ulteriore, diretto da Francesco Stocco che assume il comando a Filadelfia. Così, nella successiva reazione, seguita alla rapida e violenta repressione del Nunziate, vari cittadini di Mileto vengono colpiti: alcuni coll'esilio, altri, come il dott. Pasquale Acco­rinti, il farmacista Filippo Bartuli, e il dott. Benedetto Accorinti colla condanna ai bagni penali, durata peraltro per vari anni.

In questo tempo la città è risanata completamente dalle distru­zioni terremotali colla costruzione di una nuova cattedrale. A intraprenderne le strutture del resto era stato il vescovo Enrico Capace-­Minutolo che era stato eletto alla cattedra circa un decennio dopo la distruzione del 1783. Un primo tempio fu completato e inaugurato già nel 1823 Lavori di costruzione « ex novo », nell'ambito della Curia e del Seminario Vescovile, continuarono comunque con il successore di quello, Vincenzo Maria Armentano, tra il 1824 ed il 1846. E si doveva infine al vescovo Filippo Mincione, eletto nel 1847, la definitiva sistemazione di una cattedrale vasta di dimen­sioni, e certamente più superba nelle sue definizioni e nelle sue rifiniture.

Di qualche anno posteriore all'elezione a vescovo di Filippo Mincione, è il passaggio per Mileto di Ferdinando Il (19 ottobre 1852), seguito dalla corte, il quale si trovava nelle Calabrie, e in visita, e per presenziare alle grandi manovre. Annotano a questo proposito gli Annali civili del Regno delta Due Sicilia[4]: « Mileto fu la prima Città, che poscia (giungendo da Monteleone) ebbe l'onore di avere tra le sue mura, ma per pochi istanti, il Monarca. Egli discese al Duomo fondato da Ruggero, e vi ricevette la Benedizione del Santissimo. La Città era tutta ornata a festa: archi trionfali sor­gevano su vari punti della strada; in alcuni di essi era scritto "All'in­clito Successore di Ruggero"; in altri "Al novello Tito"; ed in altri ancora "Al Clementissimo Ferdinando Il vincitore dei cuori". La popolazione circondò il cocchio Reale tra gli evviva, e lo accompagnò fino al Duomo, ritardandogli il cammino per l'ardente desiderio di veder dappresso l'oggetto del suo amore e della sua devozione in quei pochi momenti. Di là non guari dopo il Monarca valicava i confini della Prima Calabria Ulteriore».

Non perfettamente così tuttavia andavano le cose per il Borbone a Mileto, se tuttavia continuavano, sia pure senza meta immediata, gli incontri fatti di desideri e di speranze, di diversi patrioti, memori della concessa costituzione e della sua ritrattazione, nonché memori della sollevazione del '47-'48, e della violenta repres­sione che ne era seguita. Tra queste attese, fatte anche di ansia, del decennio intercorso tra il 1850 ed il '60, su tutt'altro piano ed in altro campo, si completa la costruzione della grande cattedrale voluta dal Mincione, la quale alfine viene inaugurata nel corso del 1859, l'anno prima cioè del- memorabile ingresso di Garibaldi e delle sue camicie rosse nella città.

Quando l'eroe dei due mondi dalla Sicilia passa nelle Calabrie e nel continente (agosto 1860), la città è già da tempo in ebollizione, fin dal tempo cioè dello sbarco dei Mille a Marsala (11 maggio 1860). Il fenomeno di ansia, di attesa, di nervosismo, è del resto diffuso in tutte le Calabrie, dove il Comitato Centrale d'Azione di Napoli aveva impedito l'insurrezione nel timore che questa venisse soffo­cata dai 25.000 soldati borbonici di stanza nella regione, dando di conseguenza disposizioni ai Comitati d'azione di Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria ed a quelli minori, di attendere l'Eroe, e intanto di raccogliere armi e danaro, di preparare munizioni, e di allestire la partenza di molti volontari per la Sicilia, dove difatti venne costi­tuita da Francesco Stocco, subito partito a raggiungere il Garibaldi, una Legione Calabra. A Mileto si profittò della costituzione concessa, per l'incalzare degli eventi, da Francesco Il (26 giugno 1860), e peraltro del tutto respinta nel Regno di Napoli, solamente per costi­tuire la Guardia Nazionale. E intanto, 1 avvicinarsi del Garibaldi metteva in agitazione persino i giovani del Seminario, guidati da maestri liberali come Girolamo Cananzi. Il 25 agosto raggiungono Mileto le truppe borboniche guidate dai generali Morisani e De Loz­zo, e i liberali con alla testa il Sindaco Francesco Talotta, giurecon­sulto di certo valore, tagliano loro le acque. Poche ore più tardi i soldati si ammutinano e gridano al tradimento contro il generale Fileno B4ganti. Questi tenta di guadagnare la strada di Monteleone, ma tornato per sua sventura indietro, una scarica di fucileria del 14 di linea lo uccide. Più tardi il suo corpo viene gettato nella fossa comune della Cattolica. Il completo sfacelo, materiale e soprattutto morale dell'esercito borbonico, a Mileto così aggiunge un nuovo episodio ai tanti illuminanti a questo riguardo. Il Garibaldi fa il suo ingresso nella città il 27 agosto, verso mezzogiorno. La gente è in delirio, e il generale è costretto a improvvisare un breve discorso alla folla che lo acclama, da uno dei balconi del palazzo Taccone-­Gallucci. Nel pomeriggio essendo andato egli a riposare nella dimora preparatagli dentro la Baracca Vescovile, il caldo eccessivo lo spinge a cercare riparo all'esterno. I liberali si affrettano allora a preparargli un baldacchino di seta e damasco nel giardino di casa Pata-Dominelli, laddove oggi sorge una costruzione che tuttavia espone una lapide a memoria del fatto. Alla partenza dell'eroe poi vari cittadini di Mileto lo seguono, e prendono parte alle battaglie di Soveria Mannelli, di Capua e del Volturno.

 

 


[1] Nella repubblicana «Legge concernente la Fissazione e la Distribuzione del Dipartimento della Sagra », Mileto era stata compresa nel «cantone di Tropea». V. nella bibliografia Proclami, leggi, editti ecc., contenuti nella collezione del cittadino Aiello Nobile

[2] A. Calcaterra, Memorie istoriche militari del colonnello Antonio Calcaterra dal 1799 al 1822, Polistena, 1923.

[3] La riconqnista del Regno di Napoli nel 1799. Lettere del Cardinale Ruffo, del Re e della Regina e del ministro Acton, a cura di B. Croce, Bari, 1943.

[4] Vol. XLVI, 1852, pag XXVIII.

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