6/2/2012
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Storia di Mileto: dall'età postromana al terremoto del 1783

2. DALL'ETA' POSTNORMANNA  AL TERREMOTO DEL 1783

La fine del periodo di residenza dei conti normanni reca natural­mente con sé per Mileto un periodo di contenimento e conseguen­temente di decadenza. La cittadina che ha visto svolgersi nella cerchia delle sue mura la vita della corte di Ruggero e, per qualche tempo, di Adelaide, ora si va assestando in tutti altri termini, torna in sostanza ad essere una piccola città di provincia. La vita stessa non è più quella di prima. L'interesse del secondo Ruggero, mantenutosi vivo per la città sua natale fino all'anno di sua incoronazione a re di Sicilia, decade irrimediabilmente. Viene comunque istituita la Contea di Mileto. E nel 1190 si registra nella città il passaggio di Riccardo Cuor di Leone, re d'Inghilterra, che si reca a Messina per salpare verso l'Oriente e partecipare alla Crociata. Durante il suo soggiorno Riccardo fu ospite dell'Abbazia della SS. Trinità. Del 1223 e invece la visita di Federico Il, in giro per la regione, il quale proprio a Mileto stabilì alcuni privilegi da concedersi ai monasteri e alle chiese appunto delle Calabrie.

Durante la lunga lotta tra Angioini e Aragonesi, iniziatasi dopo la sollevazione del Vespro del 31 marzo 1282, la città fu a volte angioma a volte aragonese. Nel 1283 li principe Carlo, tiglio di re Carlo d'Angiò, che era stato nominato vicario generale del Regno, per ingraziarsi la città, dominata dagli ecclesiastici, fa dono al Duomo di otto once d'oro per un calice. E questo gesto è tipico dell'Angioino. Ma nell'anno successivo, conquistata gran parte della Calabria, tra cui Mileto, agli Aragonesi da Ruggero di Lauria, la città diviene aragonese. Anzi essa, congiuntamente ad altre tetre, viene diretta­mente sottoposta allo stesso grande ammiraglio dei re aragonesi.

Non è luogo questo per tratteggiare la lunga ed estenuante lotta svoltasi tra Angiomi e Aragonesi per il possesso definitivo del regno di Napoli e di Sicilia. Qui basti dire che quelle lotte trovarono nelle Calabrie, ed anche quindi in Mileto, echi continui e ripercussioni varie, anche dopo la pace di compromesso di Caltabellotta del 1302, che sembrò portare ad una sosta, ed alle tregue degli anni 1315 e 1317.

È più o meno di questo tempo l'assegnazione della contea di Mileto a Ruggero Sanseverino fatta da re Roberto d'Angiò in riconoscimento delle prestazioni da quello offertigli. A Mileto come altrove nel regno di Napoli, i Sanseverino del resto agli Angiomi dovevano rimanere attaccati fino alla fine di questi, successivamente passando a parteggiare coi francesi in ogni tempo, al punto che essi si diedero a sostenere il duca di Guisa persino durante la sollevazione di Masaniello del 1648. Lo stesso Roberto d'Angiò in questo tempo annovera tra i suoi consiglieri il miletese Goffredo Fazzari, più tardi creato vescovo della diocesi, mentre certo si è che nel 1341 Ruggero Sanseverino è già da tempo appellato, oltre che Ciambellano e Marescalco del Regno, conte di Mileto[1]. Lo stesso Ruggero in quell'anno 1341 prende parte ad una spedizione angioma in Sicilia, e colle sue forze conquista Milazzo, mentre già a Mileto egli avvia la costruzione di una graziosa cappella, nei pressi del Vescovado, che alla sua morte, avvenuta nel 1388, ne conterrà le spoglie. Questa cappella, dedicata alla SS. Annunziata, fu dotata dai conte di varie rendite, e sei cappellani, investiti dai Sanseverino, provvedevano all'obbligo delle messe.

A sua volta il Fazzari, dopo la morte di re Roberto d'Angiò (1337), nel caos e nel disordine seguiti durante la minore età di Giovanna I, diviene sostituto e consigliere del balio del regno, Aymerico di Chatelus. La stessa Giovanna I, intervenendo nel 1365 nella definizione di un conflitto per determinati possessi, insorto tra i Sanseverino e l'università di Reggio, assegna i terreni controversi, tra cui la terra e la chiesa di 5. Antonio nella contrada detta di Scacciati, all'università di Reggio.

Il problema dei baroni nel regno di Napoli viene affrontato risolutamente, come già aveva fatto Federico Il, da re Ladislao. Egli usa metodi. diversi per giungere alla sottomissione e por fine alle continue pretese e rivendicazioni di potere: si serve dell'astuzia e della forza, e anche del terrore. Ai Sanseverino viene riservato il terrore. Nei 1405 egli si impadronisce di alcuni fra i più eminenti membri della famiglia, attirati a Napoli con l'astuzia, e li fa strangolare nelle carceri di Castelnuovo. Recano a proposito i Diurnati di Monteleone: "Et po' le gettava et ly cane selle mangiaro". I superstiti Sanseverino vengono battuti uno dopo l'altro. Parecchi fuggono terrorizzati fuori del Regno.

Vi rientreranno tuttavia, e durante la Congiura dei Baroni del 1486 troviamo tra i più attivi il conte di Mileto, Carlo Sanseverino, il quale trovò modo di sollevare tutto il contado. Quest'ultimo, intorno al 1420, era stato messo a ferro e fuoco dai soldati di Giovanna I, guidati dal ben noto Camponeschi dell'Aquila. Quindi, nel 1443 era stato ceduto da re Alfonso d'Aragona a Nicolò d'Arena, conte di Arena. Ritornò tuttavia esso ben presto in possesso dei Sanseverino, che lo riebbero dopo una convenzione stipulata con lo stesso conte d'Arena presso Soriano nel dicembre del 1455, essen­do arbitro delle parti in causa il vescovo di Mileto, Antonio Sorbilli.

Precede di circa un ventennio la Congiura dei Baroni il pas­saggio per la zona di San Francesco di Paola (1464): evento tutto spirituale, che non ha nulla da dividere con le feroci lotte soprag­giunte in questo tempo. Il Santo sostò a Jonadi, casale allora di Mileto, ospite di casa Carlizzi, e da un poggio, dove più tardi fu fatto sorgere un monastero dell'ordine dei frati minori, benedisse tutta la contrada. Al principio del secolo era stato fondato, ad opera soprattutto della contessa Gilda de Marolis, l'ospedale civile, mentre nel 1449 era stato istituito nella cittadina il Seminario diocesano essendo vescovo dal 1435 il Sorbilli; creazione quest'ultima che sottintendeva il delinearsi ed il farsi di un centro di cultura, oltre che di studi, ragguardevole, come d'altronde si può notare nello svolgimento della storia culturale della cittadina, dove, appunto cultu­ralmente, assai viva ed avvertita fu sempre la presenza dei docenti di questo istituto, oltre che dei canonici della cattedrale.

Alla congiura dei Baroni i Sanseverino dei rami di Calabria partecipano, oltre che con il conte di Mileto, Carlo, anche con Girolamo principe di Bisognano. In tutto il regno di Napoli essi del resto costituiscono con le loro diverse diramazioni una delle forze maggiori dei congiurati. Sicché, quando la Congiura fallisce e i baroni vengono abbandonati da papa Innocenzo VIII, la reazione di re Ferdinando d'Aragona, come si sa, è ben violenta e si esprime contro di essi, come contro tutti gli altri nobili del regno che vi avevano partecipato. Mileto così, naturalmente subisce a sua volta la sorte delle città che erano state ribelli al sovrano, e registra nella sua cerchia nuove violenze, che ancor più efferatamente si ripeteranno qualche anno più tardi, dopo il fallimento della prima spedizione francese nel regno di Napoli. La calata di Carlo VIII (1494) trova difatti le Calabrie tutte compatte, pronte a parteggiare per i Francesi. Così è anche a Mileto, dove gli spagnoli di Federico Il d'Aragona, rifugiatosi in Sicilia, tornano soltanto due anni più tardi, nel 1496, sotto le insegne del Gran Capitano Consalvo di Cordova e quelle di Luigi d'Aragona. Poiché il centro è stato particolarmente attivo nel parteggiare per i francesi, stupri, violenze e incendi avvengono in ogni dove. La cittadina è anzi praticamente rasa al suolo e resa "priva di popolo e di beni ". E' proprio di questo tempo il deli­nearsi di un suo ulteriore decadimento. E un cronista del XVIII sec., di cui citeremo alcune pagine più avanti, poteva così considerare che anche nel sec. XVI, e non soltanto nei suo, gli abitanti nel complesso raggiungevano o superavano di poco la cifra di duemila. E ciò nono­stante che molto pingue fosse e certo ricco di un adeguato splendore il consistere ed il manifestarsi delle attività della Sedia Vescovile, e che Mileto continuasse ad avere giurisdizione su molti villaggi, che alla fine del Quattrocento, come del resto più tardi, alla fine del Seicento, erano quelli di "San Giovanni", "Comparno", "Paravate", "Jonade", "Naò", "Cotofani" e "Calabrò", coll'insieme dei quali allora doveva accrescersi intorno "alla somma di cinquecento fuochi" (tremila abitanti).

Nel 1501 Onorato Sanseverino, conte di Mileto e, al solito, partigiano dei francesi, viene accusato di tramare con essi a danno della casa d'Aragona. Federico Il lo fa imprigionare. Ma il Sanseverino l'anno successivo, in seguito alla calata di Luigi XII, subito si schiera col re francese, e attivamente si adopera nelle Calabrie a far sollevare i residui di terre, quali Gerace, Seminata, e altri territori, rimasti fedeli agli Aragonesi. Poco più tardi (1503), passato dalla Sicilia alle Calabrie con un esercito spagnolo Don Ugo di Cardona, si scontra questi con le truppe del Sanseverino e le sconfigge. L'epi­sodio è riportato dal Guicciardini[2]: "Non procedevano già con simile prosperità le cose de' Franzesi nel Regno di Napoli, avendo insino nel principio di quest'anno (1503> cominciato a difficultarsi. Imperocché essendo il conte de Meleto con gente dei Principi di Salerno e di Bisignano a campo a Terranuova, passò da Messina in Calabria Don Ugo di Cardona con ottocento Fanti Spagnuoli, i quali stati a' soldi di Valentino aveva condotti da Roma, e con cento cavalli e ottocento Fanti tra Siciliani e Calabresi; e giunto a Seminara si mosse verso Terranuova per soccorrerla. il che intendendo il Conte di Meleto, levatosi da Terranuova, andò per incontrargli. Camminavano gli Spagnuoli per una pianura ristretta tra la montagna e una fiumara, che mena pochissima acqua ma che si congiunge alla strada con un argine; e i Franzesi superiori di numero camminavano all'incontro di sotto al fiume, desiderosi di tirargli al luogo largo. Ma vedendogli procedere stretti e in ferma ordinanza, dubitando che, se non tagliavano loro la strada, non si conducessero salvi a Terranuova, passarono per assaltargii di la' del fiume, dove preva­lendo la virtù dei fanti Spagnuoli esercitati nella guerra, e no­cendo molto ai Franzesi il disavvantaggio dell'argine, furono rotti". Non molto dopo, continua il Guicciardini, "arrivarono di Spagna a Messina per mare dugento uomini d'arme, dugento Giannettieri e duemila fanti, guidati da Manuello di Benavida... I quali pas­sati da Messina a Reggio di Calabria... andarono ad alloggiare a Losarno (Rosarno), propinquo a cinque miglia a Calimera, nella qual Tetra due dì innanzi era entrato Ambricort con trenta lance, e il conte di Meleto con mille fanti, e presentatisi la mattina in sul far del di alle mura, dove non erano porte, ma solamente la sbarra, prese a morte prima le sentinelle, la espugnarono al secondo assalto benché francamente si difendessero; dove rimase morto il capitano Spirito, Ambricort prigione: e il conte di Meleto rifuggito nella tocca si salvò, perché i vincitori si ritirarono a Terranova, temendo d'Obignì, che con trecento lance, tremila forestieri e duemila del paese si approssimava ".

Onorato Sanseverino si rifugiò a Cosenza, rimasta francese. Egli della famiglia Sanseverino, sarà l'ultimo conte di Mileto, dato che il contado, una volta riaffermatisi gli spagnoli sul regno di Napoli, passa in altre mani. A proposito di questa famiglia, col complesso delle sue diramazioni e dei suoi esponenti in tutto il Regno di Napoli, doveva annotare il Croce[3]: "I loro interessi erano affatto materialistici, o di capriccio e di offeso orgoglio e di irrequie­tezza; e tutt'al più, seguivano talvolta certe affezioni e tradizioni di famiglia alle quali erano non solo per interesse ma per vaghezza legati... Ribelli a Federico Il e profugo l'unico d'essi clic scampò all'eccidio fattone dallo svevo; nemici irreconciliabili agli svevi e fedeli agli angiomi; ribelli ai durazzeschi e fautori del ramo angioino di Francia, e di nuovo perciò messi a morte o salvatisi con l'esulare quando Ladislao ebbe il sopravvento; ribelli da capo agli aragonesi e spenti alcuni da re Ferrante, e altri esuli alla corte di Francia, e tornati nel regno con l'esercito di Carlo VIII; resistenti ultimi a Ferrante Il, e di nuovo ribelli a re Federico, e finanche sotto la dominazione spagnuola e l'impero di Carlo V nuovamente ribelli, condannati nel capo ed esuli in Francia; e, perfino nella sollevazione di Masaniello soli o quasi tra i baroni che passassero alla parte del popolo e del duca di Guisa, per ossequio ai loro maggiori ed amore alla Francia ". Né v'è motivo che questo giudizio venga modificato.

Quanto alla contea di Mileto, questa, una volta tornata la pace e riassettatasi la monarchia spagnola sul trono di Napoli, viene assegna­ta a Don Diego de Mendoza da Carlo V (1512), che passa per Mileto durante il suo viaggio in Calabria del 1535. Ma nel 1592 la stessa contea verrà trasformata in un principato, dato in dotazione ai Gomez De Silva, Grandi di Spagna, Duchi dell'Infantado. Questi tuttavia, che manterranno il loro potere fino all'anno dì eversione della legge sulla feudalità, accaduta nel 1807, in genere faranno reggere i loro domini da governatori, vicari e amministratori. Così ad esempio, nel 1617 catapano per i Gomez De Silva in Mileto è Stefano Attesani; nell'anno 1700 è invece Don Pietro Ortado de Mendoza, cavaliere dell'Ordine di Calatrava, governatore, amministratore e vicario anche di Francavilla. Il principe di Mileto era difatti in aggiunta duca di Francavilla, e barone di Pizzo, Francica e Caridà. La sua investitura, che il più delle volte si travasava sul procuratore o vicario generale, avveniva di solito con grande solennità nella Cattedrale. Incontro al Principe, quando pur vi faceva il suo ingresso, si recavano il Capitolo, seguito da tutto il clero, dai seminaristi e dal pallio. Sotto il pallio egli veniva ricevuto, e le mazze di quello erano sostenute dai nobili della città. Nel mentre poi si cantava il "Te Deum",   il popolo seguiva, veniva egli condotto in catte­drale facendolo passare sotto diversi archi, appositamente eretti e preziosamente addobbati. La stessa cattedrale era infine tutta preparata ad accoglierlo con guarnizioni, fiori e "tuselli".

Nel corso del sec. XVII si registrano a Mileto, dove nel 1621 era anche stato costituito un Monte dei Pegni, i quattro terremoti, rispettivamente del 3 febbraio 1624, del 27 marzo 1638, del 5 no­vembre 1659 e dell'il gennaio 1693, preceduti da minori scosse il 16 agosto 1606 ed il 7 settembre 1616. Particolarmente grave e la scossa del 27 marzo 1638 che reca gravi danni ripetutisi d'altra parte per il terremoto del 5 novembre 1659. Per quel che concerne difatti ]a scossa terremotale del 27 marzo 1638, gli osservatori del tempo, a partire dal Recupito[4] fino al Lutio D'Orsi da Belcastro[5] ed al Capecelatro, che fu delegato del viceré per prov­vedere ai danni della provincia di Calabria, addirittura inseriscono Mileto tra le città distrutte, come riporta anche due secoli più tardi il Pignatari[6] . Essi riferiscono che quel terremoto rovinò tutta la Calabria, in particolare abbattendosi con violenza su Cosenza, Martorano, e ingoiando in una vera e propria voragine Scigliano con tutti gli abitanti; Paola, Bisignano, Belvedere, Terranova, Rende, Lago, Castrovillari, Pandosia, Rovito, Cetraro, Petramala, Casti­glione, Planico, Luzii, Nocera e Grimaldi "furono stremati", mentre "cadde una montagna sopra Cosenza", e "Mileto fu distrutta, se-guendo quasi la stessa sorte di Reggio". Il mare si arretrò "di due miglia a Pizzo", e "restarono abbattute" Briatico, Feroleto, Belforte, Filogaso, Panaja, Montesanto, Marcellinara, Monterosso, Castel Monardo (o Filadelfia), Rocca Bernarda, San Flora. Anche "ad Hipponium nunc Monteleone, allis Vibo Valentia" si aprì una vora­gine e il paese di S. Eufemia sprofondò. Il fenomeno si ripeté con minore gravità per Mileto il 5 novembre 1659: data in cui essa ebbe per compartecipi nella sventura, oltre che Soriano, 5. Angelo e Santa Barbara, completamente annientate (le ultime due per non risorgere più), Pizzoni, S. Basilio, Vazzano, Belforte, La Motta, S. Dimitri, Stefanaconi e S. Onofrio. E questi due terremoti si sottolineano qui per considerare, che se il disastro in cui fu coinvolta la cittadina il 5 febbraio 1783 doveva rimanere vivo nella memoria degli ahi­tanti in ogni tempo, per le sue conseguenze uniche nella storia della città, esso tuttavia era stato preceduto da cataclismi di vastità ben considerevole, ancorché minore che nel fenomeno del 1783, che fu addirittura "apocalittico" per le Calabrie, ed il cui simile doveva attendersi in Calabria ed in Sicilia nel dicembre del 1908.

In seguito alla scossa del 5 novembre 1659 venne, tra l'altro, meno il tempio della Badia, o Abbazia della SS. Trinità: evento questo rimasto assai vivo nella memoria popolare, e che diede modo ad un poeta popolaresco di creare alcuni versi improntati all'avve­nimento. La chiesa stessa non venne riedificata che tra il 1680 ed il 1698, ed in quella occasione il tumulo sepolcrale di Ruggero il Normanno, dapprima conservato nel cimitero della stessa Badia, fu trasportato nella chiesa, al centro di essa, e collocato in un mo­numento funerario opera di Pietro Oderisio, che si ergeva tra due colonne marmoree.

Alla fine del secolo, ricostruita ormai completamente la città, e risanatasi dalle scosse terremotali, gli abitanti, compresi quelli dei villaggi sottoposti, raggiungono i tremila, ripartiti in cinque­cento fuochi o famiglie. Al principio del '700 con. Bolla di Cle­mente XI (31 marzo 1717) la Badia, o Abbazia della SS. Trinità, fino allora rimasta autonoma, viene aggregata al vescovado, essen­do vescovo Domenico Antonio Bernardini, che nel 1696 aveva istituito nel Seminario la biblioteca. L'archivio comunale, che sarà completamente distrutto dagli incendi del 1848 e del 1910, a sua volta conserva nel corso del sec. XVIII il " Liber Consiliorum seu Parlamentorum Civitatis Mileti ", la " Pandetta dei diritti di Bagliva "e l'"Elenco dei Catapani", congiuntamente ad altri preziosi docu­menti. Nel 1723, essendo vescovo Ercole Michele Aierbi d'Aragona, patrizio napoletano, viene creata l'arcadica Accademia Milesia che si fa promotrice di studi d'erudizione e di scienza. Il 16 febbraio 1735 Carlo III visita la città, essendo a riceverlo il vicario capitolare, don Rinuccio Lacquaniti, il Capitolo, il Clero, il Seminario e il Sin­daco dei Nobili. Del 1757 è infine la sconsacrazione della chiesa di Santa Caterina, che si trovava "tra le Case dei Sig.ri Lacquaniti e i Sig.ri Prestia"[7], avvenuta ad opera di monsignor Carafa.

In questo tempo l'amministrazione della città e dei suoi villaggi, dominata da un governatore col titolo di viceprincipe di Mileto, è retta da un Sindaco dei Nobili, da due eletti dei cittadini e da un Sindaco del popolo. Prima però del sec. XVIII i casali, o villaggi, avevano ognuno per sé, il proprio sindaco, mentre più strettamente furono uniti al centro proprio nei primi anni del sec. XVIII attraverso una riforma dei regolamenti di vita cittadina, che così prevedevano la nomina ad opera del Sindaco dei Nobili di un Nobile dei casali accanto ai tradizionali due Nobili della città. I casali ancora affiancavano ai due eletti cittadini un eletto del luogo Stragrande è, come sempre, il potere vescovile. Ed è bene peraltro sottolineare qui, per ogni tempo, l'importanza fondamentale che ebbe il Vescovado colle sue propaggini di Capitolo e di Clero, nella storia della cittadina, che naturalmente sempre ebbe e ancora avrà, come si vedrà, altre forze nel suo svolgimento, ma che comunque sentì sempre attiva nella sua cerchia la presenza dell'organizzazione diocesana ecclesiastica.

Ed ecco il quadro della cittadina durante la seconda metà del sec. XVIII, poco prima del terremoto del 1783, fornitoci dal ma­noscritto di Uriele Maria Napolione[8]: " L'attuale popolazione di questa città non arriva a duemila anime, poiché la Parrocchia del Vescovado ne conta circa mille dugento, e l'altra della Badia meno di settecento, a tal numero ambedue giunte da circa anni cinquanta, poiché ai tempi di Monsig.r Bernardini Vescovo di questa l'era troppo spopolata, come Tal vescovo riferì nella sua Visita ad limina, anzi più prima di Monsig.r Bernardini l'era di così picciol numero di abitanti, che nello stato formato di ordine del Regente Tappia viene superata dal Villaggio di Innadi nel numero delle famiglie ". La me­moria fa recare al Napolione anche informazioni sulle porte, nel tempo immediatamente precedente: "Almeno tre erano le Porte della Città. Una di esse posta all'Oriente chiamavasi di San Cristofaro, e poiché ad essa vicina stava la berlina come anche oggi si vede, veniva ancora chiamata la Porta della Vergogna. L'altra era detta il Portello, ed era vicino le Case delli Sig.ri di Prestia: poiché il Portello fu tolto via molti anni addietro, e la Porta di San Cristofaro fu totalmente spiantata nel 1764 a motivo ch'essendo tutta cadente, poteva far del male alla Gente, che vi passava frequentemente. La terza Porta vi si deve supporre nel Quartiere detto Sàccari... " Risale il Napolione all'indietro nel tempo e deduce che " ben'inteso... che nel sec. XV e XVI il numero degli abitanti se non superava uguagliava la presente popolazione.. ".

Se la popolazione era scarsa, moltissime tuttavia erano le chiese, ancora nella seconda metà del sec. XVIII. In testa la Cattedrale, o, com'èra anche detta, "Parrocchia del Vescovado" e la Badia, o Abbazia della SS. Trinità, le quali avevano sottoposte le altre, dette "Filiali". Erano "Filiali" della Cattedrale, la Cattolica, sita alla fine del quartiere di Sàccari, San Sebastiano, San Giovanni Battista dell'Ospedale nella Piazza Maggiore, San Francesco Saverio, apparte­nente alla famiglia di Sodero e posta ad est della Piazza Maggiore, San Martino, ch'era nei pressi della piazza detta delle Fosse. A queste si aggiungevano nei secoli precedenti il XVIII altre cinque "Filiali" della Cattedrale, delle quali tre erano situate nei termini della cittadina, e due fuori delle sue mura. Dipendevano invece dalla Badia, la quale anche dopo la bolla di Clemente XI continuò a man­tenere qualche privilegio, oltre la stessa SS. Trinità, Sant'Angelo, ch'era sita sulla collina detta di Monteverde, Sant'Antonio Abate, collocata su di una rupe che andava ormai in rovina sotto Munteverde stessa, e San Rocco, posta all'ingresso orientale della città. In prece­denza la Badia aveva avuto anche come "filiale", una chiesa risul­tante già completamente distrutta alla seconda metà del sec. XVIII, e dedicata a S. Elia. Sempre nella seconda metà del sec. XVIII, i casali sottoposti alla "città di Mileto" erano dieci, e cioè Paravati, Calabrò, Comparni, San Giovanni, Jonadi, Nao, San Pietro, Scarmaconi, Cotefoni, Sellarì. Di questi, Jonadi e Nao furono eretti a comune da Giuseppe Bonaparte il 1806; a loro volta San Pietro, Scarmaconi, Cotefoni e Sellarì non vennero più edificati dopo le distruzioni terremotali.

Il 5 febbraio 1783, un'ora dopo mezzodì, si verificò difatti quella scossa di terremoto, che doveva sconvolgere le Calabrie, e tra l'altro, ridurre anche Mileto ad un cumulo di rovine. La prima, fu seguita da una seconda scossa alla mezzanotte dello stesso 5 feb­braio, da una terza anch'essa violenta, verificatasi il 28 marzo e da altre, che continuarono a far tremare la terra fino all'agosto di quell'anno. A ciò si aggiunsero altre naturali calamità, e negli anni succes­sivi (1785-86) un'epidemia di vaiolo che trovò proprio il suo centro intorno a Monteleone (Vibo Valentia). Ma sul terremoto e sulle miserie e le vittime che esso provocò nelle Calabrie, preferiamo dar luogo a ciò che scrisse il Colletta[9], sia pure sintetizzando e legando. e insomma abbreviando la sua esposizione: "Il 5 febbraio, merco­ledì, quasi un'ora dopo il mezzogiorno, si sconvolse il terreno in quella parte della Calabria ch'è confinata dai fiumi Gallico e Metramo, dai monti Ieo, Sagra, Caulone e dal lido, tra quei fiumi del mar Tirreno... Durò il tremuoto cento secondi: sentito sino ad Otranto, Palermo, Lipari e le altre isole Eolie; ma poco nella Puglia e nella Terra di Lavoro; nella città di Napoli e negli Abbruzzi, nulla. Sorge­vano nella Piana[10] cento nove città e villaggi, stanze di centosessan­tasei mila abitanti: e in meno di due minuti tutte quelle moli subis­sarono, con la morte di trentaduemila uomini[11] di ogni sesso ed età, ricchi e nobili più che poveri o plebei; alcuna potenza non valendo a scampare da quei subiti precipizi...   

 " . I principi di quel tremuoto vulcanici secondo gli uni, elettri­ci secondo gli altri, ebbero in movimento direzioni di ogni maniera, verticali, oscillatorie, orizzontali, vorticose, pulsanti; ed osservaronsi cagioni differenti ed opposte di rovina, una parte di città o di casa sprofondata, altra parte emersa; alberi sino alle cime ingoiati presso ad alberi sbarbicati e capovolti, e un monte aprirsi e precipitare mezzo a dritta, mezzo a sinistra dell'antica positura; e la cresta scomparsa perdersi nel fondo della formata valle. Si viddero certe colline avval­larsi, altre correre in frana, e gli edifizi sovrapposti andar con essi, più spesso rovinando ma pur talvolta conservandosi illesi, e non tur­bando nemmeno il sonno degli abitatori; il terreno, fesso in più parti, formare voragini, e poco presso alzarsi a poggio. L'acqua, o raccolta in bacini o fuggente, mutare corso o stato; i fiumi adunarsi a lago o distendersi a paludi, o scomparendo, sgorgare a fiumi nuovi tra borri, e correre senza argini a nudare e isterilire fertilissimi campi. Nulla restò delle antiche forme; le terre, le città, le strade, i segni svanirono; così che i cittadini andavano stupefatti come in regione peregrina e deserta. Tante opere della natura e degli uomini, nel cammino dei secoli composte, e forse qualche fiume o rupe eterna quanto il mondo, un solo istante disfece. La Piana fu dunque il centro del primo tremuoto; ma per la descritta difformità del suolo vedevi talora paesi lontani da quel mezzo più guasti dei vicini".

"Tante opere della natura e degli uomini, nel cammino dei secoli composte, un solo istante disfece", dice il Colletta! Ed è questo proprio il caso di tutto il patrimonio archeologico e d'arte condensato in Mileto, giustamente assai valutato anche dal Lenormant. Ma sulla scossa terremotale, così come si verificò a Mileto, diamo ancora spazio ad un brano sintetico della pietosissima memoria lasciataci dal contemporaneo Luigi Piperni, che nella sua immediatezza scrive[12]:  "In questo universal flagello, restò involta anche la povera nostra città di Mileto, la quale in un momento si distrusse, senza esser rimasto veruno edifizio, sì sacro, sì ancor profano all'impiedi, e vi morirono sotto le pietre circa sessanta persone, e vi rima­sero stroppiati molti altri".

La casa del Piperni sorgeva nelle immediate vicinanze della Cattedrale, ed ecco sgorgare il lamentoso pianto dell'autore: " Tra le case della nostra Città l'unica che sofferse il maggior danno, le mag­giori perdite e le maggiori disgrazie, fu la casa mia. Imperocché essendo caduta una gran parte della opposta vicina altissima Chie­sa Cattedrale sul mio Palazzo, buttò a terra l'intera facciata del medesimo, e copri di gran masso di pietre le scale da su da capo..., dove per disgrazia si trovavano fuggendo mio. Fratello Alfonso, e le due mie figliuole Gregoria, e Marianna, quella di anni 21 circa e questa di anni 18 circa". Il fratello Alfonso si salva e rimane " sotto ]e pietre colla sola testa al di fuori vivo per miracolo"; si salva anche la sorella Gregoria: ma " l'infelice Marianna rimase totalmente sepol­ta, ed estinta sotto le pietre", mentre la sorella Angela "non ancora era giunta alle scale, e così non fu offesa". Si salvano anche miraco­losamente l'autore della memoria e l'unico suo figlio Ignazio, e seve­ramente bella è l'espressione dell'autore per lo scampato pericolo. "Ma l'infinita particolare misericordia di Dio benedetto che ci voleva vivi, e sani, fece si, che io non vedessi aperto come già era, il portone di legno (nel quale caso egli sarebbe perito sotto le rovine della Cattedrale) e mi fermassi dietro una metà di esso e che all'in­contro mio figlio nel porre il piede sulla soglia del portone per scappare fuori, alzasse gli occhi in alto, e vedesse giù piombare una gran parte della Chiesa cattedrale, che caduta copri la strada altamente, onde dato un salto all'indietro si fermò sotto il portone, ed entrambi aspettavamo di momento in momento la morte colla rovina dello stesso portone, il quale per la continuazione dell'orribilissima scossa si apriva, e si chiudeva".

Alle rovine causate dal terremoto si aggiungono gli incendi, che sono vasti e numerosi. Talché la gente sbigottita, vaga ora qua ora là, e va in cerca di riparo come può, stando però sempre all'aperto. Mentre la casa brucia, i Piperni ad esempio si installano in giar­dino, dove rimangono senza sapere cosa fare, e come muoversi e reagire a tanta sciagura: "Intanto si fece notte, e rimassimo per tutta quella notte a Cielo scoperto, e piovoso, senza verun ricovero, morti di freddo, bagnati, e annichiliti non men da' patimenti del corpo, che da que' dell'animo per le incessanti scosse, e specialmente da quella accaduta verso la mezzanotte, che pareva volesse aprirsi, e sobbissarsi la terra per ingoiarci".

Successivamente la gente si installa dove può, e i Piperni, come tanti altri, vanno a finire in una stalla di buoi dove dimorano per "giorni 41", soffrono "patimenti grandissimi di freddo, di oscurità, di fanghi e sporcizie..., e di lordure, e d'insetti schifosi". L'esser poi la maggior parte degli abitanti rimasta quasi nuda, priva di ogni conforto e bisognosa di tutto, non fa che accrescere gli egoismi e gli istinti di conservazione. Ognuno pensa per sé, e spento è anche ogni senso di riconoscenza. Lamenta, tra l'altro, il Piperni che "in Mileto non vi fu persona che si muovesse a pietà e compassione per soccorrerci, e sovvenirci con un po' di pane, o altra roba comestibile a sostentarci in vita, quantunque molti, e molti, avessero delle obbligazioni alla mia Casa, della quale si ritrovavano, e tuttavia si ritrovano debbitori (sic) di grosse somme graziosamente e senza interesse alcuno, imprestate ai medesimi".

Ovviamente il Piperni non è che uno dei tanti in quella situa­zione, e la sua memoria, che lascia col fiato sospeso, in realtà riflette la più generale condizione degli abitanti della cittadina, sfuggiti alla morte, ma rimasti senza tetto, e come buttati sul lastrico, essendo i più rimasti privi anche dei loro averi.

Cominciano a sorgere alfine le baracche, la cui costruzione si rese più lenta sia per la vastità delle richieste, e la conseguente "incre­dibile carestia delle tavole, e legname", sia per le esose richieste degli improvvisati costruttori, i quali non trovano di meglio che profittare della situazione. Si aggiunga l'esplodere, oltre il vaiolo, di una fiera epidemia di febbri terzane "maligne e putride" che causarono la morte di più persone che non il terremoto, e l'enorme impressione suscitata in giro da "una densissima nebbia a color di fumo di cal­cara, che impediva il distinguersi delle cose". E si avrà così il quadro della situazione, che alla fine di quell'anno 1783 trova gli abitanti che continuano "a vivere in continova apprensione di spirito, e timore tutto che ricoverati in baracche di tavole costruite quale più, quale meno forte, secondo le proprie forze d'ognuno". I poveri poi "si son ricoverati in picciole capanne composte di stoppie e felci miserabilmente", mentre tutte le chiese "si sono pure costruite di tavole, e lo stesso s'è fatto de' Monasteri, e de' Conventi".

La cittadina, dopo il disastro, fu visitata dal Sarconi, che ne fece una relazione, e se i morti in realtà non superarono la ventina, la distruzione fu pressoché completa, anche per il fatto che il sito dove essa sorgeva si era rivelato di già franoso, e insomma poco stabile, particolarmente a nord, di dove grave pericolo incombeva su di essa ancor prima del verificarsi del fenomeno tellurico, se il Napolione[13] notava qualche anno prima che "la città (aveva) particolarmente .  difficile, o niuno ingresso al Settentrione dove la Valle gior­nalmente sprofondasi in maniera, che si prevede un vicino scoscen­dimento di buona parte della Città lungo essa valle situata signatamente sotto la Chiesa di S. Antonio Abate, e sue vicinanze". Ora, si immagini quali potessero essere nel luogo le conseguenze de] disastro tellurico in quella situazione. Il sito come si osserva ancor oggi, fu ridotto ad un insieme di valli, nelle quali tutto venne tra­volto. Il disegno del terreno si configurò addirittura in modo tale che per la ricostruzione si preferì spostare il luogo di erezione tre chilometri circa ad ovest, sulla grande strada delle Calabrie e della Posta, dove fino allora era situata la cosiddetta "Villa del Vescovo".

[1] Il Ruggero Sanseverino, esponente, come s'è già rilevato, di un ramo della famiglia che nel Regno di Napoli aveva diramazioni in ogni dove, tutte espressioni di una incontestata potenza, era inoltre Conte di Terranova, per essere erede e nipote di Margherita Dell'Oria, precedente signora di quella terra, e conseguentemente anche signore di Gioia, titoli tutti che passarono ai suoi eredi.

[2] F. Guicciardini, Storia d'Italia, 1. V, Bari, 1922.

[3] Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, 19534.

[4] Racupito, De novo in universa Calabria terramotu, congeminatus nuncius, Romae, 1670.

[5] Lutio D'Orsi da Belcastro, Relazione dei terremoti et delle rovine di Cala­bria nel 1639, Napoli, s a.

[6] Pignatari, Il terremoto in Calabria del 16 novembre 1894, seguito da una cronistoria dei terremoti; dal 1300 fino a quell'anno, Monteleone, 1895.

[7] U. M. Napolione, op. cit.

[8] Napolione, op. cit.

[9] P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, Capolago, 1838.

[10] La Piana inizia circa 20 Km. a sud di Mileto.

[11] In realtà i morti, secondo l'accertamento del Vivenzio, furono 29.451 riferiti a tutte le Scosse di quell'anno.

[12] Racimolature storiche, in "Archivio Storico della Calabria", a II, n 2, aprile 1914.

[13] Napolione, op. cit.

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