6/2/2012
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Storia di Mileto: dalle origini ai Normanni

1. DALLE ORIGINI AI NORMANNI

Il turista che scende per la statale 18 dalle colline che la cir­condano, ha di colpo la visuale della cittadina adagiata nella valle colle cuspidi dei suoi campanili, e un'atmosfera di torpore e di mistero che sembra circondarla. Mistero è parola atta più che non si creda se si vola indietro colla memoria nel tempo alla scoperta del tempo stesso e di un termine umano che si poté dire storia.

Leggenda e scetticismo qui difatti si mescolano e si intrecciano fino a confondersi vicendevolmente. Alla leggenda della vecchia Mileto, carissima alla fantasia tradizionale delle genti che qui collocano la loro vicenda umana, subito si sostituisce lo scetticismo per l'accaduto storico, un estremo dubbio che annoia le menti su Ciò che fu, sulla possibilità stessa che possa essere stato, Scarseggia difatti il superstite documento umano. Scarseggiano le rovine stesse che costituiscono l'elemento ponderabile del passato, l'architettura, sia pure in sfacelo, l'ordinaria costruzione rinascimentale o medioevale, la porta caduta, il sasso tombale colla sua iscrizione non dubbia. Così la mancanza di limitatezza stessa ch'è inserita nella stessa docu­mentazione architettonica per quanto ampia essa sia, sbriglia da un lato la fantasia delle genti del posto, e fa della Mileto del passato assai più di quel che essa non sia stata, mentre dall'altro, la mancanza di conforto di dati più reali in questo volo ansioso alla ricerca di un passato che si sa essere stato in certo modo illustre, determina subite riprese del pensiero e ripiegamenti verso lo scetticismo, del resto connaturato nell'anima della gente della cittadina come una seconda natura.

Il primo protagonista della storia di questa terra, è il terremoto[1], non solo attraverso questi termini di riflessione così fa la sua comparsa, ma addirittura grandeggia e detta ancora i termini della sua legge, come un nume indigete che ora rende grande il passato più di quel che non sia, ora lo restringe fino ad annullarlo completamente.

In realtà, se scarseggia il superstite documento architettonico, non mancano le relazioni umane, siano esse storiche o cronachistiche, e, tenuto conto che in fondo l'attenzione qui converge su un centro non molto grande, bisogna aggiungere che queste sono alquanto sufficienti a redigere una summa andando dal Malaterra[2] al Bar rio, dal Fiore fino allo stesso Lenormant, e infine fino agli estensori di cose locali, dal Napolione al Taccone-Gallucci e al Pititto.

Il turista deve collocare colla sua fantasia l'antica Mileto, com­pletamente distrutta dal terremoto del 1783, tre chilometri ad est dell'attuale dove ora non sono che campi e scoscendimenti, unico residuo un grosso muro abbaziale. Sulla sua origine greca circolano leggende, ma il nome stesso in effetti la riconnette ai Milesii dell'Asia Minore. Scrive il Barrio: " Dopo è Mileto città vetusta, posta tra due fiumi, fondata dai popoli milesii dell'Asia Minore. Difatti, come scrive Erodoto nel sesto libro essendo stata distrutta da Dario Mileto dell'Asia, i Milesii, che a quella strage sfuggirono, privi della patria, come già i Troiani, congiuntamente ai Sami, liberi da vincoli residui, pervennero a Reggio alla conquista di una nuova sede"[3]. Nella sua bella prosa latina prosegue quindi col dire che essi anda­rono successivamente a Messina, ma di là cacciati, si rifugiarono in Calabria, e, tra l'altro, a Mileto. E conclude scrivendo: "Così come i Locresi appellarono Locri, i Milesii vocarono Mileto".

In realtà, nome a parte, il periodo greco rimane avvolto nella più completa oscurità. Allo stesso modo quello romano, se si eccettua una frase di Cicerone, risieduto a Vibo Valentia, il quale fa cenno a Mileto nella sua epistola Ad Atticum, e il rinvenimento avvenuto nel 1939, di un mosaico romano, reperito nei dintorni della cittadina. Sull'interpretazione dei ciceroniani cenni di riferimento a Mileto nell'epistola Ad Atticum, sostenuta per primo da Sebastiano Corrado, convergono anche il Barrio, il Marafioti, il Fiore ed il Calcagni.

È del primo secolo, il sorgere delle prime comunità religiose cristiane. La tradizione addirittura vuole che l'apostolo Paolo qui abbia predicato dopo aver lasciato a Reggio il discepolo Stefano da Nicea (62). Lo stesso Paolo d'altronde nell'epistola ai Romani (XV, 19) scrive: "Da Gerusalemme andando fino all'Illirico ho diffuso il Vangelo di Cristo"[4]. E dell'Illirico faceva allora parte anche la Peucezia, cioè una parte dell'odierna Calabria.

Dopo il crollo dell'Impero romano d'Occidente, la Calabria allora ancora detta "Brutia", rimase bizantina. E di età bizantina era a Mileto la Chiesa detta della Cattolica, una delle tre superstiti d rito greco sorgenti rispettivamente in Calabria, a Stilo, Reggio Calabria e Mileto. Sulla stessa introduzione del rito greco a Mileto, è testimonianza la colonna con l'iscrizione greca: Dum£banti deÒj cÚrioj ca^ Tpef£uhu ¹m (L'anno in cui Dio signore anche noi illuminò)[5]. Sempre in età bizantina Paolo Diacono cita Mileto nelle Miscella, riferendosi all'espugnazione e distruzione di Napoli ad opera di Beli­sano (536 o 537). Nella successiva ricostruzione della città difatti lo stesso Belisario accolse, per ripopolarla, numerose genti bruzie, tra cui anche originari di Mileto. La Cronica di Arnolfo si interessa a sua volta di Mileto, riferendo l'occupazione saracena del 946[6]. E saracena la città continuò ad essere negli anni intorno al Mille (forse tra il 946 ed il 1004), come ricorda la Cronica Cavense riferendo la vittoria dei Pisani sugli arabi di Sicilia concretatasi nei pressi di Reggio. I musulmani battuti si rifugiarono a Mileto.

Si avvicina però ormai il tempo della calata dei Normanni in Calabria, che fu certamente fondamentale nella storia della città.

La calata normanna in Calabria (inizio 1017), e più diffusamente nell'Italia meridionale, interessa la storia generale. Essa va inqua­drata nel diffuso travaglio politico-militare dell'Italia meridionale, che aveva del resto già portato a tentativi di egemonia ad opera di Pandolfo III di Capua prima e di Guaimaro V di Salerno poi. Il processo di unificazione intrapreso dai Normanni trova, attraverso la figura del conte Ruggero, proprio a Mileto un punto di arrivo, e insieme un punto di partenza: una sosta travagliatissima, neces­sitata dalle circostanze, prima di compiere il balzo definitivo volto alla conquista della Sicilia. I due fratelli d'Altavilla, Ruggero e Roberto il Guiscardo, si lanciano alla conquista dei tre principati longo­bardi di Benevento, Capua e Salerno, dei quattro ducati nominalmente ancora bizantini di Napoli, Sorrento, Amalfi e Gaeta, del catapanato bizantino che comprende i temi di Puglia e di Calabria, dell'emirato arabo di Sicilia. L'anno in cui Mileto, come altra parte della Calabria, diviene normanna non si conosce. E tuttavia nel 1058 essa viene prescelta come centro delle terre conquistate e da conquistare nell'estremo sud, centro cioè del Gran Contado di Calabria e Sicilia. Il primo a designarla come tale è Roberto il Guiscardo, e la scelta e sopratutto dovuta a ragioni militari. Nel 1060 un accordo inter­corso tra questi e il fratello Ruggero fa di Roberto il duca di Puglia e di Calabria, e dello stesso Ruggero il Conte di Calabria e di Sicilia. A Ruggero spetta, tra l'altro, il possesso di Mileto.

Tuttavia tra i fratelli non mancano i contrasti. Racconta il Malaterra e riferisce il Napolione che nella "Piazza di Mileto... avanti la Principal Porta della città... si azzuffarono le milizie del Conte Ruggiero l'anno 1062 con le milizie di Roberto il Guiscardo, lascian­dovi la vita Arnoldo, fratello di Delicia Moglie del nominato Conte Ruggiero"[7] . Il possesso di Mileto e di una vasta provincia ad essa annessa passa però definitivamente al Gran Conte Ruggero, che fa del complesso dei suoi possessi in Calabria una "Provincia Miletana".

Del periodo normanno a Mileto scrive il Fiore con evidente esa­gerazione: " Conciosiaché divenuta così (Mileto) reggia gloriosa dei Normanni dominanti nella Calabria e nella Sicilia non si tenne indie­tro a qualunque altra città metropoli di quello affare. Qui correvano i popoli vassalli pei compimento della giustizia politica: da qui si spedivano ministri così di quella, come di guerra. Qui correvano le ambascerie dei principi forestieri, e da qui si spedivano le proprie a confederati ed amici. Qui si solennizzavano gli sponsalizi del Conte e delle figliuole: qui occorse la nascita di tanti principini, singolar­mente di Ruggiero (il secondo) che poi divenne il primo Re dì Napoli e di Sicilia: qui la venuta di Urbano Il e di Callisto parimen­ti Il. E che altro di splendore e di gloria non ebbe Mileto? "[8] .

La forzatura del contesto sul termine di riferimento ad altre città "metropoli" sia pure "di quello affare", non muta tuttavia il reale svolgimento dei fatti enumerati. Ruggero modella a Mileto la corte del Gran Contado sul tipo bizantino, e introduce solo qualche residuo di parvenza feudale. Se del resto la feudalità fu sempre viva e intensa, il feudalesimo è fenomeno pressoché sconosciuto nella greca Calabria, bizantineggiante persino nei suoi elementi più secon­dari. Nel 1063 avviene la fondazione dell'Abbazia della SS. Trinità, la cui chiesa sarà definitivamente ultimata nell'architettura nel 1101, nel 1072 l'istituzione della zecca, nel 1080 la creazione della diocesi, che dapprima è atto arbitrario di Ruggero, com'è d'altronde costume della sua politica ecclesiastica. La politica complessiva del Normanno è tuttavia sempre aperta e lungimirante. Egli si accinge ad assimilare gradualmente l'elemento greco in quello più propriamente latino. E tipico è sotto questo rispetto il mantenimento a Mileto dei riti greci della Cattolica, mentre si va creando l'abbazia della SS. Trinità, e la sua chiesa, di rito latino. il generale accordo normanno col papato, pur tra alquante traversie, spinge peraltro la Santa Sede a ratificare la creazione nella città di preferita residenza del Normanno di una delle più vaste diocesi dell'Italia meridionale. E questa è un'ulteriore san­zione papale alle conquiste normanne.

Il 4 febbraio 1083 papa Ildebrando, Gregorio VII, emana la bolla Supernae Miserationis, che crea la diocesi di Mileto, sulla base  della soppressione della precedente, che era quella di Vibona. Nel 1086, col diploma Sigillum aureum, il Gran Conte Ruggero assegna ad essa ed all'episcopio territori, possessi, giurisdizioni e diritti di chiese comprese tra Maida e Reggio; diploma questo che fu seguito da altro del 1091 con il quale venne anche assegnato alla Chiesa vescovile di Mileto il feudo di S. Agnese nel territorio di Squillace. Papa Urbano Il infine con la bolla Potestatem ligandi del 3 otto­bre 1093 aggrega a quella di Mileto la diocesi di Tauriana i vescovadi di Vibona e di Tauriana vengono così soppressi. Il vescovo di Mileto, fin dal 1083, non viene addirittura sottoposto ad alcun metropolita, dipendendo la diocesi direttamente dalla Santa Sede. Primo vescovo è eletto Arnolfo.

Nel contempo Ruggero favorisce la venuta in Calabria di Brunone di Colonia, fondatore dell'ordine dei Certosini, disposta da Urbano Il. Intorno a quella che sarà Serra San Bruno sorge In Certosa di 5. Stefano del Bosco. Di San Bruno del resto il Gran Conte divenne grande amico, e di questa amicizia rimase fino al Settecento, nell'an­tica Mileto, una tra dizione, che via via col tempo si era andata arricchendo di elementi leggendari e sentimentali, frammisti a quelli tea]i, Scrive una memorialista appunto del '700, il Piperni, in un manoscritto inedito: " E San Bruno, ancor vivente, che l'era assai caro (a Ruggero), et amicissimo, li comparve in sogno nell'assedio di Capua, liberandolo dall'insidie, e tradimenti, che pensava ordirgli Sergio Capitano de' Greci; tanto che memore di questi sì segnalati beneficii, non solo prese per speciale Protettrice la SS.ma Vergine Maria, ponendo la sua Santa Immagine nelle monete dall'una parte, e dall'altra l'immagine di sé medesimo a cavallo in atto dì combattere come vi ne sono al presente: et in altre monete, et impresse l'imma­gine di detta Nostra Signora coll'iscrizione, Dextera Domini fecit virtutem. Dextera Domini exaltavit me: ma mandò in dono a detto Papa Nicola 2 quattro cameli, carichi di preziose spoglie e, di van­taggio per tutta la Sicilia, Calabria, ed in tutto il Regno di Napoli, fondò, dotò, ed arricchì moltissimi Monasterii, Basiliche, e Vescovati, e fece moltissime altre Magnifiche fabriche; e nobilitò con munifi-cenza Reale detta Gran Certosa con amplissimi Privileggi (sic.), ed esenzioni colmandola di vastissime rendite, e vassallaggio Baronale di più terre, e villaggi, e per lo spirituale coll'esenzione Nullis Dioecesis da mano del Papa".

In questo tempo la conquista normanna in Sicilia è avanzatissima. Secondo il Malaterra, cronista della vita di Ruggero, a Mileto il Gran Conte riceve la resa formale di Messina nel 1071, essendo ambasciatori della città Niccolò Camuglia, Giacomo Saccamo, Mercurio Opizinga ed Ansaldo da Patti. Segue nel 1090 la resa di Neto e di altra parte della Sicilia,

Lo splendore della Corte è intenso, finissima l'architettura dell'Abbazia della SS. Trinità, carissima a Ruggero, il quale per essa ha fatto trasportare dalla greca Hipponium (l'odierna Vibo Valentia) le colonne del tempio di Proserpina. Finissima la monetazione, ricor­data dal Muratori nelle sue Antichità Italiane, e che con qualche giustezza vari autori raffrontano con quella di età greca di Terina, di Petelia e di Caulonia. Essa si compone di pezzi in argento (denaro, mezzo denaro, frazione di denaro) e in bronzo (trifollaro, doppio follaro, follaro, mezzo follaro)

Con gran sfarzo e con gran "contentamento di popolo"[9]  si svolgono nel 1061 nella città le nozze di Ruggero con Eremburga, sorella di Roberto, abate nel monastero di Sant'Eufemia, più tardi eletto alla cattedra vescovile siciliana di Troina. Eremburga però muore nel 1088. E il Normanno si risposa per la terza volta con Adelaide, nipote del marchese aleramico Bonifacio del Vasto, che nel 1097 o 1098 gli dà il figlio Ruggero lI, il quale sarà più tardi primo re di Sicilia e di Napoli.

La nascita a Mileto di Ruggero Il è testimoniata dal Malaterra. Naturalmente avversi al cronista sono per questo particolare evento gli storici siciliani, sia pure con qualche eccezione, ovviamente pro­pensi a fare della Sicilia il luogo di nascita di Ruggero. A questo proposito però non dà luogo a dubbi l'inno di Fra Maraldo riferito al battesimo di Ruggero, tenuto in San Martino da San Bruno, essen­do testimone un nobile normanno, il Lanuino[10] .

Nel medesimo anno della nascita di Ruggero II, papa Urbano lI visita la corte del Normanno. Sono ormai lontani i tempi in cui il papato andava alla ricerca di compromessi con il Gran Conte e co­munque avversava la politica di questi volta a creare diocesi, che tuttavia, come a Mileto, venivano puntualmente riconosciute dalla Santa Sede. Il concilio di Melfi del resto, già nel 1089 aveva proce­duto ad una ratifica delle conquiste normanne, anche se Ruggero non vi aveva partecipato, impegnato com'era nell'opera di consoli­damento della conquista siciliana, ormai pressoché completa. Il 22 giugno 1101 il Gran Conte viene a morte proprio nella sua residenza preferita, quando però ormai non so]o aveva completato la con­quista della Sicilia, ma avendo altresì affermato la sua potenza ed il suo prestigio, ereditandoli dal fratello Roberto il Guiscardo, anche nei rispetti dell'altro normanno, suo omonimo, Ruggero Borsa, duca di Puglia e di Calabria. Un tumulo venne eretto nel cimitero dell'Ab­bazia della SS. Trinità, con l'epigrafe che recava: "Linguens terrenas migravii Duc ad amoenas/Rogerius Sedes nam Coeli detinet aedes".

La vedova Adelaide assume la reggenza per conto del figlio Simone, e resta ancora preferibilmente nella cittadina. Nel 1105 viene però a morte anche Simone, e la successione passa al minore Ruggero, il quale non sarà maggiorenne che nel 1113.

Nel tempo della reggenza, Adelaide, dopo aver soffocato in sul nascere, con forza ed anche con crudeltà, alcuni tentativi insur­rezionali, continuò a praticare una politica di cauto raccoglimento. Papa Pasquale Il l'aveva confortata della sua visita subito dopo la morte di conte Ruggero nel 1102. Qualche anno più tardi però essa sposta il centro normanno di residenza da Mileto a Messina, ch'è ormai più atta a controllare i domini normanni di Sicilia e di Calabria. Il secondo Ruggero, ancora conte, continua a volte a risiedere a Mileto, dopo entrato in possesso dell'eredità paterna. In particolare ciò avviene spesso durante l'attacco che egli sferra intorno al 1121 ai possessi calabresi rimasti ancora in dotazione al duca Guglielmo. Ed è del resto nel luglio di quest'anno, proprio nel ten­tativo di conciliare i due avversari, che Callisto tI scende in Calabria e, nell'occasione, consacra l'Abbazia e la Chiesa della SS. Trinità. La capitale della contea di Calabria e di Sicilia è tuttavia ormai stabilita nel suo ambito naturale, a Palermo (dove Ruggero Il sarà incoronato re di Sicilia nel 1130), fin dal marzo-giugno 1112, essendo ancora reggente Adelaide.

Non è da credere che durante la permanenza di Ruggero I (detto Bosso per la sua corpulenza), Mileto sia stata più che una cit­tadina, ancorché ingrandita, ingentilita ed abbellita dalla corte del Normanno, e dalla multiforme attività che si svolgeva nella cerchia delle sue mura. Il Gran Conte era però ad essa particolarmente attaccato, e qui subito si rifugiava durante le soste concessegli dalle fatiche della guerra e dai continui spostamenti da quella determinati.

La città era allora posta in sito diverso da quello che ci viene descritto nelle memorie settecentesche, alla confluenza tra il fiume detto "dell'acqua calda" ed un ruscello detto Schiattino. Proprio in questa confluenza, in particolare si aveva la Piazza Maggiore ed il corpo centrale della città, legato alle opposte rive da un ponte. I quattro quartieri, e cioè quelli della Cattolica, di Sàccari, del Vesco­vado e del Castello, erano circondati da mura, mentre proprio al centro doveva collocarsi la cappella di San Martino, nella quale, come abbiamo riferito, venne battezzato Ruggero Il; dato di fatto questo che risulta da due carte di donazione concesse da Ruggero ai Certosini di S. Stefano del Bosco, redatte "in cappella Sancti Mar­tini, quae sita est in medio Civitatis Mileti ".

S'è detto della istituzione della diocesi, che recò con sé più tardi l'erezione della cattedrale dedicata a San Nicola da Bari, e del tempio della Badia, veramente splendido e ricco di marmi e di colonne greche; se detto anche della zecca. Nulla si conosce invece del sito dove sorgeva il palazzo di residenza del Normanno, che naturalmente doveva essere assai ampio e ricco, e insomma adeguato alle condi­zioni di corte offerte da un potentissimo principe. Della stessa corte si sa che facevano parte ostiari e mistocleti, nominati da Ruggero (così, per l'anno 1086, come risulta da tin diploma dello stesso Ruggero, ostiario di Mileto è un Nicola, mistoclete un Nicocle), mentre nella città coorti di servi, di angari e di perangari erano dominati dai guerrieri al seguito del Normanno, il quale, non si dimentichi, aveva il suo pensiero fisso alla guerra di espansione, a quella guerra di espansione che in ultima analisi doveva fruttare alla dinastia normanna la conquista e la creazione di un regno.

Dubbia è per questo tempo la consistenza numerica degli abi­tanti della città. Le  cifre fin qui avanzate danno sempre motivo a qualche perplessità. Il centro doveva essere piuttosto grosso, se si considera che il Normanno l'aveva prescelto a sua sede. E d'altra otto diecimila abitanti per il tempo era cifra già elevata, a fare di essa il sito di residenza di condottieri in espansione, i quali portavano sempre dietro di sé turbe di armati, e di comandanti sottoposti. Lo spopolamento dei secoli successivi parte all'esodo della corte normanna, in parte alle calamità e ai terremoti, in parte al riaffermarsi nel di città-centro come Monteleone (Vibo Valentia), la quale nei tempi precedenti la venuta di Ruggero era andata in rovina anche in seguito alle incursioni saracene.



[1] Alcune date: giugno 1184, febbraio 1624, marzo 1638, novembre 1659, gen­naio 1693, aprile 1723, dicembre 1743, febbraio 1783, settembre 1905, dicembre 1908.

[2] Per la bibliografia, si veda il fondo del volume.

[3] "Postea est Miletus civitas vetusta inter duos amnes edito loco a Milesiis Asiae popuiis condita. Nam ut Erodotus libro sexto auctos est, Mileto Asiae a Dario eversa, Milesii, qui ca clade superfuere, privati patria, ut quondarn Troiani, una curn Samiis, liberis e coniugibus susceptis novana sedem conquirentem Rhegium pervenerunt " (De antiquitate et situ Calabriae  Romae, 1571).

[4] "Ab Hierusalem per circuitum usque ad lllyricum replevi Evangelii. Christi" (Ad Rom.; XV, 19).

[5] La prima traduzione latina del testo greco fu data dal Capialbi: "Anno (in quo) Deus Dominus et illuxit nobis. (In V. Capialbi, Memorie per servire alla storia della Santa Chiesa Miletese, 1835).

[6] "Anno CMXLVI Tropeum et Nicotrum, et Militum a Saracenis de Sicilia captae sunt, sed a Calabrensibus in Calimaro multi de illis occisi sunt!" ("Nell'anno 946 Tropea, e Nicotera, e Mileto sono state: conquistate dai Saraceni di Sicilia, ma in Calimera molti di essi sono stati uccisi! ".

[7] U.M Napolione, Memorie per la Chiesa Vescovile di Mileto (manoscritto del sec. XVIII).

[8] Fiore, Calahria illustrata, Napoli, 1691.

[9] Malaterra, De rebus gestis Rogerii Comitis, in Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, Arezzo, 1767 (Opere).

[10] Canta il Maraldo, tra l'altro, nel suo ritmo: "Militensis sit immensis / Urbs antiqua gaudiis... Baptizatur et lavatur I Sacro puer flumine. / Lanuinus est patrinus / Nobilis Northmanicus, / Tunique sacro de lavacro / Olivo Bruno inun­gitur. / Christo Deo supero, / FeIix omen; tenet nomen / Puer hic Rogerius. / Canunt omnes, stant insomnes / Metris jubilantibus, / Ardet Forus, gaudet Thorus / Nimio prae gaudio. / Melitensis nam Ostensis / Gaudebat Ecclesia, / Quia tapere cum abiete / Exornata cernitur... ". (Rbytmus in nativitate Rogerii Imi" Sici!iae regis /magni Comitis Rogerii  filii / ex chronico Maraldi monachi et S. Brunoni discipuli / in Eremo Calabriae cxcerptus).

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