EMMANUELE PAPARO
Sorti i Natali nella Città di Montelione in Calabria Ulteriore la notte de' 25 Dicembre 1778 da Pasquale, ed Eufrasia Zecca ambidue figli di pittore. Apprese le belle lettere, e le filosofie sotto la guida di Felice Antonio, e di Giovanni Francesco D'Alessandria, il primo de' quali morì Vescovo di Cariati e Gerenza, ed il secondo Vescovo di Catanzaro. Emmanuele succhiò con le lettere l'amenità, la dolcezza di cuore e di maniere, e la magnanimità di Monsignor di Cariati, e si formò a di lui somiglianza l'anima virtuosa, il costume morigeratissimo. Fin da' suoi albori fè tralucere i prodigi di grande e versatile ingegno, e di memoria vasta, pronta ad ogni genere di conoscenze. Fanciullo ancora dimostrò gran propensione per le arti del disegno, e fu visto intere giornate rimanere estatico in presenza di un simmetrico edificio, di una bella statua, o di un vago quadro; e di soli cinque in sei anni distingueva già una tela di merito da un'altra di niun valore. Fornito di rare qualità, e di felice disposizione pel lavoro cominciò da se medesimo a disegnare. Il di lui padre aveva ideato avviarlo alla scuola di Francesco Saverio Mergolo; ma questi morì nell'Aprile del 1786, quando Emmanuele contava appena sette anni, percui venne destinato alla scuola di Lorenzo Rubino pittore, fu nostro amico, uomo d'integerrimi costumi, e di non fucata devozione, discendente da una famiglia onorata di pittori, e scultori. Questi sosteneva la scuola più colla riputazione degli antenati, che colla sua istruzione; imperciocchè freddo riusciva nelle composizioni delle sue tele, che per loro più ritraeva di altre lavorate da Giulio suo padre, e niun anima dava alle sue figure, mancati di sentimento, ed il suo colorito è smorto, e spesso mal combinato nelle ottiche gradazionali; onde i di lui quadri di niun pregio si stimano dagl'intendenti. Emmanuele adunque andato alla di costui scuola in pochi mesi fè progressi tanto rapidi da ingelosire il maestro. L'ingenuo fanciullo liberamente ardiva giudicare i quadri del Rubino; questi giudizi sebbene partivano dalla bocca di un ragazzo, sempre l'amor proprio del professore, che nell'arte portava troppo oltre, venivano ad offendere. Quindi cercò tutt'i mezzi, onde congedare il perspicace discepolo, e non volle dargli più carte per disegnare. Ma che non fa, che non può il genio quando set Deus in nobis agitante calescimus illo! Emmanuele rientra alle domestiche mura; dà di mano alla matita, e con alquante carte, che il di lui buon genitore acquistato gli aveva dagli eredi del Mergolo, da se stesso tutto solo si perfeziona nel disegno. Non contento della matita s'apperecchia la tavolozza, e i pennelli, e senza guida alcuna comincia a colorire delle tele. Egl'insomma senza conoscere il meccanismo della pittura se lo crea da se, trova le proporzioni dell'impasto de' colori, e dimostra essere stato doviziosamente arricchito di tutte quelle doti, che necessariamente sono per formare un vero pittore. Appena aveva compito il terzo lustro che le sue tele eran ricercate, ed applaudite. Sei sue macchiette in rame, esprimenti fatti della S. Scrittura, mandate in Spagna dall'agente del Duca dell'Infatado, dimorare al Pizzo, venner così gradite da quel Signore che altre dodici ne ricercò dal giovine pittore Calabrese, le quali furono lavorate, e rimesse. Emmanuele intanto con una applicazione sorprendente s'inoltrava nello scibile, e pieno di fantasia, e penetrazione com'era, non potea non divenire altresì buon poeta. A ragione disse Orazio, ut pictura poesis erit,perché queste due nobili arti si porgono quali giulive sorelle amorosamente la destra.
Siffatte qualità ben presto resero il Paparo carissimo ai più istruiti suoi concittadini, i quali lo visitavano spesso nel suo studio, per divertirsi seco in ameni letterari, o artistici discorsi. In questi onesti giornalieri trattenimenti Egli fece sorgere l'idea della riapertura dell'Accademia Florimontana, che dal 1770 dietro la morte di Domenico Potenza aveva sospeso le sue adunanze, riapertura che accadde nel 1803. Emmanuele per voto unanime col nome di Palamede Olimpico fu acclamato all'onorevol posto di Promotore dell'Accademia, e con tal veste animò le tornate Accademiche, nelle quali recitò versi, e prose piene di giudizio, e di gusto dimostrandosi uno de' più zelanti benemeriti sostenitori della Florimontana.
Nel 1806 venne in Monteleone, ove stazionava il Quartier Generale dell'arma Francese spedita in Calabria, il Generale di Divisione Donzelot nella qualità di Capo dello stato maggiore del Maresciallo Massena. Siccome questo Generale era spassionato amatore delle belle arti, e delle stesse intendentissimo; così adocchiò le felici disposizioni del nostro Paparo, lo careggiò grandemente, e per animarlo lo presentò al Maresciallo Massena, il quale compiaciutosi ordinò al pittore Calabrese un quadro, che le battaglie da lui vinte (e non eran poche) in piccolo spazio simboleggiasse: Emmanuele non appena ricevuto il comando ne formò il cartone, ed in meno di 40 giorni condusse a tutta perfezione l'opera: presentatala al Maresciallo Massena, questo si compiacque tanto del lavoro che volle spedirlo alla sua famiglia in Parigi, e generosamente ricompensò il nostro artista.
Partito per Napoli il Generale Donzelot a' 13 Dicembre 1806 condusse seco il Paparo, e lo raccomandò alla Corte, ed ai Ministri,. Con tal protezione riuscì facile ad Emmanuele la conoscenza de' letterati, e degli artisti Napoletani, Daniele, Mazzarella, Farao, Andrei, Arditi, Zuccarelli furon da lui inchinati, e più d'ogni altro si strinse in amicizia con Monsieur Denys grazioso pittore di paesaggi, Monsieur Wicar, che si trovava a Napoli, dopo aver fatto eseguire dal Paparo una copia del ritratto di Alessandro Sesto, originale di F. Sebastiano del Piombo, altamente lo commendò a Monsieur Miot, allora Ministro dell'Interno. Questi dispose a favore di Emmanuele un assegnamento di mensuali docati 30, a patto che all'immediazione di Wicar dovesse in Napoli trattenersi. Ma Emmanuele ardente di veder Roma, e desideroso di approfondirsi nell'arte, seguendo i consigli del Generale suo protettore, stimò più opportuno rinunciare l'offerta pensione, ed alla Città de' sette colli portossi. In fatti colà giunto alla scuola del Camuccini s'addisse, e si approfondì nel disegno base principale dell'arte, che rende quell'artista veramente grande. I quadri che in quella Metropoli Emmanuele travagliò riscossero gli applausi de' più severi artisti, e degl'intendenti, da' quali venne amato, e distinto. L'insigne Signor Lorenzo Re, che aveva cominciato a pubblicare le sculture Capitoline illustrate nel presentargli'l primo tomo; Voi ricordaste, gli dice agli eruditi antiquari che la vostra patria, e le Calabre contrade furono un tempo la sede delle belle arti, ed il vostro ultimo quadro della cena del Redentore manifesta che i Calabresi sono ancora invasi di quest'entusiasmo de' loro antichi maestri. Quadro chiamato perfetto da' più grandi pittori; quadro insomma che per la forza del disegno, per la subblimità dell'espressione, e per l'effetto del colore fin dagli Aristarchi medesimi estratta da un prototipo di eccellente. E quali applausi non ebbero i vostri pastori in mezzo alla neve? Ed il S. Giovanni copiato da Raffaello, e la cena di Emmaus estratta da un prototipo di Michelangelo non hanno messo in forse tutti gl'intendenti per dinstinguere gli originali dalle copie?...
Emmanuele rimase circa un triennio in quella metropoli, sempre avvicinando i primi artisti, che allora vi facevano dimora. Fu costante ammiratore dell'immortale Antonio Canova, delle cui virtù morali, e de' sublimi talenti nell'arte rimase incantato: profittò de' precetti da quello suggeritigli, e lo corteggiò con tutto zelo, ed amore. Emmanuele ricordavalo sempremai con emozione di affetto; un pubblico attestato ne donò in quella canzonetta che diresse allo scrittore di queste memorie.
In Roma Emmanuele si legò in strett'amicizia col Cavaliere Domenico Venuti, il quale ebbe poscia sempre per suo protettore. Così ottenne il bene di essere ritrattato dal di lui figlio Cavaliere Lodovico Venuti, che alla nobiltà de' natali ha riunito non minor nobile riuscita nella pittura. Una copia di tal ritratto adorna queste memoriette. Varie tele in quella metropoli dipinse il Paparo per commissioni avute. Alcune copie ritrasse per l'amico Generale Donzelet, che le fece trasportare in Parigi. Questo Generale, del quale Emmanuele ingenuamente in un suo scritto confessa "il Generale Donzelet era il vero amico dell'uomo. Ei non sapeva che far bene, e voleva comparire di non averlo mai fatto. Io devo alla sua generosità, ed alle sue premure tutto quel poco che sono" questo Generale non ostante ch'era stato mandato al comando delle isole Ionie pur del pittor Calabrese si ricordava, e non cessava di soccorrerlo con larghe, e vistose somme, come nel suo partire l'aveva provisto di danaro, e di commendatizie efficacissime presso il Cardinal Con salvi Segretario di Stato, il Generale Miollis Governatore Generale di Roma, il Marchese Turlonia, e i due sommi artisti Canova, e Camuccini.
Nella dimora colà fatta Emmanuele s'invogliò d'apprendere il meccanismo dell'incisione; ed in acqua forte eseguì il mezzo busto di una vecchia, che si riscalda le mani su di un piccolo braciere. Egli sebbene avesse ottenuto per impegno del Generale Donzelet un albergo nella Farnesina, pure abitò sempre in S. Basilio ben trattato da quell'ottimo P. Abate Potier.
Nel luglio 1809 pensò il Paparo di rimpatriare coll'idea di ricondursi in Roma colla sua famiglia, composta da' genitori, e da unica sorella. Nel suo transito per Napoli fu ben accolto dall'egregio Monsignor Capecelatro Arcivescovo di Taranto, Ministro dell'Interno, e lusinghieri attestati ottenne da vari altri impiegati superiori. Ma i vincoli della parentela, e quelli per lui anche più forti della patria lo trattennero ai propri lari in continue occupazioni di travagli letterari, ed artistici, e di pubblici negozi a pro del suo natio. A sua premura nel dicembre dell'anno medesimo 1809 si ricominciarono le tornate accademiche abbandonate per le circostanze della guerra, e la Florimontana riebbe nuova vita.
Richiamato nel 1813 a far parte come pensionista dell'Accademia Napoletana stabilita in Roma sotto la direzione del Cavaliere Venuti Emmanuele si contentò di ringraziare quel suo Mecenate senza profittare delle offerte che gli vennero proposte (errore imperdonabile in un uomo di tanto talento quanto era il Paparo).
A 28 Novembre 1815 la Città di Montelione Capitale della Calabria Ulteriore celebrò magnifici funerali alla memoria della defunta Regina Maria Carolina d'Austria. Il Paparo incaricato dell'esecuzione ne regolò la funebre cerimonia, e ne idea il catafalco. In centro del tempio fec'egli inalzare una gran base dorica su della quale ripose l'urna marmorea destinata a racchiudere le umane regali spoglie. La statua della Religione erett'al di sopra sosteneva un basso rilievo coll'effige della Sovrana. A piè della scala del sarcofago si vedeva pieno di mestizia un genio, che s'appoggiava ad una colonna, la quale sosteneva la civetta, ed il cornucopia emblemi della Città di Montelione. Ai quattro del monumento, circondato di cipressi, quattro gran vasi di oro consumavano profumi, ed analoghe iscrizioni narravano le lodi dell'illustre defunta.
Scelto uno de' deputati a presentare, e sostenere le suppliche che la Città nostra avanzò nel 1816 alla clemenza del Sovrano circa la novella circoscrizione delle provincie di qua del Faro, Emmanuele abbandonò per la seconda fiata le domestiche mura, ed i non indifferenti lucri che ritraeva dalla sua professione, e volò a proprie spese nella capitale del Regno. Colà in più mesi di dimora consumò il non scarso peculio che aveva cò suoi sudori adunato: spiegò prudenza, e sagacità meravigliosa in proporre gli espedienti, che la sua mente feconda in risorse sapeva all'istante escogitare, più analoghi all'incarico ricevuto; ed una destrezza, ed attività meravigliosa palesò in eseguire le determinazioni approvate. Ma!. Tiriamo un velo su quelle circostanze, i risultamenti delle quali ben meritano di essere abbandonati all'obliò. Lodi ed applausi a lui furono compartite a man piena dalle autorità, dagli amici, da' suoi concittadini, e generalmente da tutti coloro che ne conobbero de lui pure e virtuose intenzioni.
Il Paparo varie cariche civili, e letterarie aveva occupatoquando nel 1816 rivestì l'abito chiericale (che nella sua gioventù aveva usato); e a 13 Febbraio 1818 tonsurato ottenne assieme tutt'i quattro ordini minori, e passò a far parte dell'Oratorio di S. Filippo di nostra Città. Monsignor Enrico Minatoli Vescovo di Mileto, che conosceva a fondo il di lui valore tanto nello scibile, che nella morale, l'inalzò in men di tre mesi al sacerdozio, e facoltarlo voleva in una ad ascoltare le confessioni Sacramentali. Ma trovò in Emmanuele una resistenza oltremodo ferma, e decisa in rifiutar quell'onore, come continuo poscia a condursi semprechè Chiesastiche dignità, ed onorificenze dagli Ordinari della Diocesi gli vennero offerte.
Da che si arrollò fra i Filippini la matita, ed i pennelli del Paparo non trattaron più che oggetti sacri, o paesaggi; ed in quest'ultimo genere mirabilmente riusciva. Peccato che non si fosse occupato da vantaggio a moltiplicare le sue campagne! Le poche lasciate ci fan desiderare che molte altre simili avessero confermato vieppiù il giudizio che gl'intendenti portano circa i suoi paesaggi.
Al fine del 1821 trovossi vuota la piazza di maestro di disegno del Real Collegio Vibonese. Monsignor Minatolo prescelse il nostro Paparo, come il solo che degnamente per quelle circostanze potesse occupar. Egli la rifiutò; ma il Prelato l'obbligò sotto il precetto d'ubbidienza ad accettarla. Simili cariche essendo proibite a' Filippini convenne al nostro Emmanuele sortire dell'Oratorio, ed alla casa paterna ritornare. Non lasciò per altro l'abito di Oratoriano che continuò ad indossare fino alla morte sempre col desiderio di poter rientrare, e morire in quella esemplare comunità. Nel di 28 Febbraio 1825 fu Egli uno de' deputati incaricati per regolare la cerimonia funebre, con che la Città di Montelione pianse il trapassato Augusto Monarca Ferdinando I Re del Regno delle due Sicilie. All'oggetto Emmanuele immaginò, e fece eseguire nella Chiesa matrice un gran Mausoleo, la di cui prima base presentava d'avanti un urna cineraria. Ai lati di essa vi mise il Genio Sebezio, ed il Vibonese piangenti. Nel resto de' lati varie iscrizioni, emblemi, e trofei dimostravano le virtù dell'estinto Monarca. Su tale base s'inalzava una cella mortuaria quadrata di ordine dorico nella cui nicchia anteriore v'era la statua del Re, modellata su quella scolpita da Canova; e nelle nicchie laterali, e posteriori le statue della Giustizia, della Religione, e della Clemenza. Una cupola copriva l'edifizio, e nello zoccolo della cella si vedevano varie grotte sferiche con alcune teste lacrimanti. Quattro obelischi si ergevano agli angoli del Mausoleo, ed altrettanti gran candelabri in oro ardevano a' lati della tomba. Tutto il tempio era coperto di luttuose gramaglie, di festoni con gigli d'oro, e di numerose lampadi sepolcrali. Egli né ordinò le quattro statue delle analoghe epigrafi; giacchè per le iscrizioni, e per le lacrime furono incaricati il Signor Abate Filippo Iacopo Pignatari, e lo scrittore di questo articoletto. La funzione riuscì maestosa, ed imponente.
Trapassato nel dì 8 Febbraio 1826 il sullodato Signor Abbate Pignatari, Parroco della Chiesa dello Spirito, duomo della Città nostra, le autorità gittarono gli occhi sopra di Emmanuele per succedergli. I filiani ne avanzarono al Prelato Diocesano postulatorie, che furono appoggiate da tutti gli Ecclesiastici, i Regolari, gl'Impiegati del Collegio Vibonese, e da tutte le famiglie di quella parrocchia per antica probità, e per esimio onore distinte; ma più d'ogni altro venivano garantite dal pubblico comun voto. Monsignor di Mileto ne scrisse al redattore di questo articolo, il quale usò tutte le pratiche necessarie per persuadere l'amico Paparo ad accettare la Parrocchia offertagli dalle comuni domande. Emmanuele però conseguente né propri principi la rifiutò con una estrema fermezza, preferendo vivere, dicev'egli, privatamente fra gli amici, la matita, i pennelli, e i libri.
Ed infatti da che il Paparo lasciò la casa dell'Oratorio alternò mai sempre la sua applicazione fra la pittura, e le cose erudite. Dalle sue composizioni fin l'anno 1822 non ne aveva conservate che pochissime, e di queste buona parte s'era dispersa. Non fu così nel prosieguo; giacchè cominciò ad acquistare più passione per le letterarie produzioni, onde potè nel suo decesso lasciare XXI. volumetti MSS. di prose, e versi, e circa settanta orazioni sacre, o dissertazioni Accademiche.
Due grandi tele condusse il Paparo, e perfezionò in questi ultimi anni, ne' quali, distratto dalla Scuola di disegno del Real Collegio (che sotto le di lui guida divenne florida con sommo profitto degli alunni) e delle cose letterarie non molto toccò i pennelli, e i colori. In un quadro di palmi 14 di diametro per l'altar maggiore della Chiesa del SS. Rosario di Radicena effigiò la circoncisione di nostro Signore Gesù Cristo. Sotto ampia volta del tempio di Gerosolima ornata di aureo pensil candelabro, che consuma profumi. Il vecchio Simeone assiso su di uno sgabello, e ricevuto nostro Signore nelle braccia, sia intonando il cantico Nunc dimittis ricordato da S. Luca. Questo vecchio si dimostra preso di santo entusiasmo, e somiglia ad un anziano estatico Bardo. La mossa del suo corpo, la posizione de' suoi piedi lo fan conoscere per un ispirato. Maria nostra Signora sta all'impiedi dal lato sinistro dappresso alla credenza, sulla quale vi son preparati i vasi, e gli ordigni necessari alla mistica funzione. Ella piena di affanno per l'operazione, cui va a soggiacere il bambino, e compiaciuta dell'inno del giusto Simeone colle mani giunte palpita, guarda il divin figliuolo e l'adora. Una donna dal lato destro bacia il piede del pargoletto, una vaga giovinetta sta sorpresa alla vista di quella inaspettata scena dalla sinistra; ed altre varie persone di sensibilità penetrate sono spettatrici del fatto. L'arca dell'alleanza, e le tavole delle leggi vieppiù confermano la santità del luogo. A nostro giudizio crederemo di maggior valore questa tela se il Professore vi avesse tralasciata, o variat'almeno una gran figura, che vi mise fra gli spettatori in prima veduta, e se il colorito de' panneggi, avesse avuto ripartizion più simmetrica.
In altro tondo di palmi 12 di diametro per la volta della Chiesa di S. Chiara de' PP. Agostiniani di Montelione Emmanuele delineò il battesimo di S. Agostino. È questa una scena di XIX. Figure che si rappresenta nel Duomo di Milano, la cui architettura fù appostatamene conservata dal Paparo, che per maggiormente rendercelo palese effigiò in una nicchia il Precursore del Messia, al quale quel tempio è dedicato. Dappresso all'altare, circondato da' ministri assistenti S. Ambrogio vestito degli abiti pontificali prende da un gran vaso con una scudella l'acqua, e la versa sul capo di S. Agostino, che stà inginocchioni a' piedi del S. Arcivescovo colle braccia incrociate sul petto, vestito di tunica, e bianca clamide in atto di penitente contrito catecumeno, che attende il sacramento battesimale. Dal venerando viso di S. Ambrogio traspira la gioia, l'anzietà a divenir cristiano da quel di S. Agostino. S. Monica stà dietro al figlio colle mani giunte quasi ringraziando il Signore della grazia concessa a Costui. Quanti vari sentimenti d'affetto agitant'il cuore di Monica non si leggono nel di lei volto! Ma tutti li supera la contentezza presente, la quale sembra di averle fatto dimenticare le passate amarezze. Sotto le volte del colonnato del tempio si vedono molte persone accorse alla pia cerimonia, e dalla parte laterale dell'altare, non vedute da S. Ambrogio, un gruppo di due vaghe donzelle che si abbracciano attira lo sguardo dello spettatore per l'eleganza delle forme, per la vivacità del colorito. Da sei mesi soltanto che si trova esposta al pubblico, gl'intendenti delle belle arti, confessano di ritrovare nobil compenso della salita, che bisogna sormontare per giungere nella Chiesa di S. Chiara, quando gli è concesso vagheggiare questo lavoro del nostro Emmanuele, che se fu l'ultimo ad essere condotto, una delle sue prime produzioni dee certamente riputarsi.
Verso gli ultimi giorni di luglio 1828 apparve al Paparo sulla nuca del collo un di que' tumori conosciuti comunemente col nome di talpa, seu favo. Al principio si credeva un semplice foruncolo, ed Egli lo disprezzò tanto che continuava a dar lezione di disegno al Collegio, e nel di 19 Agosto intervenne all'Accademia per la riconoscenza del giorno natalizio del Re N.S., e vi recitò una bella canzone italiana. Dopo pochi giorni non poté più sortire di casa per la febbre sopraggiuntagli. Quindi'l tumore fu aperto, ed essendo comparsa la gangrena fu avvisato poche ore prima di morire del suo stato di salute; onde fortificatosi co' Sacramenti della penitenza, dell'Eucarestia, e dell'estrema Unzione, nell'adempimento de' quali recitò da se stesso con mente screna tutte le orazioni, si abbracciò ad un Crocifisso, e così tranquillamente trapassò, dopo poch'istanti, alle ore 12 e mezza italiane del giorno sei settembre anno 1828.
Il cadavere fu accompagnato al sepolcro da tutt'i professori, impiegati, ed alunni del Collegio Vibonese, dagli Accademici Florimontani, e dalle corporazioni religiose della Città. Al trigesimo poi nella Chiesa de' PP. Filippini, ove s'era inumato, s'inalzò un catafalco che lo scrittore di queste memorie, immaginò di adornare coi principali quadri dello studio pittorico del Paparo. Ciò produsse l'effetto ideato, e commosse mirabilmente gli astanti intervenuti alla funebre cerimonia. Il Reverendissimo Signor D. Giuseppe Augurosa Arciprete di S. Onofrio, cordiale amico del defunto, e nostro, recitò l'orazione funerale, la quale quanto eloquente, e patetica, fu altrettanto veritiera; poiché seppe in breve, ed ordinata diceria ricordare le virtù dell'amico perduto, senza il fastello di estranei ornamenti, e le ampollosità di superlativi, e traslati, coi quali si smentiscono spesso anche le cose reali, che nell'orazion vi son narrate. Sparse di amare lacrime noi allora offrimmo a' mani del defunto le seguenti brevi iscrizioni, che affisse pe' tipi del Pappalardo.
I.
Supra januam Templi intorsum
SACRA. VERTENTIS. MENSIS. PIAMINA
PRO. EMANVELIS. PAPARO
PACE. ET. QVIETE. PERPETVA
IVSTA. EHEV
NVLLI. AEQVIVS. MELIVS
ERINT. PERSOLVTA.
II.
Antica tumuli temporarii
EMANVELI. PAPARO
FLORIMONTANAE. COLONIAE. ARCADVM. XII. VIRO
PROMOTORI
OECONOMICAE. ACAD. VLTERIOR. CALAB.
SOCIO. ORDINAR. EMERITO
INTER. CROTALI. SODALES. ET. ALLABOTANTIVM
COOPTATO
VIRO. PIETATE. INGENITA. MODESTIA
VSV. RERVM. COMITATE. QVE. SPECTATISSIMO
QVI. IN. ALENDIS. IVVANDIS. QVE. EGENIS
ILLVD. CAVIT
VTI. PRAETER. DEVM. COGNITOREM
ATQVE. TESTEM. HABERET. NEMINEM
ITEM. ECCLESISTICAS. DIGNITATES
HONORES. QVE
TENAX. PROPOSITI. CONSTANTER. RESPVIT
FILIO. DVLCISSIMO. ET B. M.
PASCHALIS. PAPARO. PATER. INFELICISSIMVS
HAS. TRISTES. DAT. INFERIAS.
III.
Dextri lateris
MANIBVS. PIENTISSIMIS
EMANVELIS. PAPARO
CONGREGATIONIS. ORATORII. PRESBYTERI
SVAVITATE. MORVM. AC. SERMONIS. INSIGNIS
CVI. NIHIL. PATRIAE. CARITATE. FVIT. ANTIQVIVS
EAM. NEMPE
LIGATA. ET. SOLVTA. ORATIONE. LAVDAVIT
TABVLIS. EGREGIE. A. SE. PICTIS. ADORNAVIT
IN. PVBLICIS. MVNERIBVS. DILIGENTER
OBENVNDIS. IVVIT
QVI
VIBONENSIS. IVVENTVTIS. AD. VIRTVTEM
ET. EXEMPLAR. FVIT
NVNC. EHEV
MAEROR. MVCTVS. ET. DESIDERIVM
IV.
Sinistri lateris
EMANVEL. PAPARO. VIBONENSIS
CVIVS. VEL. GRAPHICES. IN. OMNI. GENERE
ELEGANTIAM
VEL. ELOQVII. FACVNDIAM. ET. LVCIDVM. ORDINEM
VEL. CARMINVM. SENTENTIAS
ET. MODVLAMINA. SPECTES
INGENIVM. PENE. DIVINVM
EI. INSTITVM. FACILE. AGNOSCERES
HBIC. SITVS. EST
VIXIT. ANN. XLIX. MENS. VIII. DIES. XII
OB. VIII. IED. SEPT. AE. V. AN. MDCCCXXVIII
CIVIVM. LVCTV. ET. LACRYMIS. ELATVS
V.
Postica
AVE. EMANVEL. AMICORVM
QVOT. FVERE. QVOT. SVNT. QVOT. QVE. ERVNT
SVAVISSIME
VIRTVTVM. PLVS. COMPOS. QVAM. TITVLO
SCRIBI. POSSIT
EHEV. NIMIVM. PROPERITER
CVPIDISSIMIS. TE. SVRRIPIS. AMICIS
AHAV. QVAM. CITO. ADVOLAS. ANIMA. INSONS
TE. DVM. SUPERVM. FRVERE. REQVIE
HAVD. CAPTANT. NOSTRI. OBLIVIA
AVE. ITERVM
SALVE. ATQVE. VALE.
VI.
Marmor ad aedem S. Mariae de Succursu PP.
Philippinorum Vibone ponendum
EMANVELI. PAPARO
VIBONENSIS. CONGREGATIONIS. ORATORII
PRESBYTERO
PICTORI. ORATORI. ET. POETAE. ELEGANTI
PIO. FRVGI. CIVI. SOLERTI
ET. PATRIAE. AMANTISSIMO
IN. AMICITIIS. COLENDIS. EXIMIO
OBIT. VIII. EIDVS. SEPT. MDCCCXXVIII
AETATIS. SVAE. XLIX. MENS. VIII. DIES. XII
VITVS. CAPIALBVS
IVCVNDISSIMO. AMICO
P.
Era Emmanuele di giusta statura, ben composto di membra, e sufficientemente in carne nodrito. Aveva il viso rotondo, il naso grossetto, e la bocca sempre al riso disposta. Gli occhi suoi eran colmi di un continuo sensibil languore, che rapiva. Parlava con voce dimessa
Facondo sì che di sua bocca uscieno
Più che mel dolci d'eloquenza i rivi.
Sempre gaio, ed ameno nel tratto usava urbanità anche co' suoi emoli stessi. Generoso al di là delle sue forze, l'interesse non l'arrestò mai a compartire un favore, a rendere un servigio. Nel disimpegno degl'incarichi ricevuti metteva in opera indistintamente tutte le sue risorse, e quelle de' suoi numerosi amici, e conoscenti. Amò la comune patria alla follia: si vedeva brillare quando eseguiva incumbense che la riguardavano; ed i suoi discorsi eran sempre animati di ragionata filipatria. Lasciò varie opere che nell'atto sono di ornamento alla Città di Montelione dimostrano il suo caldo zelo per essa. La Chiesa Madrice di S. Leoluca adorna di delicati stucchi, e di quadri in diverse cappelle, e nella volta: La Chiesa di S. Maria del Soccorso de' PP. Filippini tutta ornata parimenti di stucchi, e di quadri nella volta, ed in due Cappelle: buona porzione della Chiesa dello Spirito Santo, duomo della Città, rifatta col quadro esprimente il Padre Eterno nell'alto dell'ara maggiore, sono tutte opere condotte, o dirette dal nostro Emmanuele, ed eterni testimoni del suo talento, e delle sue vaste conoscenze nelle arti del disegno.
Possedeva tenacissima memoria, e bastava che avesse scritto per ritenere a mente una orazione, o una sua poesia. D'ingegno versatile imitava con meravigliosa facilità tanto nella pittura che nella letteratura i differenti stili che prendeva per modelli. Laborioso, ed assiduo menav'a compimento con mirabili sollecitudine, e facilità il lavoro principato. Amò, e coltivò passionatamente la poesia italiana. Riusciva mirabile nel genere bucolico, e descrittivo. Gl'idili, e le sue canzonette sono tanti bei paesaggi di Claudio, di Hackeret, e di Per elle. Molte cose scrisse ch'ei stesso disperse: alcune poche furono stampate: altre né lasciò MS. Quando trapassò aveva posto in pulito di proprio pugno tutto il viaggio Pittorico, di cui i primi dieci canti già aveva fatto pubblicare in Messina co' tipi del Pappalardo. Di questo poemetto sarà forse continuata l'edizione a cura degli amici del defunto. Emmanuele divenuto prete s'applicò all'oratoria sagra. Varie prediche, orazioni panegiriche, ed eucaristiche lasciò ancora MSS.[14]. Somministrò nove articoli per la Biografia Napoletana scritti con ammirabile accuratezza, ed eleganza. Aveva un cuor sensibilissimo alle bellezze della natura che sempre mai prese ad imitare nelle sue tele. Ecco com'Egli stesso si descrisse in una canzonetta:
Quest'amabile incanto
A te natura il devo.
Devo a te del mio core
Ogni sensibil moto,
Lle mie dilette lacrime,
I piaceri, il dolore,
Quel restar spesso immoto,
Quella vita languente
Di piacer per effetto,
Quella pieghevol anima
Che parlami sovente
Dentro il flessibil petto, |
Quella quella che intendo
Dolce affannosa, e sempre
Calda folla di palpiti,
Quel vivere morendo
Per sensibili tempre,
Quel che provo contento
Ad ogni tua pittura
L'agitarmi 'l convellermi
Tutto il mio sentimento
Son tuo dono, o natura. |
Liberale co' poverelli li scorreva giornalmente di nascosto con larghe elemosine. Non risparmiava fatica per l'istruzione de' giovani, specialmente quando li scorgeva d'ingegno, e che promettevano buona riuscita. Ebbe molti amici, che costantemente seppe conservarvi fino alla morte. La virtù dell'amicizia fu da lui passione predominante; e l'amicizia sua era secondo la voleva Cicerone: remissior, et liberior, et dulcior, et ad omnem comitatem facilitatemque proclivior. Onde noi che per più lustri fummo il fedele sincero, e costante amico, e compagno del nostro Emmanuele ne abbiamo amaramente compianto la perdita, e giornalmente non possiamo che ripetere a di lui riguardo coll'amabil cantore di Laura:
O fugace dolcezza! O viver lasso!
Chi mi ti tolse sì tosto dinanzi
Senza'l quale non sapea muover un passo?
O P E R E MSS.
- Viaggio Pittorico - Canti 20 in versi sciolti con note erudite.
- Il Romitaggio - Poemetto Canti quattro.
- La Salmodia di Davide in terza rima con discorso preliminare, argomenti, e note.
- Idili 20 -
- Più volumi di sonetti, madrigali, canzone, capitoli, ed altri poetici componimenti.
- Riflessioni su capi d'arte antichi, e moderni.
- Riflessioni sull'arte di vedere di Milizia, e sulle osservazioni del Conte Nazione al medesimo libro.
- Elogio funebre di Pasquale Buccarelli Preposito dell'Oratorio de S. Filippo della Città di Montelione.
- E molte orazioni eucaristiche, Prediche, Panegirici, Sermoni, e dissertazioni Accademiche.
- Delle produzioni pittoriche del Paparo un elenco descrittivo, e ragionato sarà da noi estesamente compilato nelle memorie degli artisti della nostra padria.
VITO CAPIALBI DA MONTELIONE.
|