6/2/2012
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Hipponion-Valentia: dalla polis al municipium

HIPPONION- VALENTIA:
dalla
polis al municipium

a cura di Maria D'Andrea e Gilberto Floriani

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Indice:

1) I Brettii tra Greci e Romani. La fine delle poleis.

2) La Romanizzazione del Bruzio e la fondazione di Valentia.

3) Scavi, ricerche e materiali: un excursus tra passato e presente.

4) Il territorio ed il suo sfruttamento: dalla montagna al mare.

5)La cultura artistica.

Appendice I : La fondazione delle colonie romane.

Appendice II: Marco Vipsanio Agrippa. Biografia di un romano illustre.

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I Brettii in Calabria tra Greci e Romani. La fine delle poleis greche.

E' assai difficile definire la parabola storica dei Brettii, popolo vissuto in Calabria insieme ai più famosi Greci e Romani!. Un grosso limite per la ricerca deriva dal fatto che le notizie e le informazioni su di essi sono "di parte" in quanto fornite dai loro "nemici", mentre la ricerca archeologica, avente come interesse la documentazione sui Brettii, sebbene più obiettiva è relativamente giovane. D'altra parte le informazioni tramandateci dai Greci che, comunque, detengono il monopolio delle notizie, ci hanno permesso di conoscere ed identificare questo popolo che, diversamente e sulla sola base dell'evidenza archeologica, non sarebbe emerso.
La tradizione più accreditata li indica come pastori assoggettati ai potenti Lucani, ai quali erano sottomessi politicamente ed economicamente. Si racconta che i giovani Lucani si recavano presso questa comunità guerriera per l'apprendistato militare, trascorrendo così un periodo nell'esercizio della caccia e nell'arte della guerra. Pare, inoltre, che alcuni di questi giovani guerrieri Lucani avessero favorito l'organizzazione di quei pastori che, maturati politicamente e soprattutto militarmente, diedero origine ad una comunità autonoma di tipo cantonale con relativa metropoli. E' questa la versione Straboniana sulla loro origine, diversa da quella fornita da Diodoro, il quale racconta di una plêthos - moltitudine - di persone di varia provenienza, dedite soprattutto all'attività predatoria. Sintetizzare le vicende che portarono alla scissione e successiva costituzione in comunità del popolo Brettiio è impresa ardua anche per via della non limitata documentazione in nostro possesso. Risale, infatti, a tempi recenti l'interesse nei confronti di questa popolazione e delle problematiche connesse alla sua comparsa e conseguente affermazione sulla scena politica magno-greca. L'emergere e l'affermarsi dei Brettii avviene in un momento in cui la crisi delle poleis magno-greche lasciava ampio margine di intervento alle popolazioni italiche. Infatti se alla base della società magno-greca esisteva un'unità culturale di fondo, sia dal punto di vista territoriale che soprattutto politico, gli italioti erano pervasi da un atteggiamento particolaristico esasperato, che finì per renderli vulnerabili e facile preda della voglia di riscatto delle genti italiche. Nel 356 a.C. essi si affrancarono dai Lucani, rendendosi indipendenti, ed occuparono un territorio nella Calabria del nord. A questo punto è necessaria una digressione cronologica per capire in quale clima, politico, economico e sociale, i Brettii si trovarono ad agire. Il 510 a.C. è una data memorabile per chi si occupa di storia della Magna Grecia. Rappresenta, infatti, una cesura, una ferita insanabile nella storia delle città greche d'occidente in quanto, con la sconfitta e la conseguente distruzione di Sibari da parte dei Crotoniati, viene a mancare il ruolo di coesione che fino ad allora aveva svolto la città. Crotone non era riuscita a sostituirsi del tutto alla città sconfitta; la debolezza e la scarsa compattezza tra i vari centri fu messa a nudo e a dura prova. Nel tentativo di arginare la pressione dei Lucani nella Calabria centro-settentrionale era stata fondata nel 444-443 a.C., sui resti della gloriosa Sibari rasa al suolo sessanta anni prima, la colonia panellenica di Thurii; ma non era servito a molto. Gravi dissapori serpeggiavano anche fra Crotone e Locri fin dall'età arcaica, anche se quest'ultima si giovava dell'autorevole alleanza con la potentissima città Siceliota di Siracusa. Ma anche tra Locri e Reggio le cose non andavano certo meglio e per problemi di confini territoriali si innescò un'ostilità tra le due città che si concluse con la capitolazione di Reggio che, assediata per lungo tempo, fu tempestivamente rasa al suolo. Questo avvenne intorno al 387 a.C .; qualche anno più tardi fu la volta di Crotone che, privata della libertà, fu piegata dai Siracusani. Nel tentativo di fronteggiare, e quindi arginare, le incursioni Lucane e l'espansionismo sfrenato dei Siracusani, le città italiote si erano confederate.

Fig. 1

La Lega italiota fu posta sotto la supremazia di Taranto, mentre la sede istituzionale e religiosa presso il santuario di Hera Lacinia a Crotone. Con la caduta e relativa cacciata dei tiranni siracusani l'impero si dissolse ed il mondo italiota entrò in una profonda crisi: di questa situazione di difficoltà ed in questo contesto storico, infatti, approfittarono le popolazioni di origine Enotria. Sull'esempio dei bellicosi Lucani ed a seguito della fusione con alcuni loro gruppi, queste popolazioni rivendicarono il possesso di luoghi abitati anticamente dai loro padri aspirando, soprattutto, ad una loro autonomia e ad acquisire una propria identità culturale ed etnica.
Anche se il cammino per una conoscenza approfondita è ancora molto lungo, grazie alla ricerca archeologica di questi ultimi anni è stato possibile identificare i caratteri peculiari dei loro insediamenti, della loro lingua, della monetazione: in poche parole della loro cultura. Infatti le indagini archeologiche degli ultimi anni, condotte soprattutto nella Calabria centro settentrionale, hanno fatto acquisire importanti informazioni circa il modello insediativi, riconoscendolo di tipo paganico-vicano. I due termini - da pagus e vicus -, indicano un sistema di popolamento costituito da piccoli villaggi sparsi su un distretto territoriale. Questi erano ubicati in posizione di difesa su alture prospicienti valli ed in punti strategici nelle immediate vicinanze di importanti direttrici di traffico.

Fig.2

Il particolare posizionamento dei borghi agevolava lo sfruttamento del territorio sia dal punto di vista agricolo che pastorale. Gli insediamenti agricoli (vici), sparsi in un distretto territoriale (pagus), oltre all'occupazione capillare di un determinato territorio garantivano le varie produzioni per la sussistenza. Al tempo stesso gli oppida - località dove si svolgevano le attività pubbliche di tipo religioso, politico e militare - riuscivano, grazie soprattutto ad imponenti opere di fortificazione, a dare asilo agli abitanti delle fattorie che vi affluivano nel momento in cui pericoli esterni ne minacciavano l'incolumità. Come si riferiva poc'anzi soprattutto nella Calabria centro settentrionale sono state scoperte ed indagate numerose fortificazioni: si ricordano Castiglione di Paludi, Muraglie di Pietrapaola, Fig. 3Cozzo Cerasello, Torano, Tiriolo, Murge di Strongoli, Pruìia di Terravecchia. La città prescelta come sede della loro confederazione era Cosenza, mentre altri centri abitati famosi, ricordati dalle fonti letterarie, sono: Hipponion, Terina e Petelia. Mentre Hipponion e Terina erano state sottratte, tra l'altro assai precocemente, ai Greci, Petelia, nei pressi dell'abitato moderno di Strongoli (KR), costituisce il canonico esempio di oppidum prima descritto, sia per la sua posizione interna che per le poderose mura di cinta che vi erano state costruite.
La storia dei Brettii ad un certo punto si intreccia con quella di Hipponion. Infatti la tradizione concorda quasi unanimemente nell'attribuire, almeno per un periodo, il possesso della città ai Brettii. Diodoro, sulla base di un'altra fonte forse Eforo, riferisce nel XVI libro l'etnogenesi dei Brettii, nel cui quadro inserisce anche la conquista di Hipponion. Sulla base di questa fonte si è formata una vulgata storica secondo la quale appunto dal 356 a.C. la città, tranne che per brevi periodi legati agli interventi di Alessandro il Molosso ed Agatocle, fu sotto il domino dei nuovi conquistatori. Fig. 4Un'analisi della documentazione induce a pensare che l'ipotesi non è del tutto accettabile o almeno non senza avanzare qualche dubbio in merito alla documentazione. Mario Lombardo, al quale si deve una dettagliata analisi delle fonti letterarie su Hipponion, evidenza la problematica e fornisce una lettura diversa del dato Diodoreo, al quale molti studiosi si sono ispirati nel pensare la città preda dei Brettii. Pur con tutte le riserve possibili sul passo di Diodoro, numerosi rinvenimenti di materiale archeologico riconducono ad una presenza dei Brettii in città. A tal proposito si può ricordare, ad esempio, l'emissione di monete d'argento riconducibili sicuramente ai Brettii ( fig.1 )
,il rinvenimento di una laminetta nella quale si parla di un sacrificio a Giove Versore(fig.2),e una serie numerosa di bolli in osco ( fig.3 ).Ma non solo. Infatti nella seconda metà degli anni ottanta, durante la costruzione di una serie di abitazioni poste nei pressi della via Laquari, in una necropoli utilizzata a partire dalla fine del IV sec. a.C., è stata scavata una tomba a camera, tipica nella comunità dei Brettii. La monumentale sepoltura è riconducibile ad un personaggio in vista del ceto guerriero, così come dimostrato da rinvenimenti analoghi nel resto della regione. All'interno della stessa sono state recuperate due statuette (fig. 4) che denunciano l'origine italica: queste, infatti, indossano un elmo riconosciuto come peculiare di queste popolazioni; probabilmente facevano parte delle decorazioni relative alla cassa in legno che conteneva l'inumato. Ancora a scavi recenti è riconducibile un interessante bollo osco Perkenos (fig.5)Fig. 5impresso su un coppo,di cui uno identico è custodito nella collezione Capialbi, rinvenuto nella area di necropoli greca riutilizzata successivamente come quartiere artigianale. Gli indizi di tipo archeologico riconducibili ad un'occupazione Brettiia della città, quindi, sono diversi ed inoppugnabili, senza contare le già citate monete in argento la cui storia risulta assai complicata per la legenda [EI- [EIP impressa, ma soprattutto per la precocità con la quale sono state coniate. Assai difficile risulta evidenziare questa presenza in altri contesti e situazioni, tenuto conto che se occupazione c'è stata si sarà trattato, soprattutto per quanto concerne la cultura materiale, di una sovrapposizione ai modelli Greci peraltro già esistenti.

Bibliografia:
Risale al 1960: O. Parlangeli- A. De Franciscis, Gli Italici del Bruzio nei documenti epigrafici, Napoli 1960. Da questo momento in poi assistiamo all'intensificarsi delle ricerche sull'argomento, anche se, da sempre, sono stati privilegiati gli studi sulla lingua, la monetazione, l'epigrafia. AA.VV. Per un'identità culturale dei Brettii, (a cura di Paolo Poccetti), Napoli 1988, raggruppa diversi saggi di interesse generale; si veda inoltre P.G. Guzzo, I Brettii, Storia e archeologia della Calabria preromana, Milano, 1989.; M. Lombardo, I Brettii, in Italia Omnium terrarum parens, ( a cura di Giovanni Pugliese Caratelli) Milano 1989, pp. 249-297. Sulla presenza dei Brettii ad Hipponion, attraverso l'analisi delle fonti letterarie, vedi M. Lombardo, Fonti letterarie della storia di Ipponio, in ASNSP, 1989, pp. 419-462.; P.G.Guzzo, L'archeologia dei Brettii tra evidenza e tradizione letteraria, Storia della Calabria antica, età italica e romana, (a cura di S.Settis) , Roma 1994, pp.197-218.
Fondamentale inoltre e piuttosto recente, AA.VV., I Brettii, (a cura di G.De Sensi Sestito), Atti del convegno 1992, Soveria Mannelli-Messina, 1995.

La Romanizzazione del Bruzio e la fondazione di Valentia


Il 194 a. C. è accettata unanimemente dagli studiosi come la data ufficiale di deduzione della colonia latina di Valentia sul sito dell'antica Hipponion, città greca fondata dai coloni locresi alla fine del VII sec. a.C.. Ma la deduzione della colonia, perfezionata due anni dopo nel 192, non è che l'epilogo di un processo che affondava le radici nel tempo, avendo avuto inizio molto tempo prima. La morte di Agatocle avvenuta nel 289 a.C. costituisce un punto di riferimento, la data simbolica, per indicare l'inizio dell'interesse romano nei confronti dell'Italia meridionale ed in particolare della Calabria.
La Romanizzazione della Calabria si deve, quindi, immaginare come un fenomeno che ha avuto luogo in tempi e momenti diversi e che alla fine si è concretizzato nelle modalità il cui esito finale tutti conosciamo. Ancor prima della guerra di Pirro gli Italioti, cioè i Greci dell'Italia meridionale, avevano avuto contatti sia con i Romani che con gli italici. Ad un certo punto il Bruzio divenne teatro di una serie di avvenimenti con protagonisti gli Italioti, gli Italici, i Romani ed altri soggetti di volta in volta attori sulla scena di quel periodo.Gli Italioti si trovavano in difficoltà per via di problemi interni mai risolti e relativi alle singole poleis. Le popolazioni italiche dal canto loro cercavano il momento opportuno per il riscatto. I Romani si erano inseriti nello scacchiere politico di quell'epoca che, a conclusione degli eventi, avrebbe portato il territorio calabrese a diventare la terza delle undici regioni in cui Augusto riorganizzò l'Italia agli inizi del I sec. d.C.. Almeno fino alla fine del IV secolo a.C. l'interesse da parte dei Romani era stato rivolto quasi esclusivamente all'Italia centrale ma, dopo le guerre sannitiche, le attenzioni si erano spostate più a sud, al confine con i territori occupati dagli insediamenti degli Italioti. Questi ultimi neanche nell'Italia meridionale, come già succedeva in patria, erano riusciti a dar vita ad uno stato unitario; tra l'altro quasi contemporaneamente ai loro dissidi interni erano sopraggiunti i problemi collegati al risveglio, ed ai conseguenziali ripetuti tentativi di riscossa, dei popoli italici. Per dare risposte a questa problematica si erano avvicendati sulla scena politica magno-greca diversi personaggi importanti. In un primo tempo era stato Archidamo, re di Sparta, a prendere il comando di un esercito di mercenari arruolati a spese dei Greci d'Italia. Purtroppo, nonostante gli sforzi e l'impegno profusi, non furono raggiunti gli obiettivi prefissati e lo sfortunato condottiero perì in battaglia. Successivamente Cleonimo, principe spartano di sangue reale, riuscì invece a raggiungere dei risultati, nonostante il suo atteggiamento giudicato spregiudicato e da avventuriero, anche se con scarsa soddisfazione degli italioti. Alessandro il Molosso, re dell'Epiro, aveva invece ridato la speranza per la risoluzione dei problemi che attanagliavano la Magna Grecia. La sua azione, che interessò oltre all'area settentrionale della Calabria, in parte anche quella meridionale, inflisse un duro colpo ai Brettii, sottraendo loro la città di Terina. Sfortunatamente l'avventura del Molosso finì nei pressi di Pandosia, nel 330 a.C.; narra, infatti, la leggenda che il corpo del condottiero, caduto in battaglia e finito nel fiume Acheronte, fu recuperato da una donna Brettiia che lo trasportò a Thurii. Né maggiore fortuna ebbe l'opera dell'ambizioso Agatocle, tiranno siracusano, il cui scopo era quello di esercitare un ruolo politico di più ampio raggio sulle orme di quanto fatto qualche secolo prima da Dionisio I. In un primo tempo la sua attività si era concretizzata nell'aiutare alcune città in difficoltà come Crotone e Reggio; una volta però conquistato il potere il tiranno sognava di ripristinare il controllo territoriale e politico che Siracusa esercitava sull'Italia meridionale. La morte del tiranno fece però ripiombare nello sconforto gli Italioti che ancora una volta si trovarono privi di protezione. Thurii, ripetutamente attaccata dai Lucani, chiese aiuto a Roma ponendosi sotto la sua protezione così come aveva fatto Napoli quarant'anni prima. Da questo momento hanno inizio una serie di vicende che vedranno i Romani sempre più presenti nell'Italia meridionale. La situazione sopra descritta non era congeniale ai Tarantini che soffrivano per le ingerenze romane. Taranto, in questo periodo, godeva di grande prosperità e per salvaguardare la propria indipendenza aveva stipulato con i Romani un trattato, in virtù del quale questi ultimi si impegnavano a non oltrepassare Capo Lacinio presso Crotone prospiciente il mare Ionio. Ma Roma non rispettò il trattato divenuto incompatibile con il prestigio di cui godeva e pertanto, nel 282, in aperta violazione degli accordi, schierò alcune navi nel porto della città di Taranto dando così lo spunto per l'apertura delle ostilità. Taranto, consapevole della propria inferiorità, chiamò in suo aiuto Pirro re dell'Epiro; questi, che aveva sposato una figlia di Agatocle, sognava di riunire sotto il proprio dominio la Magna Grecia e la Sicilia. Le azioni del condottiero inizialmente ebbero esito positivo, ma quando quest'ultimo accorse in Sicilia per difendere le città dagli attacchi Cartaginesi, perse terreno in Magna Grecia tanto che al suo ritorno venne sconfitto a Maleventum ribattezzata dai Romani Beneventum. Pirro, successivamente, ritornò in patria dove trovò la morte in battaglia. A questo punto Roma aveva sotto il suo dominio la Magna Grecia, Taranto veniva costretta ad accogliere una guarnigione romana e a mettere a disposizione della città vincitrice la sua flotta. Da questo momento in poi Roma, attraverso la sua politica e con l'uso di raffinati strumenti giuridici, consolidò nel Bruzio la sua prestigiosa posizione. Anche per gli Italici e gli Italioti il periodo successivo alla partenza di Pirro è da considerarsi un momento di tranquillità: in effetti, i Romani non avevano preteso dai Brettii oneri militari, quali ad esempio forniture di contingenti in eventuali conflitti; i Greci mantennero l'autonomia interna sia sul piano amministrativo che su quello religioso; solo relativamente alla politica estera i Romani si erano riservati il diritto di decidere. Pertanto, placate le lotte interne, il sud della penisola si avviava a godere di un periodo di pace. La guerra contro Pirro aveva fatto, però, acquisire ai Romani la consapevolezza del proprio ruolo di grande potenza e della nuova dimensione territoriale. E proprio questa consapevolezza, insieme ai vasti interessi nell'Italia meridionale, impedivano a Roma di accettare la supremazia e l'egemonia punica in Sicilia. Vedevano, infatti, come una potenziale minaccia alle città marinare magno-greche l'entrata nell'orbita romana dei Cartaginesi. Il conflitto scoppiato tra le due potenze si radicalizzò al punto tale che divenne un duello all'ultimo sangue tra due civiltà, paragonabile per intensità a quello che secoli prima aveva opposto Greci e Persiani. L'occasione per lo scoppio della guerra fu determinata dall'arrivo delle truppe romane guidate dal tribuno Caio Claudio, in aiuto dei Mamertini che ne avevo fatto esplicita richiesta per contrastare l'invadenza del presidio dei Cartaginesi. La guerra durata 23 anni, dal 264 al 241, si configurò ben presto come una lotta per il possesso di tutta la Sicilia. Alla fine delle ostilità quest'ultima divenne la prima provincia romana. Ma in tutti gli anni del conflitto il Bruzio, proprio in virtù della sua posizione geografica, ricoprì un ruolo di primo piano. Infatti, posizionata a ridosso di quello che fu il teatro delle ostilità, la Calabria diede ospitalità a uomini e mezzi oltre a procurare rifornimenti alle truppe, e materie prime per la costruzione di imbarcazioni. Polibio, noto autore delle Storie, riferiva di scorrerie ed operazioni di disturbo operate da Amilcare Barca nel territorio locrese, nonché nel Bruzio in generale, con il chiaro obiettivo di creare disagi ai Romani in un territorio a loro funzionale.
Nel 218 a.C. la città di Hipponion veniva minacciata ed il suo territorio devastato dalle truppe Cartaginesi, proprio all'alba della seconda guerra punica. Con la disfatta dei Romani non tardò a manifestarsi la crisi negli appoggi da parte delle popolazioni alleate che cercavano di riconquistare l'autonomia perduta. Gli stessi Brettii ritenevano, prendendo le distanze dai Romani, di avere maggiori possibilità di conquista nei confronti di città prestigiose. In realtà non furono compatti nello schierarsi al fianco dei Cartaginesi, ma sicuramente un gran numero di populi passò dalla loro parte.. L'attuale Calabria ebbe un ruolo importante nelle azioni belliche operate dal condottiero Annibale contro i Romani. Proprio per questo motivo la regione e le popolazioni locali subirono distruzione e sconvolgimenti che gravarono pesantemente sul loro futuro. Il territorio relativo alla città di Crotone vide un'alta concentrazione di forze militari Cartaginesi soprattutto nella zona del moderno centro di Tiriolo. Qui il rinvenimento di monete Brettie e Puniche attesta e testimonia inequivocabilmente come l'area servisse per controllare quella parte di territorio compreso tra il golfo di S. Eufemia e quello di Squillace. Annibale lasciò definitivamente l'Italia per l'Africa nel 203, ma prima di partire come gesto eclatante, ma soprattutto propagandistico, fece incidere in punico e greco i commentari della sue imprese nel tempio di Hera Lacinia a Crotone. Ad ogni modo la sconfitta di Annibale a Zama aprì nuovi scenari offrendo a Roma la possibilità di riesaminare la situazione dei territori conquistati e procedere soprattutto ad una riorganizzazione di quest'ultimi. Con la colonizzazione diventa operativo un sistema che vede Roma amministrare direttamente, mentre in precedenza il tutto era basato sui foedera, un sistema confederativo che lasciava una certa autonomia, comprendendo sia poleis che populi bruzi. I primi a pagare un alto prezzo per il tradimento nei confronti dei Romani furono i Brettii; essi si erano schierati con il nemico creando non poche difficoltà. Come prima reazione vi fu la confisca di numerose terre che andarono ad incrementare l'ager publicus populi Romani, poi la distruzione dei centri fortificati ed il conseguente scioglimento della confederazione, della quale, da questo momento in poi, non si avranno più notizie tramite gli scrittori del tempo. Diverso trattamento venne riservato alle città italiote. Quello di cui noi siamo a conoscenza è, comunque, una parte limitata di quanto avvenne per ogni singola città e nel relativo territorio. In ogni caso l'atteggiamento dei vincitori Romani fu in alcuni casi apertamente gratificatorio: risparmiando, infatti, i territori delle città dalla confisca oppure dall'applicazione di oneri gravosi, si intendeva dimostrare la riconoscenza dello stato Romano a chi aveva avuto, secondo l'ottica del vincitore, un comportamento corretto esprimendo fedeltà incondizionata. Da questo momento in poi una nuova situazione si era venuta a creare sia per le poleis che per alcuni centri italici: a questi erano state affiancate le colonie. Molto probabilmente per tutto l'arco del II sec. a.C. le colonie latine si sovrapposero alle poleis, per poi fondersi nei municipia all'indomani della guerra sociale. Uno storico autorevole quale appunto era Livio indica il 192 a.C. come la data ufficiale per la fondazione della colonia. In realtà pare che la proposta fosse stata avanzata nel 194, mentre nel 192 vennero perfezionate tutte le operazioni. Esiste, però, un passo di Velleio Patercolo che riporta una data molto più antica, ritenuta meno probabile dagli studiosi che, comunque, hanno discusso su questo dato cercando in qualche maniera di definire la problematica. Velleio indica come data della fondazione il 237 a.C.: non si spiegherebbe però per quale motivo non si avrebbero notizie precedenti della città. G. Tibiletti, eminente storico dell'età romana, interpreta il passo affermando che, verosimilmente, la fonte alla quale aveva attinto Patercolo si riferiva alla deduzione di una colonia marittima civium romanorum, successivamente scomparsa, o magari confonda con la fondazione della successiva colonia un luogo fortificato, presidiato probabilmente da un nucleo di assegnatari di terre, che precedette l'istituzione della colonia vera e propria. Più recentemente Domenico Musti, però, in un'analisi molto più ampia ed alla luce di nuovi indirizzi di ricerca, appare più possibilista e si chiede se per caso la notizia riportata da Velleio non sia autentica ed in linea con la politica di consolidamento delle posizioni strategiche in Sicilia, Sardegna e quindi anche in Calabria sul versante tirrenico. Purtroppo le scarse notizie su questo periodo inducono a produrre congetture, e sempre lo stesso Musti asserisce che in definitiva nel 218 a.C. i Romani avevano difeso l'ager Vibonensis dalle minacce dei Cartaginesi, che già in precedenza vi erano sbarcati devastando la stessa città ed il territorio. In ogni caso non si sa se quest'ultima risultava essere nelle mani dei Brettii, sotto il controllo dei Locresi oppure era divenuta sede di qualche presidio romano, il che giustificherebbe la notizia di Patercolo. Non bisogna dimenticare a questo proposito, infatti, la felice posizione topografica della greca Hipponion. Questa, oltre ad essere dotata di un porto - così come riferiscono Diodoro e Strabone, restaurato dal tiranno siracusano Agatocle nel 294 a.C. - aveva la possibilità di tenere sotto controllo a nord l'ampio tratto di costa verso il golfo lametino e a sud quel tratto di mare che rappresenta il passaggio obbligato verso lo stretto di Messina. Ma anche le vie interne potevano essere facilmente controllate, soprattutto quelle che venivano utilizzate quale percorso alternativo, come la vallata del fiume Mesima. Oltre alla posizione e non meno importante è da considerare la presenza dell'altipiano del Poro, fertile territorio adatto allo sfruttamento agricolo. Si potrebbe aggiungere ancora che le Serre, dotate di fitte e secolari foreste, offrivano l'opportunità di sfruttare e lavorare legname e pece, prodotti importantissimi che vedremo in seguito costituire la base dell'economia silvo-pastorale. A questo punto è facile immaginare quanto un territorio dotato di simili situazioni vantaggiose possa essere stato appetibile anche per un insediamento precoce da parte dei Romani. Sulla deduzione del 192, dallo storico Livio ( XXXV 40, 5-6 ) apprendiamo: .Eodem hoc anno Vibonem colonia deducta est ex senatus consulto plebique scito tria milia et septingenti pedites ierunt, trecenti equites ; triumviri deduxerunt eos Q. Naevius M. Minucius M.Furius Crassipes; quina dena iugera agri data in singulos pedites sunt, duplex equiti. Bruttiorum proxme fuerat ager Bruttii ceperant de Graecis . "In questo stesso anno per decreto del senato confermato da plebiscito, fu inviata a Vibo una colonia formata da tremila e settecento fanti e da trecento cavalieri, condotta dai triumviri Q.Nevio, M.Minucio, M.Furio Crassipede. Quindici iugeri di terreno furono assegnati ai singoli fanti; ai cavalieri il doppio; il territorio, già proprietà dei Bruzi che lo avevano sottratto ai Greci". Sulla base di questa autorevole fonte possiamo affermare che ha inizio ufficialmente il periodo romano della città il cui nome sarà quello augurale di Valentia, completato dall'italico Vibo che manterrà immutato fino al medioevo, quando sarà sostituito da Monteleone. Si riapproprierà del nome latino di Vibo Valentia nel 1927, in piena epoca fascista e perfettamente in linea con le nuove tendenze culturali che facevano da sfondo alla propaganda di regime. A giudizio di alcuni studiosi pare, però, che la colonizzazione romana nel Bruzio, ed in particolare di Vibo e Turii, sia stata caratterizzata da un atteggiamento di palese riguardo nei confronti del ceto capitalista romano, a scapito degli agricoltori-coloni ed in netto contrasto con il tipo tradizionale di sfruttamento dell'ager publicus. Ma ritornando alla deduzione della colonia, per riprendere una affermazione di Domenico Musti, potremo dire che Roma era intervenuta nella creazione di nuove colonie là dove erano "città greche ormai storicamente esauste". Lo studioso si riferisce ad Ipponion ,Turi, Temesa e Crotone dove, in effetti, gli eventi degli ultimi anni avevano messo in ginocchio l'economia, devastato il territorio e compromesso quella che poteva rappresentare una normale crescita ed il miglioramento di un centro il cui passato greco era stato più che glorioso. La nuova condizione avrà comportato dei cambiamenti radicali anche se a Valentia non è poi così tangibile a differenza di Thuri, per esempio, dove la trasformazione, soprattutto dal punto di vista architettonico, appare assai più evidente. Un aspetto della romanizzazione che viene assai dibattuto riguarda l'estensione della città romana. Altro importante quesito che si pongono gli studiosi è se questa si sia sovrapposta all'insediamento greco, se i due abitati, cioè, coincidono. Della città greca, però, si conoscono le aree sacre e le necropoli, mentre non è dato ancora sapere dove fossero ubicate le abitazioni. Gli scavi condotti nell'antico abitato romano a partire dalla fine degli anni sessanta non hanno evidenziato, al di sotto di queste, tracce di frequentazione greca. Quindi si potrebbe giustamente affermare che, relativamente alla parte indagata, non vi è stata sovrapposizione. Ma sull'altura del Cofino, in una area dove aveva sede una delle più importanti sedi cultuali della città greca con la presenza di un tempio ionico, è stata recuperata la parte inferiore di una statuetta fittile femminile. La peculiarità del reperto consiste nel fatto che lo stesso, databile al V sec. a.C., reca incisa in caratteri assai minuti, proprio sulla frattura, una iscrizione latina. Paolo Orsi quando agli inizi del secolo scorso ebbe a scavare quanto rimaneva del tempio, dopo aver constatato la completa e sistematica distruzione del monumento fin nelle sue fondamenta, espresse l'opinione che forse all'opera distruttrice dei Romani si era sommata nel tempo quella dei cavatori di pietra che, pur di impossessarsi di buona pietra da taglio, avevano asportato gran parte del materiale con il quale era costruito il tempio. Il giudizio dell'archeologo era supportato dal fatto che durante le operazioni di scavo erano state recuperate numerose monete romane e mamertine. Forse però non disponiamo di dati sufficienti per accettare la congettura di Orsi mentre rimane certo che, all'arrivo dei Romani, l'area del Cofino era già in avanzato stato di abbandono. E' solo a partire dal II sec. d.C. che la zona riprende ad essere frequentata per un periodo piuttosto lungo, precisamente fino al V sec. d.C. A dimostrazione di quanto affermato possono essere ricordati i frammenti di vasellame, sigillate databili al periodo tardo e medio imperiale rinvenute nel corso di scavi recenti, ma soprattutto la parte inferiore della statuetta cui si accennava poc'anzi con l'incisione: [ - - - ] .. / [ - - -] RITO / [- - -] AM , probabilmente disposta su tre righe ( figg. 6-7).Probabilmente già rinvenuta in epoca romana la statuetta è stata reimpiegata, forse per apporvi una dedica Fig. 6, 7il cui testo non è possibile ricostruire perfettamente. Il secondo rigo, che contiene la parte più consistente di iscrizione, potrebbe essere integrato con il termine "MERITO" e, quindi, ricondurre ad un' iscrizione dedicatoria. Ma la ricostruzione storica del passato della città deve fare però i conti con un tipo di documentazione assai discontinua per quanto riguarda l'apporto dell'archeologia; scarsa e frammentaria è invece quella proveniente da altri tipi di fonti, quali la tradizione letteraria, oppure quella epigrafica o ancora quella numismatica. In questi ultimi tempi, per fortuna, le ricerche in ogni settore si sono intensificate e si arricchiscono sempre più di contributi diversi che, interagendo, aiutano ad una maggiore comprensione delle vicende storiche sulla città ed il suo territorio. Gli scavi programmati, condotti allo scopo di chiarire problematiche connesse con il centro romano, non sono molti; questo perché il lavoro in un contesto così intensamente urbanizzato come Vibo Valentia pone dei limiti alla libera scelta di scavare in un posto piuttosto che in un altro. Alcuni autori, vissuti nel seicento, settecento ed ottocento, riferiscono di rinvenimenti di materiale di epoca romana avvenuti in varie zone della città e del territorio circostante. Ma è soprattutto alla fine degli anni sessanta che si intraprendono scavi scientifici, dietro l'impulso dell'espansione edilizia che caratterizzava la città moderna in quel periodo. Le indagini, grazie alle quali conosciamo la città di epoca romana, sono quelle oramai famose della via cosiddetta "S. Aloe"( anche se ormai la corretta dicitura pare sia "via Stanislao Aloe"), in una zona altamente urbanizzata e con una concentrazione di edifici scolastici. Nella stessa zona doveva sorgere la biblioteca comunale, successivamente spostata - in seguito al ritrovamento della domus - in un'altra area della città che, ironia della sorte, risulta assai prossima ad una necropoli di epoca ellenistica indagata intorno alla metà degli anni 80. Tornando alla via S. Aloe, quanto venuto alla luce in quella zona costituisce il nucleo più importante della città romana, in quanto si tratta di una tra le aree residenziali della città. La tenacia degli archeologi del tempo, Ermanno Arslan ed i suoi collaboratori, fu premiata dal rinvenimento di diversi mosaici che decoravano una serie di ambienti e che testimoniavano il prestigio e la prosperità raggiunta dalla nobilitas vibonese nel periodo imperiale ( vedi capitolo sulla produzione artistica) . Possiamo affermare, quindi, che a partire dalla metà del I sec. a.C. la città, grazie ai rapporti intessuti con i rappresentanti del potere centrale a Roma, godeva di privilegi e considerazione. Una testimonianza di questo alto apprezzamento e delle frequentazioni altolocate è data dalla presenza in città di personaggi autorevoli quali ad esempio Cicerone che, nelle Verrine, aveva definito gli abitanti della città .Valentini ex tam illustri nobilique municipio tantis de rebus responsum nullum dedisti.. L'occasione per la citazione era stata determinata da una serie di avvenimenti incresciosi che si erano consumati nelle acque antistanti la città: si trattava di incursioni piratesche che mettevano a dura prova gli abitanti della costa e, quindi, anche del centro urbano a monte. I cittadini di Valentia, fiduciosi, si erano rivolti a Verre, in quel periodo pretore in Sicilia, per richiedere un intervento risolutivo del problema, ma questi non vi aveva dato alcun peso lasciandolo irrisolto. Oltre che per il riferimento all'evento storico menzionato la fonte Ciceroniana diventa interessante in quanto, per la prima volta, viene usato dall'oratore l'etnico Valentini e non vibonenses e viene menzionato per la prima volta in una fonte letteraria il municipium:.l'Actio in Verrem fu composta nel 71-70 a.C.. Questa datazione consente una riflessione e cioè che la città aveva ricevuto la municipalità dopo la guerra sociale in virtù della Lex Iulia civitate Latininis et sociis danda. Il senso della municipalizzazione, oltre ovviamente a mirare ad una definitiva fusione degli elementi di varia origine etnica, va interpretato come un miglioramento ed una diversa qualità della vita, gestito direttamente dal governo romano. Ma il fatto più importante che lega il nome di Cicerone alla città è costituito dal fatto che, in due distinte occasioni, l'oratore ebbe a soggiornare in città: nel 58 e nel 44 a.C., presso Vibius Sicca al quale chiese, ottenendola, ospitalità. Al di là della straordinarietà di una simile occasione, da sempre, soprattutto nell'immaginario collettivo degli studiosi e negli eruditi settecenteschi, si è scatenata la caccia alla localizzazione della famosa villa presso la quale l'oratore si era rifugiato. L'ipotesi che la prestigiosa residenza di Vibius Sicca potesse essere localizzata nei pressi dell'abitato di Vibo Marina è stata formulata dall'archeologo Gaetano Pesce, il quale mette in relazione una serie di ritrovamenti avvenuti nel 1930, in occasione degli sterri per la realizzazione della galleria ferroviaria S.Venere-Pizzo. In effetti i materiali rinvenuti, oltre alle strutture, denotano una certa accuratezza nella loro realizzazione. Si tratta di un'esedra ( ambiente a forma di semicerchio dotato di sedili), un pavimento in opus spicatum
( struttura in mattoncini disposti per taglio e a spina di pesce) ma soprattutto di un busto femminile in basalto nero che, sulla base del tipo di acconciatura dei capelli, si fa risalire all'epoca claudia. Altri rinvenimenti nelle immediate vicinanze hanno alimentato le speranze che proprio in quella zona potesse trovarsi la villa di Sicca. Recentemente è stata indagata una necropoli, fatta risalire al II-III sec. d.C., che può essere messa in relazione con le strutture del Pesce, in considerazione del fatto che i ruderi si trovano assai vicini tra di loro. Si pensa, inoltre, che possa essere stata riservata alla servitù che operava nella villa, tenuto anche conto degli scarsi oggetti da corredo di cui le sepolture erano dotate. Ma è nel corso delle guerre civili che, grazie soprattutto alla posizione del suo porto, la città svolse un ruolo di primo piano: infatti in quel frangente si schierò al fianco di Cesare offrendogli l'opportunità di utilizzare il proprio porto come base navale nelle operazioni contro Sesto Pompeo. Addirittura proprio al suo interno ebbe luogo un episodio ricordato sia da Cesare che dallo storico Appiano. La flotta di Cesare era divisa in due armate: una sostava nel porto di Vibo, l'altra in quello di Messina. A capo della flotta di Pompeo vi era Cassio il quale, incendiate le navi in sosta nella città siciliana, si diresse verso Vibo dove gli riuscì di incendiare anche quelle. Lo stretto rapporto che legava Cesare ai Valentini e la riconoscenza di questi ultimi nei suoi confronti, è attestata da un'epigrafe facente originariamente parte della collezione Cordopatri, successivamente donata al Museo archeologico. L' epigrafe, che si data all'anno 46 sulla base della menzione del terzo consolato e rivela il valore propagandistico e politico della concessione del patronato, riporta la menzione del pontificato massimo, dell'imperium e del terzo consolato di Cesare (fig. 8 )Fig. 8. Dopo la morte di Cesare Vibo Valentia appare tra le città le cui terre dovevano essere assegnate ai veterani sulla base di quanto stabilito dai triumviri. Infatti, ogni anno venivano congedati dall'esercito e dalla flotta romana numerosi soldati che per 20-25 anni erano stati accomunati dalle stesse regole di sopravvivenza. Il potere politico centrale non poteva permettersi di trascurare questo gruppo omogeneo, questa categoria sociale assai particolare, pertanto era necessario studiare forme di assistenza successive al loro congedo. Una di queste era l'assegnazione di terre, ai veterani, nelle aree confiscate. Ciò provocava, ovviamente, un impatto con il territorio e le popolazioni sia per le nuove influenze culturali che per le nuove configurazioni sociali, concretizzandosi in una diversa organizzazione socio-economica. Nel 43 a.C. Ottaviano, Antonio e Lepido avevano costituito un triumvirato per la durata di cinque anni. In quella stessa occasione, al fine di garantirsi la fedeltà e l'appoggio dell'esercito, avevano decretato di distribuire ai soldati, in caso di vittoria, le terre fra le diciotto città più ricche e fiorenti d'Italia: fra queste lo storico Appiano ricorda Capua, Regio, Venosa, Benevento, Nocera, Rimini, e Vibo Valentia. Con la distribuzione operata da Ottaviano ben centosettantamila veterani presero possesso delle terre nelle città designate, ma il numero si ridusse da diciotto a sedici in quanto Vibo e Regio vennero esonerate dall'essere considerate bottino di guerra. Infatti le due città ottennero sorte migliore e diverso trattamento perchè Ottaviano, giunto nel Bruzio per organizzare la guerra marittima contro Pompeo, intuì che la cosa gli sarebbe riuscita molto difficilmente senza l'appoggio delle città di Vibo e Reggio, le più prossime allo stretto di Messina. Per ingraziarsele promise agli abitanti delle due città che non avrebbe dato seguito agli impegni presi con i veterani per la distribuzione delle terre pertinenti a queste due città. Vibo divenne pertanto il quartier generale di Ottaviano, il quale si servì del porto come principale luogo di riunione della flotta per tutta la durata della guerra con Pompeo. Appare interessante segnalare che la presenza di un presidio militare di Ottaviano nella città, alle dipendenze del legato Salvidieno Rufo è attestata dal rinvenimento di una ghianda missile rinvenuta a Vibo e che reca inciso il suo nome ed il fulmine alato. Fino al 36 a.C. Ottaviano si fermò a Vibo per dirigere le operazioni di guerra. Durante il conflitto egli ebbe al suo fianco un valoroso collaboratore, considerato il principale artefice della vittoria su Pompeo. Si tratta di Marco Vipsanio Agrippa, console e generale, divenuto successivamente suo genero. A questi egli dedicò la costruzione di quell' eccezionale monumento, giunto fino a noi quasi integro, che è il Pantheon a Roma. Proprio di questo importantissimo personaggio della scena politica romana, vicinissimo come abbiamo visto alla famiglia imperiale, è stato rinvenuto a Vibo Valentia, nella zona dell'abitato romano ed in circostanze mai chiarite, uno splendido ritratto. Anche questa presenza, se mai ce ne fosse bisogno, aiuta a comprendere i profondi legami che la città era andata consolidando nel corso degli anni. Gli studiosi propendono per un'interpretazione che vede il ritratto come una dedica pubblica per esprimere riconoscenza, ma soprattutto per evidenziare il rapporto privilegiato intercorso tra i Valentini ed il generale Agrippa. Nel I sec. a.C. si conclude la Romanizzazione della città e del suo territorio. Le gentes provenienti da altri posti si erano fuse con le popolazioni locali, portando così alla scomparsa della facies italiota. Dalla fine della guerra civile Vibo Valentia, città appartenente ormai alla regio tertia augustea, si avvia ad essere un prospero centro del Bruzio pronto a godersi la pax ed il benessere .


Bibliografia:

Per una ricostruzione delle vicende storiche della Valentia romana, si segnalano tre saggi molto importanti, con bibliografia recente: M.T.Iannelli, Dalla preistoria all'età romana, in Vibo Valentia. Storia, cultura, economia, (a cura di F. Mazza),Soveria Mannelli 1995, pp.29-68.
D.Musti, Dall'età di Dionisio II fino all'occupazione romana (350-200 a.C.),in Storia della Calabria antica, età italica e romana, (a cura di S.Settis), Roma 1994, pp.364-369.
M.Paoletti, Occupazione romana e storia delle città. Vibo Valentia,, in Storia della Calabria antica, età italica e romana, (a cura di S.Settis), Roma 1994, pp.486-495.
Sul patronato di Cesare a Vibo, A.Panuccio, Un'iscrizione di Cesare a Vibo Valentia, in Athenaeum, LV, n.s. XLV (1967),1-2, pp.158-159; inoltre, per un ampio commento e sul significato del patronato concesso alla città, I. Bitto, La concessione del patronato nella politica di Cesare, in "Epigraphica", XXXII, 1970, pp.172-180.
Sulla permanenza di Cicerone a Vibo: N. Putortì, Cicerone nei Bruttii. Le ville di V.Sicca e di P.Valerio presso Vibo e Leucopetra, in Italia antichissima, IX-X, (s.d.) ma 1933, pp.75-85. F. De Gaetano, Ubicazione del Fundus Sicae dalle lettere di Cicerone ad Attico, in "L'Italia Antichissima",XVI (1938), fasc. XII, pp. 41-50; C.F.Crispo, I viaggi di M.T.Cicerone a Vibo, in Archivio Storico Calabria e Lucania a. XI-XII.1941, pp.120; 183-199;225-233.
F.De Gaetano, Ubicazione del Fundus Sicae, in Archivio Storico Calabria e Lucania a. XIII 1938.
Più recente il saggio di M.G.Ruoppolo, Un amico di Cicerone: L.(?) Vibius Sicca, in Athenaeum LXXVI, n.s. LXVI 1988, pp.194-197. Sul ritratto femminile di Vibo Marina e le ipotesi formulate sulla villa di Sicca vedi: G.Pesce, Un nuovo ritratto muliebre di età claudia, in Bollettino d'Arte, III, VII,1937,pp.251-260.

Scavi, ricerche e materiali: un excursus tra passato e presente.


E' merito dello studioso tedesco Ulrich Kahrstedt se l'interesse nei confronti della romanità, dei suoi monumenti e dei suoi insediamenti, ha subito un notevole impulso dopo la pubblicazione, nel 1960, della sua opera dal titolo Die wirtschaftliche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit (fig. 9). Fig. 9In un panorama avaro di studi, ma cosa ancora più grave di interesse nei confronti della romanità, il lavoro dello studioso tedesco fu accolto con un certo entusiasmo, anche se molte furono le critiche mosse all'opera. Quella più ricorrente riguarda la stesura troppo fredda e concisa, a fronte di una vasta messe di dati elencati in maniera assai schematica. Ma il lavoro del Kahrstedt, pur essendo oggi superato da circa quarant'anni di scavi e ricerche, ha l'indubbio valore di avere, per la prima volta, acceso l'interesse e animato la discussione su un argomento rispetto al quale la critica e gli studiosi si erano espressi sempre negativamente. Anche il bilancio finale espresso nell'opera del Kahrstedt, per la prima volta era piuttosto positivo. La diffidenza e il disinteresse nei confronti del periodo romano, almeno per quanto attiene alla Calabria, possono essere schematicamente ricondotti a due ordini di motivi. Oltre all'obiettiva carenza di uomini e mezzi, riscontrabile sia prima che dopo le guerre, bisogna aggiungere una mentalità ostile diffusa nei confronti della romanità. La communis opinio, infatti, vedeva nel periodo delle città greche, quindi della Magna Grecia, il momento di massimo splendore per la nostra regione ed a questo, sempre dal punto di vista di alcuni studiosi, seguiva la desolazione voluta dai Romani i quali, dopo la conquista, avrebbero sconvolto l'assetto originario del territorio Bruzio: a loro si addebita il disboscamento delle foreste Silane, e la trasformazione in lande desolate, percorse solo da greggi e mandrie, di quelli che prima erano campi rigogliosi e fruttuosi. Questo tipo di "discriminazione" ha sortito l'effetto di limitare per lungo tempo la ricerca sugli aspetti più significativi dell'occupazione romana in Calabria, confinando in una certa marginalità i pochi interventi praticati. Così è capitato spesso che strutture romane che insistevano su preesistenze greche venissero trascurate, spesso addirittura rimosse, per dare maggiore spazio alle indagini ed ai materiali degli strati sottostanti di epoca greca. D'altra parte la mentalità diffusa era che anche dal punto di vista "artistico" le necropoli, i santuari e le città greche stesse ripagassero ampiamente l'impegno dei ricercatori. Per ritornare alla situazione vibonese c'è da dire che soltanto alla fine degli anni sessanta, in concomitanza con l'istituzione del museo archeologico statale, si è assistito ad una stagione densa di ricerche, con ottimi risultati, in quello che è stato riconosciuto come il cuore della città romana. L'occasione per le indagini è scaturita da alcuni interventi edilizi nella zona di S. Aloe, dove erano in corso dei lavori per la costruzione di alcuni edifici sia pubblici che privati. Prima di questo momento solo occasionalmente si erano avuti rinvenimenti di materiale archeologico riconducibile ad epoca romana. Lo stesso Orsi, che aveva operato a lungo a Monteleone come si chiamava Vibo Valentia agli inizi del 1900, non aveva indagato strutture romane, ma si era limitato a segnalare la presenza di una necropoli di quel periodo nei pressi delle mura greche, da lui stesso da poco scoperte. Negli anni successivi si registrano solo rinvenimenti sporadici nel corso di sistemazioni di pavimentazioni stradali, oppure di costruzioni di nuove abitazioni, anche se la scoperta di elementi riconducibili al periodo romano si erano registrati contestualmente a quelli di epoca greca in periodi diversi. Ma fin dalla metà dell'ottocento, ed anche prima, si erano avute notizie di ritrovamenti fortuiti avvenuti dove si scavava in profondità per alloggiarvi le fondazioni delle nuove case. Quello che colpisce è la conoscenza che gli studiosi hanno dei materiali, che vengono riconosciuti subito come romani e sono spesso descritti con dovizia di particolari. Il primo a riferirne in maniera scientifica fu Vito Capialbi illustre studioso monteleonese, qualche cosa di più di un erudito di provincia, che, nel suo "Giornale sugli scavi di Monteleone " posto in appendice al "Cenno sulle mura di Ipponio" , parla chiaramente di rinvenimenti di mosaici e materiale mobile in occasione di lavori documentati in via Terravecchia. Lo studioso riferiva che in quella zona, " ovunque si muove la terra" si rinvengono resti di abitazioni romane spesso decorate da pavimenti a mosaico. Ancor prima un antenato di Vito Capialbi, Giuseppe, riferisce addirittura sui resti del teatro romano della città che avrebbe visto intorno alla metà del 1600 e che nel 1700 erano ancora visibili tanto che saranno descritti da Giuseppe Bisogni de Gatti, autore di una storia su Hipponio. All'opera era stata allegata una pianta (fig.10), ma non era stata segnalato il punto preciso con il teatro. Per tutto l'ottocento e la prima metà del novecento, le uniche notizie sulla città romana furono sempre di tipo desultorio ed occasionali. Il merito della riscoperta della fase romana della città di Vibo va riconosciuto senz'altro all'archeologo Ermanno Arslan, il quale si è trovato ad operare a Vibo Valentia, tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni settanta, in un clima forse stimolante dal punto di vista scientifico in quanto era stato appena inaugurato il Museo archeologico Statale, ma sicuramente difficile dal punto di vista organizzativo e logistico trattandosi dei primi interventi di archeologia urbana che mettevano a dura prova sia gli archeologi, che operavano in una realtà problematica, sia chi dall'altra parte subiva il fermo dei lavori per diverso tempo.Questa circostanza ha innescato un meccanismo che ha portato spesso alla distruzione di interi contesti archeologici, per evitare lo scavo dell'area e rallentamenti nell'attività costruttiva. Nonostante le difficoltà obiettive, in quegli anni sono state portate alla luce importanti testimonianze della civiltà romana, che hanno posto la città al centro di interessi scientifici da parte degli studiosi.Fig. 11 Dal 1971 al 1976 sono stati indagati importanti complessi archeologici che oggi contribuiscono a chiarire la storia della città romana: ci riferiamo alla scoperta della cosiddetta domus di "via 25 Aprile"(fig.11 )ricca di ambienti decorati in opus sectile, oppure alle terme di S. Aloe, abbellite da un mosaico con la rappresentazione delle quattro stagioni ( fig.12-13 ), o ancora ai rinvenimenti di importanti sculture nel viale della Pace. Agli inizi degli anni ottanta, precisamente nel 1982, in un'area ubicata tra la domus e le terme che non era stata indagata in precedenza, venne alla luce uno splendido mosaico nel cui emblema centrale è collocata una nereide che cavalca un ippocampo (fig. 14). E' del 1987 il rinvenimento in via Omero, tra il viale della Pace e S.Aloe, di una porzione di muro realizzato in opus reticulatum, unico esempio di costruzione dove veniva impiegata questo tipo di tecnica (fig. 15 ),
se si esclude un frammento di proporzioni ridotte riusato in un muro presso l'ex convento di S. Francesco, nella zona periferica della città e nei pressi della necropoli greca. In altri settori della città, purtroppo, ulteriori importanti testimonianze archeologiche sono andate perdute. Ricordiamo, ad esempio, il cantiere "Itria" nella parte iniziale di Viale Matteotti dove la intensa sovrapposizione dei materiali archeologici e dei muri imprigionati nelle pareti denunciano la presenza di una parte dell'abitato romano; oppure al famigerato cantiere "Soriano", a pochi metri di distanza dal teatro, dove addirittura nella parete era visibile quanto rimaneva di una strada, o ancora in un edificio in costruzione nei pressi dell'ospedale, al cantiere "Gianburino," dove a testimonianza di quanto esisteva rimangono solo le stratigrafie nelle pareti. A questo elenco va aggiunto anche il cantiere "Piccione", attuale sede della Banca Popolare di Crotone, dove i lacerti di cocciopesto, tessere di mosaico e tronconi di muri, costituiscono la testimonianza di uno dei limiti dell'estensione della città romana verso occidente.

Fig. 12

Un altro dato importante per la topografia è emerso mentre si procedeva all'indagine di un settore della necropoli greca, ubicata nella zona occidentale della città.
Qui sono state documentate alcune strutture riconducibili ad un quartiere artigianale della città romana, fIG. 13per la presenza di alcune fornaci e di un pithos (grande contenitore usato per la conservazione di derrate alimentari) riutilizzato per la decantazione dell'argilla (fig.16 ).
Al breve excursus va aggiunta la notizia di un rinvenimento molto importante ubicato in località Cusello, avvenuto alla fine del 1800. Di questo "manufatto" aveva fornito indicazioni G.B. Marzano in Notizie degli scavi del 1895, ma poi se ne erano perse le tracce poiché, non essendoci la possibilità di scavare i resti per portarli alla luce, questi erano stati interrati.
Gli schizzi forniti dal Marzano, e ritrovati nell'archivio del Ministero della pubblica istruzione di Roma, consentono di identificare i resti con una grande fontana monumentale di epoca romana.
E' probabile che questa struttura coincida con quella rinvenuta di recente nel corso dei lavori di sistemazione della sede stradale ed impianto fognario della via Protettì, ed ancora in corso di studio.
Ad ogni modo la presenza di un monumento di così vasto respiro, ben si concilierebbe con un eventuale programma di interventi progettati per la città in epoca romana. fig. 14
Assai consistenti invece gli indizi circa la presenza del teatro della Valentia romana. L'area interessata dalla presenza dei ruderi, interrati, del monumento ricadono in una proprietà privata dove agli inizi degli anni settanta, nel corso di indagini di routine, sono stati documentati i resti della cavea. La proprietà si trova nei pressi della chiesa del Rosario in un'area fortemente indiziata dalla presenza di emergenze di epoca romana.
Infatti a pochi metri di distanza in linea d'area dal teatro è stato indagato un terreno su cui insistevano numerose strutture riferibili ad un settore abitativo della città romana: si tratta del già citato cantiere "Soriano".
Qui è stato possibile studiare soltanto le stratigrafie rimaste nelle pareti dato che tutto il resto è stato asportato. Tornando al teatro, i saggi di scavo condotti nel 1971 hanno evidenzato elementi riconducibili alla parte alta della cavea (gradinata).Fig. 15
Purtroppo la messa in luce dell'importante monumento non è stata completata e gli unici dati in nostro possesso sono quelli acquisiti nel corso dell'indagine del 1971. Infatti nonostante il lungo intervallo di tempo trascorso dal primo intervento non è stato più possibile proseguire a causa dell'enorme sforzo economico necessario per riportare alla luce l'intero complesso monumentale.
Ermanno Arslan autore dello scavo del 1971, ribadisce la stretta analogia con il teatro di Scolacium, anche se non è stato possibile analizzare la sezione relativa alla scena. Un dato tecnico importante è che al posto del calcare, tipico della zona vibonese, risultano impiegate pietre biancastre, poste su una serie concentrica di muraglioni di imbrigliamento in conglomerato, senza elementi radiali di raccordo.
Lungo la strada provinciale che da Vibo Valentia conduce a S.Onofrio alla fine degli anni settanta, nel corso dei lavori preparatori per la costruzione di un deposito per pesanti automezzi, è stata scoperta e parzialmente indagata una necropoli, individuata da allora con il nome del proprietario, De Caria, che ha restituito sepolture di epoca romana. L'indagine, condotta piuttosto velocemente e spesso in presenza dei mezzi meccanici che continuavano il lavoro di allestimento del cantiere, ha offerto l'opportunità di aggiungere ulteriori informazioni utili alla conoscenza della fase romana della città.
Già Paolo Orsi agli inizi del secolo aveva intuito e segnalato la presenza di tombe riconducibili al periodo romano nel terreno di contrada Olivarelle posto sul fronte NW delle mura di cinta di epoca greca.

Fig. 16

Lo stesso Vito Capialbi nel suo "Giornale degli scavi su Monteleone" aveva riferito circa alcuni rinvenimenti di materiali ceramici in quel terreno; ancora di recente, nel corso di lavori per l'allargamento della sede stradale, sono venute alla luce altre sepolture facenti parte presumibilmente di un'unica grande area di necropoli che si estendeva ai piedi della monumentale cinta muraria di epoca greca. Se l'area occupata dalla necropoli greca è piuttosto conosciuta,

Fig. 17

grazie agli scavi intrapresi fin dalla fine degli anni sessanta, lo stesso non si può dire per quella romana. D'altra parte i settori di necropoli nella città appaiono ben differenziati: infatti la necropoli greca utilizzata dalla fine del VII fino al IV sec. a.C. si trovava nella parte nord occidentale dell'abitato e quella frequentata dal IV al II-I a.C. in una zona limitrofa a questa, mentre quella romana era ubicata, appunto, all'estremo opposto della città, più precisamente al suo ingresso. Lo scavo della necropoli romana, data la situazione d'emergenza, non è stato condotto attenendosi a criteri scientifici in quanto l'intervento si è concretizzato quando le tombe erano già state portate alla luce e, in alcuni casi, divelte dagli scassi per la costruzione dell'area di parcheggio. Le sepolture, all'incirca un centinaio, erano costituite da fosse terragne rivestite da mattoncini con spallette di muratura (fig18)Fig. 18 In alcuni casi è stato notato il reimpiego di blocchi di arenaria portati via dalle vicine mura greche. Ancora dal punto di vista tipologico è stata documentata la presenza di incinerazioni. Una di esse vede utilizzata come contenitore, e quindi come cinerario, un'olla globulare acroma normalmente in uso come contenitore per la cottura di cibi. I corredi, molto semplici e non sempre presenti all'interno delle sepolture, sono costituiti, in massima parte, da lucerne spesso con il marchio del fabbricante, come ad esempio C. Iunius Draco presente anche in alcune lucerne custodite presso la collezione Capialbi . Sono state rinvenute anche delle iscrizioni probabilmente reimpiegate poiché in un caso, è stato accertato, fungevano da isolante in una tomba di fanciullo. La necropoli, messa in relazione con il percorso suburbano della via Popila potrebbe essere datata genericamente intorno al II sec. d.C., anche se mancano studi approfonditi che ne potrebbero allargare l'orizzonte cronologico. E la via Popilia, ( fig.19)Fig. 19 una tra le più importanti arterie stradali dell'epoca, passava per la città. Per i Romani le strade costituivano un veicolo importante per la romanizzazione dei territori, per la diffusione della lingua latina, in sintesi per l'unificazione materiale spirituale e culturale del vasto mondo romano. E' lungo le strade, infatti, che insieme a soldati, alla gente comune, ai mercanti, agli artisti, circolavano le idee, le influenze artistiche, la filosofia, la religione, insomma le novità di ogni genere ed in ogni ambito. Sicuramente non furono tra i primi a realizzare grandi strade, ma il particolare rilevante è che diedero vita ad un vero e proprio capillare ed organico sistema viario che riuscì a raggiungere ogni angolo del vasto impero. La costruzione della via consolare, che sul versante tirrenico attraversava la Calabria, si rese necessaria in quanto dopo la repressione del 186 a.C. bisognava consolidare maggiormente i territori pacificati. Sulla strada che andava da Reggio a Capua, già a partire dal suo nome è sorta una vera e propria disputa da parte degli studiosi che discutono se attribuirne la costruzione a P.Popilius Laenas console nel 132, oppure al pretore T.Annius Rufus o ancora ad un console del 143, Ap. Claudius Pulcher. Ma oltre all'individuazione del console sotto il quale si svolsero i lavori, molti problemi scaturiscono dalla conoscenza del preciso percorso seguito dalla strada. Per quanto ci riguarda il dato certo è che la strada toccava la città, che era una statio intermedia tra Consentia e Regium. Forse inizialmente lo scopo doveva essere di coFig. 20ntrollo militare, ma in qualche modo esiste anche un rapporto con la riforma dell'ager pubblicus da parte di P.Popilius Laenas, identificato da alcuni studiosi come autore dell'elogio di Polla ( fig.20).In questa iscrizione si ricorda che il console, Popilio (?), edificò lungo tutto il suo percorso, di circa 480 km, i ponti, i miliari, le stazioni facendo inoltre ritirare i pastori che sottraevano terreni utili agli agricoltori e restituendo gli schiavi fuggitivi ai loro legittimi proprietari. Ma l'integrazione con il nome di Popilio Lenate, costruttore della strada., è stata messa in discussione soprattutto dopo il rinvenimento proprio nei pressi di Vibo Valentia, in contrada Vaccarizzu di S.Onofrio, di un cippo miliario recante l'iscrizione:Fig. 21 CCLX / T Annius T.F./PR. ( fig.21). Sulla base di questo nuovo documento si ipotizzò che la via fosse stata iniziata da Popilio ma ultimata da Annio Rufo, pretore nel 131 e console nel 128. L'identificazione del magistrato autore dell'iscrizione consentirebbe di stabilire con esattezza anche la data della realizzazione della strada. Ad ogni modo l'importante arteria stradale che partiva da Reggio passava per Vibo, proseguiva verso Cosenza e da qui, attraverso le vallate del Cosciale e del Crati, raggiungeva la Lucania oltrepassata la quale si riuniva alla via Appia. La strada, voluta dai Romani per mettere in comunicazione via terra Roma con la Sicilia, serviva come strumento di controllo, ma anche come mezzo per unificare territori, popolazioni uomini ed idee.


Bibliografia:
Ulrich Kahrstedt, Die wirtschaftliche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden 1960.
A.B.Sangineto, Per la ricostruzione del paesaggio agrario nelle Calabrie romane in Storia della Calabria antica, età italica e romana, in (a cura di S. Settis), Roma 1994, pp.559-593.
L'elenco delle aree cittadine interessate da rinvenimenti di strutture e materiali di epoca romana in: M.T.Iannelli-G.Givigliano, Hipponion-Vibo Valentia: La topografia (carta archeologica), in ASNSP, 1989, pp. 627-736. Negli atti dei convegni di Taranto, nel settore rassegne archeologiche è possibile reperire resoconti sull'attività svolta dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria sui rinvenimenti di materiali e strutture ed aggiornamenti sugli scavi. Sul teatro: G.Capialbi, Originis, situs nobilitatis Civitatis Montileonis Geografica Historia eiusdem civitatis, Napoli 1659, pp.659-660.E.A. Arslan, Scavi e scoperte a Vibo Valentia, in Magna Graecia , VII,3-4, 1972, 12-13, 1972. A proposito degli scavi effettuati nel terreno De Caria, C.Sabbione, Ricerche archeologiche nei territori di Locri e delle sue subcolonie, in Atti Convegni di Studi sulla Magna Grecia, 1978, Taranto 1979, pp.396-397.Inoltre M.T.Iannelli-G.Givigliano, Hipponion -Vibo Valentia: La topografia (carta archeologica), in ASNSP, 1989, pp. 671-672. Sulla via Annia-Popilia, relativamente alla parte calabrese, si rimanda a G.P.Givigliano, Percorsi e strade, ( a cura di S.Settis) Storia della Calabria antica II, Roma- Reggio Calabria 1994, pp. 241-362.


L'organizzazione del territorio : dalla montagna al mare.

All'indomani della guerra annibalica gran parte del territorio Bruzio venne trasformato in ager publicus populi Romani. Nel giro di pochi anni furono dedotte diverse colonie nei territori occupati. Infatti, come riferisce lo storico Appiano, questa rappresentava, per i Romani, la consuetudine all'esito delle operazioni militari. Le nuove città potevano sorgere sia in località non abitate precedentemente che in centri già esistenti; in quest'ultimo caso essi venivano risistemati e modificati per rispondere adeguatamente alle esigenze dei nuovi abitanti. La colonia poteva essere di due tipi: latina o romana. La prima funzionava da presidio ed era a protezione delle aree più interne, mentre la seconda era una piccola fortezza sulla costa con lo scopo di controllo e sorveglianza marittima. Nell'ambito di queste operazioni militari rientra la fondazione della colonia latina di Valentia, avvenuta nel 192 a.C. (la sua deliberazione aveva avuto luogo nel 194), nello stesso sito di quella che era stata la fiorente città magnogreca di Hipponion. L'iniziativa è menzionata dall'autorevole storico Livio, anche se non mancano altri autori, come Valleio Patercolo che ricorda una fondazione più antica fatta risalire, da alcuni studiosi, agli anni intorno al 239 a.C..Fig. 22 In generale, comunque, viene accettata unanimemente la data proposta da Livio che inserisce la fondazione di Valentia in un più ampio progetto di occupazione delle terre bruzie. Infatti, pochi anni prima, erano state dedotte Crotone sul versante ionico e Tempsa su quello tirrenico. E' convinzione di alcuni storici, però, che la fondazione di Copia - dedotta insieme a Valentia - sia avvenuta con il preciso scopo di agevolare il ceto dei Romani benestanti a discapito dei coloni-agricoltori, i quali si occupavano esclusivamente della coltivazione della terra. La città romana di Valentia, in una posizione invidiabile, consolida ben presto il suo ruolo di grande mercato e centro aggregante sul territorio; non a caso intorno alla città sorgono e si sviluppano diversi tipi di insediamenti, quali ville rustiche o piccoli agglomerati rurali destinati allo sfruttamento del fertile territorio costiero ma anche delle ubertose colline relative alle aree più interne. Gli insediamenti antichi lungo le coste risultano discretamente documentati, mentre la stessa cosa non può dirsi per gli stanziamenti rurali dell'interno. La loro esistenza è testimoniata dalle notizie di rinvenimenti sporadici di materiale archeologico avvenuti in queste zone. D'altra parte la regione calabrese, proprio per la sua varietà di paesaggi, allora come oggi permetteva, evidentemente, uno sfruttamento ed un'occupazione diversificata del territorio. Lungo le coste, infatti, nelle ville dei ricchi proprietari terrieri gli schiavi venivano impegnati nella coltivazione della vite e dell'ulivo per la produzione di olio e vino, finalizzato all'autoconsumo ma anche per l'esportazione. Nelle aree poste lungo la fascia collinare pedemontana del versante tirrenico delle Serre, invece, si applicava un diverso tipo di sfruttamento territoriale, diverso dal primo ma sicuramente non meno produttivo e redditizio. A questo proposito appare utile ricordare un passo dello storico-geografo Plinio il Vecchio il quale, con il nome di Sila, identifica l'ampia foresta che va dall'istmo di S.Eufemia allo stretto di Messina, escludendo così dalla definizione geografica, invece, l'attuale bosco Silano. Dionigi di Alicarnasso, vissuto nel periodo augusteo, riferisce che l'ampio bosco era divenuto, già all'epoca della guerra tarantina, per metà ager publicus. Pare, infatti, che i Brettii, dopo essersi arresi ai Romani, avessero ceduto ai vincitori gran parte della selva silana. Questo enorme patrimonio boschivo, sempre a parere di Dionigi di Alicarnasso, era stato concesso ai pubblicani (il termine indica infatti chi appaltava servizi per conto dello stato) per la raccolta della resina usata per la produzione della pece. Pare che questa resina, pix bruttia per i latini , pitta Brettia per i Greci, prodotta dalle foreste della Sila fosse conosciuta ed apprezzata dagli antichi proprio per la particolare qualità. Una delle testimonianze più antiche risale addirittura ad Aristofane, il quale tra la fine del V e gli inizi del IV sec. a.C. in un verso ironizza sulla lingua e la pece brettia. I versi dimostrano quindi non solo la conoscenza in quell'epoca dei Brettii come popolo ma anche della preziosa resina, prodotto particolarmente ricercato ed assai usato nelle costruzioni navali. Testimonianze di tipo archeologico documentano la conoscenza del prodotto anche attraverso le tavolette bronzee del tempio di Zeus a Locri. Plinio, nell'illustrare il metodo di estrazione della pece praticato in Europa, afferma che la pix Bruttia ( pece Bruzia ) si differenzia dalle altre per il colore rossiccio e per la particolare densità. Questo importantissimo prodotto dell'economia forestale risultava largamente utilizzato in diverse occasioni: per impermeabilizzare i contenitori di terracotta, quindi per sigillare i coperchi dei dolii (contenitori per prodotti alimentari), nell'industria navale per il calatafaggio delle navi (operazione mediante la quale si rendeva stagno il fasciame dell'imbarcazione o della carena a diretto contatto con l'acqua),o ancora per la pittura dei soffitti. Anche in medicina il prodotto veniva largamente impiegato nella cura dell'alopecia e nella cosmesi come unguento depilatorio. In sintesi si trattava di un tipo di merce di larghissimo consumo, con molta domanda e sicuramente un'adeguata offerta tanto che per l'epoca romana sono attestati bolli su anfore che contraddistinguono il prodotto calabrese (fig. 22). Ma se la pece era uno dei prodotti delle foreste Silane, ancora più importante per l'economia del territorio era lo sfruttamento boschivo. E' sempre il retore Dionigi di Alicarnasso nel I sec. a.C. (Antichità Romane, XX, 15, 1-2) che ci viene in aiuto per far luce su questo importante aspetto economico della montagna. Egli, nel descrivere il paesaggio silano, ricorda gli abeti altissimi, i pioppi, e poi pini, querce e frassini distinguendo molto chiaramente diversi tipi di sfruttamento delle foreste in funzione della modalità di trasporto offerte dalla zona. Per le aree boschive - in prossimità del mare e dei fiumi - il legname, dopo essere stato tagliato, veniva trasportato verso i porti più vicini; nel nostro caso ad esempio il riferimento è al porto di Valentia. Il legname ad alto fusto veniva impiegato nella costruzione di navi e di case e trasportato per via fluviale. Per le aree boschive distanti dai fiumi, invece, il legno veniva ridotto in pezzi piccoli così da renderne possibile il trasporto, e successivamente trasferito con altri mezzi.Fig. 23 Ma accanto ai già citati tipi di sfruttamento della montagna, ed all'indotto creato, bisogna ricordare anche la pastorizia e l'agricoltura, sicuramente praticate e spesso purtroppo motivo di contrasto con i lavoratori dei boschi. Infatti, essendo sfruttate particolarmente quelle aree forestali confinanti con i terreni coltivati oppure usati per i pascoli, era inevitabile l'attrito con le comunità agricole e pastorali che in quelle zone praticavano allevamento e l'agricoltura o si rifornivano di legname da utilizzare nella vita di tutti i giorni. Cicerone riferisce che alcuni gruppi di una familia di schiavi al servizio dei pubblicani che curavano l'estrazione della resina per la preparazione della pece, avevano trucidato alcuni noti homines di probabile origine italica: i pubblicani responsabili dell'accaduto, difesi da Caio Lalio Sapiens e da Servio Sulpicio Galba, furono assolti, ma la triste vicenda dimostra come nella realtà esistessero insanabili contrasti tra pastores , aratores e lavoratori dei boschi e di quanto dovette essere articolato il passaggio da un'economia a forte componente pastorale ad un'altra di tipo agricolo incentrata sulle villae. Nell'area vibonese è possibile infatti notare una più alta concentrazione di insediamenti in villae rispetto alle altre zone dei Bruttii (fig. 23).Lo stesso Strabone ( 6.1.5.) aveva decantato la fertilità delle contrade intorno a Vibo. Il termine villa indica un edificio rurale ben descritto da molti autori latini, quali ad esempio Varrone e Columella, i quali forniscono indicazioni su come questa doveva essere suddivisa: una pars urbana, una rustica ed una fructuaria; queste a loro volte includevano suddivisioni in altri ambienti o aree. La prima pars costituiva la residenza del proprietario Fig. 24, 25e della sua famiglia e poteva ospitare anche una parte occupata dal procurator; questo settore della villa, ovviamente, soprattutto a partire dall'età flavia-traianea, tende a diventare piuttosto lussuosa e fornita di tutti i confort. Nella pars rustica, dedicata agli schiavi, erano raggruppati gli alloggi per i lavoratori della terra, capanni per ricoverare gli attrezzi, aree per l'allevamento degli animali da cortile ecc. La pars fructuaria, infine, indicava il luogo dove venivano conservati e lavorati i prodotti della terra, cioè i frantoi, i magazzini per contenere le provviste, ecc.. Alle figure 24 e 25 sono illustrate le piante di due insediamenti in villa indagati in Calabria, dove sono state riconosciute queste suddivisioni. Così pianificate queste strutture erano preposte ad un razionale e capillare sfruttamento della terra ed alla lavorazione dei prodotti. Ma se per altre regioni italiane lo stato della ricerca registra importanti progressi dovuti alla programmazione delle indagini, per la Calabria gli studi risentono ancora dell'episodicità della ricerca, anche se esistono già dei lavori che, oltre a fare il punto della situazione, offrono soprattutto nuovi spunti per approfondimenti e stimoli per la prosecuzione delle indagini archeologiche. Le villae dell'ager Vibonensis sono distribuite tra il fertile altipiano del Poro e lungo la costa; sulla base di uno studio puntuale delle emergenze la loro costruzione sembrerebbe distribuirsi tra il I sec. a.C. ed il III d.C. Non potendo elencare tutti gli insediamenti presenti sul territorio, a titolo esemplificativo se ne ricordano tre: il primo ubicato sull'altipiano del Poro e gli altri due, uno a mezza costa, l'altro prospiciente il mare. L'ambiente superstite della villa di Papaglionti sul Poro (fig. 26),

Fig. 26

conosciuto fin dal 1700, ha alimentato la fantasia di studiosi, eruditi, viaggiatori che di volta in volta vi hanno visto il tempio consacrato ad oscure divinità orientali, il tempio di Cibele o ancora quello di Proserpina. In realtà si tratta di un ninfeo che, appunto per la sua natura ipogeica, ha dato adito alle congetture più fantasiose ingenerando errori, poi di volta in volta ripresi. Il ninfeo che si trova ai margini dell'altipiano guarda in una profonda vallata e dalla sua sommità si scorge anche il mare. Ironia della sorte, molto conosciuto dagli antichi osservato con sospetto dalle persone che vivono nei dintorni, il ninfeo noto anche come "Grotta di Trisulina" non è studiato e di esso non si possiede neppure un rilievo, se si esclude uno schizzo fornito dal Toraldo che viene pubblicato un po' dappertutto visto che è il solo prodotto grafico disponibile (fig.27 ). Fig. 27Nei pressi sono state notate tracce riconducibili ad una fornace per ceramica e a quanto rimane di un strada. Dalla spianata superiore, tramite una botola, si accede alle scale che conducono ad un ambiente a doppia navata con volta a botte, le cui superfici sono ricoperte da uno spesso strato di malta che presenta evidenti segni di spicconature, forse per simulare una grotta naturale. Citata da tutti coloro i quali si sono occupati di insediamenti in villa la struttura, databile presumibilmente intorno alla metà del II d.C., attende ancora uno studio puntuale. Pertinenti invece ad una villa a mezza costa le strutture rinvenute nel 1987, nei pressi di una cava aperta dal cementificiodi Vibo Marina, in località "Grancara di Cessaniti".Gli ambienti del complesso venuto alla luce, che non è stato scavato interamente, sono stati interpretati uno come un torcularium per l'uva, un altro come un magazzino-deposito in Fig. 28quanto nel pavimento erano conficcati ben allineati numerosi dolii, grossi contenitori per derrate alimentari (fig. 28). Ma il dato più interessante è emerso in seguito ad un'attenta analisi del dosso collinare soprastante le strutture appena descritte: buche quadrate scavate nel banco calcareo riconducono all'impianto di una vigna. Da quanto rimasto sul terreno, quindi dalle fosse,si è ricostruito un allineamento delle piante condotto sulle diagonali, a doppi filari, distanti 8 metri da centro a centro, mentre i due filari distano tra di loro circa 3 metri ( fig.29).La datazione dell'impianto, sulla base del materiale ceramico rinvenuto, si fa risalire al II sec. d. C.,anche se la tecnica edilizia usata in alcuni muri riconduce all'età augustea quindi ad un periodo più antico; forse il nucleo originario dell'insediamento risale a quell'epoca, successivamente ampliato e migliorato. In una zona prospiciente il mare, nei pressi di Briatico, l'attento studio dello scoglio che sta proprio di fronte al promontorio di S.Irene ha permesso di individuarvi un impianto per l'allevamento del pesce. Lo scoglio (fig. 30),nel quale sono tagliate le vasche dove venivano tenuti i pesci, Fig. 29è da sempre lì presente ed anche in questo casoha alimentato leggende mai però collegate con il reale uso della struttura. Infatti il nome stesso con il quale è individuato lo scoglio, appunto detto della "Galera", la dice lunga su quello che si pensava servissero le piccole camere scavate nella roccia. Nella realtà i piccoli ambienti sott'acqua erano le vasche dove venivano allevati i pesci; si tratta di quattro ambienti ricavati dalla divisione interna di uno spazio più grande (fig 31).Lo scoglio era dotato di un piccolo porto con 10 bitte per l'ormeggio che, all'occorrenza, venivano usate per la chiusura notturna del porticciolo grazie all'uso di catene. A terra, sulla spiaggia, e di fronte allo scoglio sono stati documentati i resti di quattro vasche con pareti rivestite di intonaco bianco e pavimentate con cocciopesto: il loro uso era sicuramente correlato alla peschiera. L'opinione più accreditata interpreta i vani come la sezione di una villa dove veniva lavorato il pesce per la produzione del garum, particolare salsa assai rinomata nell'antichità. Il garum di qualità era ottenuto con piccoli pezzi di buon pesce, mentre quello definito ordinario si lavorava con le interiora macerate con il sale. Gli antichi Romani apprezzavano molto quello preparato a base di sgombri in una azienda della Spagna.Fig. 30Plinio riferisce che il primo garum veniva preparato utilizzando un solo tipo di pesce di piccole dimensioni e di difficile identificazione; potrebbe trattarsi dell'acciuga tenuto conto che ancora oggi viene preparata facendola decomporre in salamoia per ottenere una salsa utilizzati in diversi modi. Il mare in questo tratto di costa doveva essere assai pescoso, ed infatti lo ricordano autori antichi quali Ateneo (6. 302, A) Eliano, (Hist. Anim XVI, 3), Archestrato, (Hedypath, fr. 24),i quali celebrano come fonte di ricchezza, in questa zona, la pesca dei tonni.Ed in effetti la villa marittima con l'impianto per la stabulazione e lavorazione del pesce conferma la vocazione dell' ambiente in un contesto adatto per la produzione, la lavorazione e la distribuzione di un prodotto assai ricercato dai Romani. I tre esempi di insediamenti appena citati sono solo alcuni dei tanti presenti nel territorio vibonese e riconducibili al tipo di villa segnalato in precedenza; l'elenco in realtà sarebbe assai lungo ma questa non è la sede adatta per la discussione. Quello che si vuole evidenziare è la ricchezza di insediamenti, strutture e situazioni proporzionali alle numerose offerte diversificate di sfruttamento del territorio che dimostrano come i Romani, al pari se non meglio dei Greci, riuscirono ad organizzare e sfruttare le potenzialità e le peculiarità di ogni singolo ambito territoriale.
Bibliografia:Fig. 31 La villa di Papaglionti non è stata mai pubblicata integralmente; notizie ed informazioni con bibliografia precedente recuperabili in M.T.Iannelli- G.P.Givigliano Hipponion-Vibo Valentia: documentazione archeologica e organizzazione del territorio, in ASNSP, 1989, p.703. Sulla peschiera di S.Irene: M.T. Iannelli -G.Lena, Modificazione dell'antica linea di costa tirrenica in territorio di Briatico (Catanzaro):La villa marittima di S.Irene in "Actes Colloque intern. CNRS, Dèplacement des lignes de rivage en Meditterranée d'aprés les données de l'archéologie,Aix en provence-Marseille 1985" Paris 1985, pp.125-133.
M.T.Iannelli-G.P.Givigliano-G.Lena, Indagini subacquee nel tratto di costa tra Zambrone e Pizzo Calabro con particolare riferimento agli stabilimenti per la lavorazione del pesce, in Atti della V rassegna di archeologia subacquea, Messina 1992, pp. 9-43.; per la villa di Pannaconi, L.Quilici, Il Piano del Salvatore presso Briatico. Prospezioni archeologiche, in "Archeologia Classica", XXXVIII-XL, pp. 105-117.; idem, Una vigna nel paesaggio della Calabria, in "Archeologia Veneta" XV, 1992, pp.117-129.

La cultura artistica

Purtroppo assai lacunoso si presenta quello che doveva essere in origine il patrimonio artistico della colonia di Valentia.
Ma il problema non riguarda solo la produzione di questa città bensì l'intera Regione. I motivi sono molteplici, primo fra tutti l'incuria da parte dell'uomo che ha caratterizzato in alcuni periodi la conservazione dei prodotti artistici, ma anche lo scarso interesse tributato a tutto il periodo romano in Calabria. Fino a non molto tempo fa, infatti, si pensava che soltanto la civiltà greca e bizantina caratterizzavano meglio il volto della Calabria. Qualcuno ha voluto interpretare diversamente il rifiuto e la scarsa attenzione verso questo periodo storico addossando la colpa all'eccessiva enfatizzazione ed esaltazione della Romanità che si era avuta nel periodo fascista. Infatti in quell' epoca, nel tentativo di nobilitazione generale, il regime si proponeva come prosecutore di quella cultura, in un atteggiamento di esaltazione e di eccessivo nazionalismo. Forse quest'atteggiamento ha generato una sorta di avversione nei confronti della Romanità così come il medioevo è stato considerato, per molto tempo, un momento storico buio e privo di qualsiasi impulso creativo. E' probabile che si sia trattato di un condizionamento dell'indirizzo della ricerca avvenuto in un periodo particolare. Fatta questa premessa possiamo affermare però che, nonostante le gravi perdite subite nel corso dei secoli, quanto giunto fino a noi della romana Valentia, non è poi così poco nè poco rilevante e, in ogni caso, quanto in nostro possesso ci consente di tracciare, anche se in linee generali, una storia della produzione artistica del periodo che va dalla tarda repubblica fino al III sec. d.C.. Proprio all'età repubblicana gli studiosi fanno risalire un ritratto custodito in una collezione privata della cittadina ( fig. 32). Fig. 32Si parla di un ritratto virile, in marmo lunense, che rappresenta un uomo avanti negli anni e che gli studiosi immaginano studiato per essere inserito su una statua togata. Questo si evince dal particolare taglio del busto che appare più ampio sul lato destro, in corrispondenza della parte superiore del petto lasciata scoperta dalla toga. Lo stato di conservazione del manufatto fa ritenere che lo stesso era custodito molto bene, al riparo dalle intemperie, oppure è rimasto esposto per un lasso di tempo brevissimo E' uno dei rari esempi di ritrattistica di epoca repubblicana che mostra un uomo dalla fronte calva, dalla bocca socchiusa e dalla lieve torsione del collo. L'uomo, pur essendo rappresentato calvo, mostra rade ciocche di capelli rese a bassorilievo e distinte con sottili incisioni che scendono a ricoprire le tempie; la resa assai naturalistica di particolari anatomici quali ad esempio le orecchie, in particolare il destro che è quello meglio conservato, confermano la qualità eccelsa del prodotto. La nuca ed il collo appaiono meno curati nei dettagli e questo potrebbe far pensare che la statua non era visibile a tutto tondo ma incassata in qualche nicchia. Nell'insieme il volto si presenta piuttosto scarno e le tre rughe orizzontali sulla fronte, gli occhi incavati contornati da rughe a raggiera e due solchi che indicano le borse sotto gli occhi contribuiscono a rendere il volto del personaggio assai realistico. La bocca è appena dischiusa e presenta due piccole rughe oblique all'estremità. Sul collo, assai marcati, il pomo d'Adamo ed i tendini. Si tratta in sintesi di un vero e proprio ritratto fisiognomico romano, una tipica testa ritratto di epoca tardo repubblicana. Sulla base di una divisione critica operata dagli studiosi il ritratto rientra nell "Albinus Gruppe" la cui caratteristica fondamentale è quella di affondare le radici nell'arte tardo-ellenistica. Realizzato presumibilmente negli anni 80-70, il ritratto "è uscito da un'officina erede di un patrimonio artistico greco: si potrà anche affermare che un'opera di tale genere per l'alto livello di esecuzione, testimoniato dalla possibilità di confronto con i migliori originali non si inserisce quanto a produzione artistica in un ambiente "periferico", ma appare culturalmente legata all'ambito della città di Roma".
Anche il famoso ritratto di Agrippa, Marco Vipsanio Agrippa, questo era il nome completo del personaggio, purtroppo non è stato rinvenuto in contesto di scavo (fig.33).Fig. 33 Si narra del suo ritrovamento a S. Aloe ad opera di un gruppo di ragazzini che lo aveva successivamente ceduto ad un collezionista locale, il quale a sua volta lo aveva donato al Museo dimostrando notevole sensibilità e consentendo, così, a tutti di ammirare il pregevole reperto. Ma a differenza del ritratto tardo repubblicano di cui non è stato possibile risalire al personaggio rappresentato, di Vipsanio Agrippa conosciamo molti particolari relativi alla sua vita, alle sue vicende personali e soprattutto conosciamo altri ritratti sparsi in istituzioni museali italiane e straniere. Il manufatto costituisce sicuramente un esempio pregevole dal punto di vista artistico, mentre la presenza del ritratto di un personaggio così importante, con tutte implicazioni politiche che comporta, induce ad una riflessione. Infatti Marco Vipsanio Agrippa fu uno stretto collaboratore in campo politico e militare di Ottaviano, divenuto imperatore con il nome di Augusto. Subito dopo la morte di Cesare viene ricordato al fianco di Ottaviano che ritorna da Apollonia. Gli sarà ancora vicino nella guerra contro Sesto Pompeo e poi contro Marco Antonio, conseguendo il consolato e la carica di ammiraglio della flotta. Le sue qualità organizzative strategiche e militari consentirono di ottenere la vittoria finale nella battaglia di Azio del 31 a.C.
Ma era anche genero dell'imperatore stesso avendone sposato la figlia Giulia dalla quale ebbe Agrippina. Non apparteneva al ceto nobile ma ebbe la fortuna di entrare a far parte della famiglia imperiale, anche se fu accusato di aver adottato la politica dei matrimoni per legarsi ad importanti famiglie senatorie quali i Claudi Marcelli i Claudi Neroni gli Emili Paoli gli Emili Lepidi. Gli viene riconosciuta, anche, un'oculata politica di interventi urbanistici a Roma, in particolare nel Campo Marzio, dove tra l'altro fece costruire un grande edificio termale alimentato dall'acquedotto Vergine. Ma il suo nome è legato indissolubilmente alla costruzione del Pàntheon, fatto erigere nel 27 a.C. per celebrare la gens Iulia.Fig 34 Il monumento di Roma è ubicato nell'omonima piazza ed è giunto fino a noi quasi intatto nonostante i vari rifacimenti posteriori. Molto interessante la descrizione di Agrippa giunta fino a noi attraverso la Naturalis Historia (XXXV, 26) di Plinio il Vecchio che, in effetti, coincide con quanto caratterizzato nei ritratti. In effetti quelli giunti fino a noi restituiscono l'immagine di un uomo energico, dai tratti fisionomici robusti, lo sguardo torvo e la folta capigliatura. Gli altri ritratti sono conservati, fra l'altro, al Louvre, nel camposanto monumentale di Pisa, agli Uffizi, a Palazzo Spada , a Béziers ed infine a Copenhagen. Il volto di Agrippa rinvenuto a Vibo, che è considerato una replica di quello ritrovato a Gabii (fig.34), si presenta piuttosto massiccio, con gli occhi infossati e le arcate sopracciliari sporgenti; la bocca è appena dischiusa, il mento arrotondato e la mascella, ben delineata, è alquanto carnosa. La capigliatura è resa a ciocche plastiche ed alcune di queste si dispongono sulla fronte formando al centro di essa un piccolo ciuffo. Tra tutti gli esemplari citati questo di Vibo è considerato il migliore in assoluto e si può confrontare con i migliori ritratti di età augustea.
Le circostanze relative al rinvenimento del ritratto nell'area della città romana non consentono di chiarire il contesto preciso in cui il manufatto era collocato e non siamo pertanto in grado di sapere se il busto fosse destinato ad un'area pubblica oppure, frutto della devozione tributata ad Agrippa da un privato cittadino, fosse esposto all'interno di una casa privata.
Ed è ancora a S. Aloe, quasi a ribadire che il cuore della città romana si trovava proprio da queste parti, che è avvenuto il ritrovamento di un'erma ritenuta dagli studiosi non proprio comune( fig 35-36). Fig. 35Le erme fin dall'epoca greca erano dei pilastri, di marmo o bronzo sormontati dalla testa di Ermes, posti ai crocicchi a tutela dei viandanti. Nel nostro caso rappresenta una figura femminile che indossa un chitone di stoffa molto sottile al quale si sovrappone un mantello disposto trasversalmente. Quest'ultimo scende con una piega obliqua e immediatamente sotto il fianco destro presenta un'annodatura. Sotto il mantello spuntano le pieghe del chitone che ricadono perfettamente dritte lasciando intuire la forma del pilastrino che sta immediatamente sotto. Quest'ultimo è circondato da foglie d'acanto dalle quali spuntano i piedi, femminili, che calzano dei sandali. Della statua non sono state rinvenute né le braccia nè la testa ma gli incavi dimostrano che sia l'una che l'altra dovevano essere lavorati separatamente.Fig. 36 Chi ha studiato il reperto ritiene che l'esemplare di Vibo sia il risultato finale della fusione di due tipi diversi di erme, tale da farlo apparire come un prodotto assai originale e la cui datazione si colloca ai primi anni del I sec. d.C. Prima del trasferimento del museo nella nuova sede del Castello normanno-svevo, la statua faceva bella mostra di sé nella prima sala espositiva di Palazzo Gagliardi. Oggi, in attesa di ritornare ad essere esposta al pubblico nel nuovo allestimento relativo all'abitato romano della città, la statua è custodita nei magazzini del museo.
Dallo scasso per la costruzione di una casa tra via Granatieri e via Terravecchia superiore proviene il torso di una statua virile ( fig.37 ). Il Capialbi nel 1832, nel suo "Cenno sulle Mura di Ipponio," avvisava che "ovunque si muove la terra" nella zona della Terravecchia venivano alla luce resti di abitazioni romane spesso mosaicate. Per questo motivo non desta meraviglia il rinvenimento della statua. Anche la Terravecchia, al pari di S. Aloe, era una zona intensamente abitata in epoca romana, ma l'attuale e fitta urbanizzazione ne impedisce una lettura scientifica finalizzata ad una maggiore comprensione di questo settore della città romana. Spesso ci si deve accontentare della possibilità offerta dai lavori di ripristino di abitazioni moderne per raccogliere, in situazioni quasi sempre difficili, più dati possibili. Fig. 37Ritornando alla statua virile c'è da dire che questa è molto lacunosa in quanto rimane soltanto il torso. Manca, infatti la testa, le braccia risultano spezzate ad altezze diverse, così come le gambe, anch'esse lacunose, sono rotte una quasi all'inguine, l'altra al ginocchio. Nonostante il pessimo stato di conservazione è possibile ricostruire sommariamente quale era la probabile situazione originaria del reperto. La posizione del collo fa supporre che il capo fosse rivolto verso la spalla sinistra che si presenta sollevata e leggermente più avanzata rispetto alla destra. Il braccio sinistro era discosto e proteso mentre quello destro abbassato e scostato dal corpo. Il peso di quest'ultimo poggiava sul lato sinistro mentre la gamba destra era avanzata e spostata lateralmente. Sulla coscia sinistra è ancora visibile quanto rimane di un sostegno. La statua realizzata in marmo bianco misura attualmente 0,65 di altezza per una larghezza di 0,37. Pare che il torso sia una replica di un'elaborazione di epoca adrianea dell'Apollo del Tevere, creazione di stile severo rielaborata intorno al 130 d.C. dall'autore del ritratto di Antinoo, per l'immagine del fanciullo che stava particolarmente a cuore all'imperatore Adriano. Anche questo reperto, quindi, mostra chiari collegamenti e confronti con manufatti presenti nella capitale. Infatti il nostro esemplare è stato confrontato al cosiddetto "Antinoo della Banca Nazionale".Fig. 38 Antinoo, ricordiamo, era un giovane originario dalla Bitinia che aveva incontrato l'imperatore Adriano durante un viaggio di quest'ultimo in Oriente e lo aveva seguito fino a Roma. Tralasciando le vicende umane che legavano l'imperatore al giovane bitinio, c'è da dire che il frammento di scultura vibonese era pertinente ad un'immagine di Antinoo a grandezza naturale, con una riduzione delle dimensioni eroiche adottate invece nella copia romana.
Un ulteriore documento della produzione artistica romana a Vibo Valentia è rappresentato dallo spettacolare ritratto femminile in basalto nero proveniente da un insediamento, forse una ricca villa, rinvenuto molti anni fa nei pressi dell'attuale abitato di Vibo Marina (figg.38-39). Gennaro Pesce nel 1937, pubblicando la pregevole scultura, immaginava che questa facesse parte integrante insieme ad altri materiali, di un insediamento che costituiva un vasto complesso residenziale. Fig. 39Qui erano stati rinvenuti altri materiali importanti quali una replica di un'Arianna dormiente e dell'Artemide di Dresda, recuperate rispettivamente nel 1894 e nel 1928. Kahrstedt, lo studioso tedesco al quale di deve la ripresa e l'interesse per la ricerca sull'epoca romana, riteneva che i due rinvenimenti, quelli della replica dell'Artemide ed il busto in basalto nero, non appartenessero allo stesso complesso, dissentendo pertanto dal Pesce; ricerche condotte presso l'archivio della soprintendenza archeologica hanno invece dato ragione all'archeologo italiano. Sono tre fondamentalmente i motivi che fanno della scultura un'esemplare pregevole: l'accuratezza generale dell'esecuzione, la particolare capigliatura ed il materiale utilizzato per il manufatto. Relativamente a quest'ultimo aspetto si può affermare che analisi di laboratorio su un minuscolo frammento della scultura hanno dimostrato una sua provenienza non dalla Sicilia, come era più facile immaginare, ma dall'Africa del Nord. L'uso di questo prezioso materiale per prodotti di un certo tenore in età claudia è documentato, ad esempio, dal ritratto di Germanico, custodito attualmente nel British Museum di Londra. La semplice descrizione dei tratti somatici non rende giustizia della bellezza e raffinatezza della scultura che, su un volto minuto, presenta gli occhi grandi di forma allungata, disposti sotto l'arcata sopracciliare dal disegno piuttosto netto, la bocca con labbra molto sottili ed il mento rotondo. I capelli sono divisi al centro del capo da una perfetta scriminatura e lunghe ciocche ricciolute scendono ai lati del viso; sulla nuca i capelli si avvolgono in un rotolo e da questo si dipartono tanti riccioli corti; sulle spalle e sul petto si dispongono ordinatamente i riccioli fermati sul collo da una specie di fermaglio o da una treccia passata per tre volte. Come si sarà notato non è stato descritto il naso il quale, purtroppo, è andato perduto. Le modalità del rinvenimento, chiuso tra due muri e pertanto non in giacitura primaria, ha dato al Pesce lo spunto di ipotizzare una damnatio memoriae, che avrebbe provocato le abrasioni e la perdita del naso. Seppur cautamente, sempre lo stesso studioso, avanza l'ipotesi che la donna rappresentata possa essere Messalina, anche se non vi sono dati per avvalorare questa tesi. Il busto, che si presenta tagliato all'altezza del seno coperto da una sottile veste, presenta un "tenone" tramite il quale poteva essere fissato ad una base. Un recente studio della scultura ha in qualche modo revisionato le analisi precedenti e proposto una serie di confronti che permettono di mettere in relazione il manufatto con altri simili per fattura e particolari stilistici presenti in vari musei in Italia ed all'estero. L'acconciatura, ad esempio, pur nella sua particolarità, rientra tra le pettinature tipiche dell'età claudia ed è stata confrontata con quelle di ritratti del museo di Napoli o del Nazionale Romano. La pregevole qualità della materia prima e la modalità di esecuzione fanno ritenere, in maniera incontrovertibile, che il ritratto possa essere ricondotto ad una committenza che disponeva di cultura e mezzi economici assai elevati.
Come si riferiva in precedenza, almeno altre tre sculture sembrano provenire dalla stessa area: si tratta di una statua che rappresenta Artemide, replica di un originale di IV sec. a.C.; di un'Arianna dormiente ed infine di un torso di divinità che, essendo però privo di attributi, non può essere identificato. Relativamente alla prima statua, la cosiddetta Artemide di Dresda (fig. 40),Fig. 40 gli studiosi propendono per considerarla un'opera scarsamente significativa. Attualmente si presenta assai lacunosa in quanto priva delle braccia, che dovevano essere lavorate a parte, e della testa. Nell'originale la statua presenta il braccio destro sollevato, nell'atto di afferrare la freccia nella faretra e quello destro abbassato. La cinghia della faretra attraversa trasversalmente il petto che crea così un rigonfiamento e delle piegoline al di sotto del seno. Nell'esemplare vibonese la faretra non è presente pur essendo documentata la bandoliera. Una teoria formulata da Antonia Denti, che per prime ha studiato la statua, interpreta la mancanza come un segno di adattamento per raffigurare una musa. In effetti la teoria sembra verosimile in quanto sono attestati diversi adattamenti, compreso quello che vede le statue utilizzate come base per alcuni ritratti. Questo esemplare vibonese, pur nella sua modestia, trova confronto per il modellato, nella raffigurazione di Artemide sulla base di Sorrento, mentre dal punto di vista cronologico la scultura si inquadra nei primi anni del I sec. d.C..
L'Arianna dormiente (fig.41.), oggi sistemata in una piazzetta di Vibo Marina, sulla base delle notizie forniteci da Gaetano Pesce, sarebbe stata rinvenuta nel lontano 1894. Anche questa statua viene ritenuta dagli studiosi di scarsa qualità artistica; la statuetta raffigura una ninfa addormentata su di un rilievo roccioso e ricoperta da un mantello; sdraiata sul fianco destro è priva della testa anche se, per la posizione del collo, questa poteva essere leggermente piegata sul lato destro.
Il braccio destro poggiava sul gomito che a sua volta insisteva sul rilievo roccioso. La scultura poteva, originariamente essere destinata ad abbellire la villa di qualche ricco possidente: Fig. 41probabilmente faceva parte di una composizione che nell'insieme rendeva prezioso il giardino dove era stata sistemata.
Risale sempre alla fine dell'ottocento la scoperta del torso marmoreo rinvenuto nel corso dello scavo per la costruzione di un tratto della ferrovia Eboli-Reggio Calabria, nel tronco S.Venere- Briatico. In quell'occasione vennero alla luce anche numerosi frammenti di tipo architettonico che, sulla base della descrizione, potevano forse essere riconducibili ad una villa o comunque ad un insediamento di un certo tenore. Su questo rinvenimento esiste una storia, che è poi la storia degli scavi praticati alla fine dell'ottocento, le cui fila si sono riannodate grazie alla lettura di alcuni documenti d'archivio custoditi presso il Ministero della Pubblica Istruzione, allora competente in materia di scavi. Per gli anni che vanno alla fine dell'ottocento, ispettore agli scavi di Monteleone era il cav. Giovanbattista Marzano Pare che il cavaliereFig. 42 non fosse solerte nel segnalare e relazionare sugli scavi che avvenivano in città e nel suo territorio, tanto che per questa sua negligenza ne era stata proposta la rimozione dall'incarico. In una lettera del 18-8-1891, il Prefetto della provincia di Catanzaro comunica al Ministero che "negli scavi per la trincea Scrugli, lungo il tronco Porto S.Venere-Briatico della Ferrovia S. Eufemia-Ricadi è stato rinvenuto un tronco di statua in marmo bianco con un solo braccio rotto. Tale statua trovasi attualmente consegnata presso l'UfficioGovernativo delle Ferrovie in Briatico". Poiché la statua si trovava in terreno espropriato diveniva automaticamente proprietà dello Stato. Più volte era stata fatta esplicita richiesta al Marzano di provvedere a fotografare ed illustrare il reperto ma questi, adducendo varie scuse, era riuscito a non evadere la richiesta Nel 1895 finalmente fornisce l'elenco tra cui risulta esserci ancora la statua che definisce "altorilievo di Giove in marmo bianco, testa e tronco senza braccia, il tutto a forma ovale o di medaglione". Il pezzo in oggetto viene definito da De Franciscis, nella pubblicazione sul Museo di Reggio Calabria, come proveniente genericamente da Vibo Marina. La comparazione dei dati con la descrizione del pezzo ha consentito l'identificazione con l'esemplare rinvenuto alla fine dell'ottocento sul quale abbiamo riferito.Fig. 43
La statua (fig.42,43), o meglio quanto rimane di essa, non può essere identificata con nessuna divinità in quanto non rimangono attributi caratterizzanti che possono essere ricondotti a chicchessia. Dalla posizione del moncone del braccio destro si suppone che questo fosse disteso a sorreggere uno scettro o un tridente, mentre sul sinistro doveva esserci un mantello che scendeva a ricoprire le gambe. Il torso, infatti, presenta una lavorazione tipica per essere successivamente inserita in una statua panneggiata, definita con il termine tedesco con " Hüftmantel", presumibilmente in marmo colorato.
Indizi che potrebbero confermare tale ipotesi sono i contorni tagliati regolarmente e la parte posteriore perfettamente appiattita.
Molto interessante la lavorazione della capigliatura e della barba che incorniciano il volto.
I riccioli, bipartiti sulla fronte, scendono lunghi sulle guance; la barba, divisa al centro, termina come la capigliatura con grosse ciocche allungate e con uno stretto ricciolo sulla punta.
Gli occhi sono infossati e le labbra carnose, la fronte è solcata da una ruga orizzontale.
La scultura potrebbe datarsi intorno al II sec d.C. anche se l'autore artista aveva tratto ispirazione da un prototipo di epoca greca, lo Zeus di Otricoli, che si data al IV sec. a.C.

Oltre alle sculture esaminate, particolarmente pregevoli sono i mosaici documentati nella città e nel territorio per i quali, al pari delle altre opere, si presuppone una committenza di un certo tipo e maestranze all'altezza delle richieste. Il mosaico rinvenuto nell'area di S. Aloe (figg.44,13), che abbelliva molto probabilmente un atrio, si presenta piuttosto ricco di decorazioni.
Al centro un tondo - delimitato da una corona d'alloro -, all'interno del quale sono raffigurati alcuni pesci su uno sfondo blu molto scuro.

Fig. 44


Sono individuabili una certa varietà di pesc,; infatti sono presenti: l'orata, la spigola, la triglia, ed un calamaro. In corrispondenza degli angoli del pavimento sono rappresentati, non in successione cronologica, dei busti raffiguranti le stagioni.
L'inverno è ammantato con dietro una canna; la figura che rappresenta l'estate indossa un cappello di paglia con una breve tesa, la primavera esibisce una corona di fiori sui riccioli scuri, ed infine, foglie di vite decorano le tempie dell'autunno. Gli spazi sono stati sapientemente riempiti con elementi vegetali di vario tipo, quali rami di pero con i relativi frutti, tralci di rose, rami d'ulivo e persino piante acquatiche. Ma oltre ai pesci raffigurati nel tondo del mosaico sono presenti altri animali, quali pavoni, pernici, anatre ed un fagiano.
Un altro mosaico è stato rinvenuto nel 1982, tra la cosiddetta domus di via 25 Aprile e quelle che fino ad ora sono interpretate - sono state avanzate buone motivazioni per non considerale tali - come le terme cittadine. Senza entrFig. 45are, quindi, nel merito della polemica sorta intorno a questa destinazione, passiamo a descrivere il mosaico, detto della Nereide, che costituisce sicuramente un unicum per l'accuratezza della realizzazione e lo stato di conservazione (fig.45).
La pavimentazione musiva ricopriva un ambiente di forma quadrata, la cui decorazione è orientata in relazione all'emblema centrale. La parte centrale è occupata appunto da una Nereide (una delle mitiche ninfe del mare figlie di Nereo) mentre, nuda, si lascia trascinare dalle onde del mare aggrappata ad un ippocampo o cavallo marino. La gamba destra è immersa nell'acqua, mentre il piede sinistro lambisce la superficie. Un sottile velo grigio-azzurro, posto immediatamente sopra la testa della ninfa i cui capelli sono raccolti in uno chignon, è gonfio per l'azione del vento. L'animale marino nuota immerso fino al petto, intorno a lui dei delfini, mentre la coda dell'ippocampo spunta dall'acqua e, sullo sfondo, rimane la vegetazione marina stilizzata. L'emblema è racchiuso dentro una sottile cornice che separa questa parte da una decorazione a fascia dove sono presenti anatre e un trampoliere. Quest'ultimo ha nel becco un serpentello, in un contesto che riconducFig. 46e ad un acquitrino. Questo bordo con le anatre (fig.46)e gli altri animali è limitato da un motivo a scacchiera in bianco e nero, alternatoda un disegno sempre a base quadrata con pale di mulino. Negli angoli sono sistemati dei tondi con nature morte di pesci, inscritti in un quadrato a scacchiera: in uno è raffigurata una murena, che sembra adattarsi alla forma tondeggiante (fig.47), nell'altro due pesci che si incrociano e sembrano sfruttare anch'essi l'angusto spazio a loro disposizione. Infine la fascia più esterna è decorata da un girale vegetale che si origina da due cespi d'acanto posizionati al centro dei lati orizzontali del quadrato. L'effetto finale è senza dubbio assai speciale tenuto conto anche dei materiali impiegati e dalla varietà delle decorazioni; il materiale utilizzato per le tessere è piuttosto vario e non mancano le paste di vetro di colore blu usate soprattutto per le anatre. Assai particolare la resa cromatica del corpo della Nereide con tonalità diverse che vanno dall' ocra, al bruno, al violetto. Il mosaico, nella sua strutturazione generale, non trova un preciso confronto anche se, dal punto di vista iconografico, il gruppo della Nereide è abbastanza noto nell'antichità e costituisce uno dei tanti temi relativi aFig. 47l corteggio degli dei del mare. I singoli temi decorativi, estrapolati, possono essere confrontati con altri presenti ad esempio a Pompei, oppure nell'Africa del nord o ancora a Roma. Cronologicamente gli studiosi sono concordi nell'inquadrare la sua esecuzione nel II sec. d.C..
Un terzo mosaico abbelliva una villa ubicata lungo la costa. Il manufatto, conosciuto come il "mosaico degli amorini pescatori", proviene da un insediamento lungo la costa, precisamente nei pressi di capo Trainiti nel comune di Briatico dove i molti rinvenimenti, soprattutto degli ultimi anni, hanno accresciuto i dati utili per la conoscenza di quel territorio in età romana e tardo antica. Il mosaico pare decorasse un ambiente che Ermanno Arslan, autore delle indagini di scavo, riteneva aperto verso il mare. Purtroppo sono scarse le informazioni circa il contesto generale. Si conoscono soltanto alcune sepolture rinvenute negli anni 73-74, messe in relazione con la suddetta villa e dove sono stati docuFig. 48mentati tra i corredi numerosi oggetti d'ambra. Il mosaico, databile al III sec. d. C. è stato asportato, restaurato e, ricomposto insieme alla fontana centrale, attualmente sistemato nel viale d'ingresso del castello normanno-svevo sede della nuova esposizione del Museo archeologico di Vibo Valentia.
Partendo dall'esterno abbiamo una cornice di corolle contrapposte che si alternano a fiori di loto disposti a croce; i margini della cornice isolano il motivo decorativo con due linee scure; una fascia chiara divide la decorazione precedente da una treccia a due capi su fondo scuro.Da qui in poi la scena figurata vera e propria che vede protagonisti gli amorini intenti nella pesca e che inquadrava il bacino quadrangolare in marmo. Sul mare increspato, reso da tessere verde scuro e azzurro, sono alcune barche con gli amorini: in una di queste imbarcazioni sono raffigurati due eroti in piedi nell'atto di ritirare una rete, nella quale sono impigliati numerosi pesci variopinti ( fig.48).Sul lato opposto la seconda imbarcazione con due amorini: uno di questi è intento a remare mentre l'altro, in piedi, solleva la rete nell'atto di lanciarla in mare dove saltellano pesci di vario tipo; ben identificabili, un delfino ed un polipo (fig.49)Fig. 49.Anche questo appena descritto è un tema molto ricorrente nell'antichità anche se non possono essere stabiliti confronti precisi: in ambito meridionale possono essere ricordati i mosaici della villa del Casale di Piazza Armerina, mentre al nord si può far riferimento alla villa di Desenzano sul Garda.


Bibliografia:

Per il ritratto tardo repubblicano da collezione privata, si veda C.R. Chiarlo, Ritratto tardorepublicano da Vibo Valentia , In APARCHAI , Nuove ricerche e studi sulla Magna Grecia e la Sicilia antica in onore di Paolo Enrico Arias, II, Pisa 1982, pp.615-618, Tav. 175-176. Lo stesso Chiarlo asserisce che la scultura è stata studiata inizialmente da M.T. Gasparro che ne ha dato notizia in una tesi di laurea discussa presso l'ateneo Pisano nell'anno accademico 1970-71.
A proposito del busto in basalto nero cfr. G.Pesce, Un nuovo ritratto muliebre di età claudia, in Bollettino d'Arte 1937, pp.251-260.
L'Artemide di Dresda è studiata da A.Denti, Un' "Artemide" inedita di Reggio Calabria, in"Klearchos " I, 1959, 1-2 pp. 31-45.
Una sintesi sulla produzione artistica di epoca romana nell'area vibonese è in L. Faedo, Aspetti della cultura figurativa in età romana, (a cura di S.Settis) Storia della Calabria antica,età italica e romana, Roma-Reggio Calabria 1994, pp.597-654, con bibliografia recente ed aggiornata.

Appendice I

La fondazione delle colonie in epoca romana.


La fondazione di una colonia ( fig. 50)Fig. 50 era un'operazione a carattere militare e le spese rientravano nel bilancio dell'esercito. Le fonti antiche sottolineano la funzione di difesa e di presidio delle colonie. Questo avveniva sia per tenere sotto controllo i precedenti abitanti della zona che per respingere gli assalti dei nemici. L'esercito romano, in età repubblicana, era non permanente, quindi non professionale e si basava sull'obbligo di un lungo servizio militare imposto ai cittadini, e all'apporto di contingenti alleati. Naturalmente i nullatenenti non potevano partecipare alle guerre e quindi, per questo motivo, era interesse dello stato fornire una fonte di reddito anche minima per il più alto numero di cittadini possibile al fine di assicurarsi una ampia partecipazione. D'altra parte la base di reclutamento, fondamentale per l'esercito romano, era costituita dai contadini. Un tema costantemente presente nella colonizzazione romana era la riproduzione della classe dei piccoli proprietari terrieri e, quindi, del modello politico-ideologico del contadino-soldato che trova perfetta rappresentazione nella figura del colono.

1. le assegnazioni viritane
2. le colonie di diritto latino
3. colonie di diritto romano

Assegnazioni viritane:
La definizione deriva dal termine viritim che significa "singolarmente" e si riferiva all'assegnazione di terre a gruppi di persone non organizzati in comunità. I coloni viritani continuavano, però, a dipendere da Roma sia dal punto di vista giuridico che amministrativo. Generalmente si ricorreva a questo tipo di assegnazione nei territori già pacificati, dove non esistevano particolari problemi o situazioni di pericolo; era considerata tra l'altro un ottimo strumento per far coabitare coloni di diversa origine e condizione giuridica. Gli assegnatari, spesso, erano veterani cioè soldati smobilitati dopo le campagne di guerra. Le fonti storiche fanno risalire questa pratica alla fondazione di Roma e, quindi, alle prime distribuzioni di terra effettuate da Romolo e Numa Pompilio. Tralasciando la tradizione storica, molto più concretamente possiamo affermare che la consuetudine risale ai tempi della conquista di Veio, agli inizi del IV sec. a.C.. Per tutta l'età repubblicana Roma fece ricorso a questo tipo di assegnazione man mano che procedeva alla conquista della penisola italiana. E' comunque nel II sec. a.C. che viene utilizzata in maniera massiccia, soprattutto nell'ampia azione colonizzatrice della pianura Padana. La grandiosità del progetto emerge chiaramente esaminando il carattere unitario e compatto che mostra la zona, ancora oggi, con la centuriazione, i centri urbani e la viabilità. Il processo in fondo, però, rispondeva agli interessi della classe dirigente romana che, per tutelare i propri interessi e, quindi, i possessi sull'ager publicus centro meridionale, tentava in questo modo di indirizzare verso altre zone i problemi e le pressioni sociali.


Colonie di diritto latino:
Le colonie erano generalmente delle vere e proprie città organizzate in classi e dotate di un ampio territorio circostante, tuttavia non erano comunità egualitarie. Infatti i cittadini erano suddivisi in classi basate sul censo e rispondenti a finalità sociali, politiche e militari. Nel concetto greco e poi romano di città-stato, era compresa la divisione in classi che si rivelava indispensabile non solo al governo della città ma, anche, alla formazione e all'organizzazione dell'esercito. Ci sono noti casi di divisioni in due classi ( equites = cavalieri e pedites = fanti ) oppure in tre ( equites, pedites e centuriones = centurioni ). Le assegnazioni di terra non avvenivano, di conseguenza, in misura uguale, ma erano maggiori per il ceto dirigente che, non potendo coltivare la terra, doveva servirsi di manodopera indigena. Alle classi meno abbienti non venivano assegnati grossi lotti di terreno poiché non avevano i mezzi sufficienti per procedere alla coltivazione e alla gestione. Dal punto di vista amministrativo le colonie latine avevano un tipo di ordinamento simile a quello dello stato romano; erano governate da un senato, da un'assemblea popolare, da due magistrati denominati praetores e da altri magistrati il cui numero e nome variava a seconda della colonia. Inoltre avevano proprie leggi, l'esercito e potevano battere moneta propria. Non avevano l'obbligo di pagare tasse a Roma, non erano indipendenti per quanto riguardava la politica estera e dovevano fornire contingenti militari in caso di guerre.


Colonie di diritto romano:
Le colonie romane, almeno fino alla seconda guerra punica, erano piccole fortezze dislocate lungo la costa e avevano funzioni di controllo e sorveglianza marittima. Per questo motivo i coloni erano esentati dal prestare il servizio militare nelle legioni. A partire dal 183 a.C. questo tipo di colonia venne dedotta anche in alcuni posti dell'interno e non più soltanto lungo le coste. Così furono dedotte Modena, Parma, Saturnia e forse Lucca. Il corpo civico era formato da cittadini Romani di pieno diritto, erano considerati parte integrante dello stato romano e venivano amministrate direttamente da Roma. In seguito queste città vennero dotate di senato proprio, di un'assemblea e di magistrati detti inizialmente praetores, poi duoviri, con limitato potere giurisdizionale che veniva invece esercitato da magistrati urbani. In queste colonie lo stato romano, volutamente, tendeva all'assegnazione di lotti molto bassi e possibilmente uguali. Ciò si spiega con la volontà del potere centrale di non alterare i rapporti sociali e politici fra le classi all'interno della popolazione, di cui i coloni Romani, come accennato in precedenza, conservavano la cittadinanza.


Bibliografia:
Approfondimenti sulla colonizzazione romana e lo sfruttamento della terra in: AA.VV., Misurare la terra: centuriazione e coloni nel mondo romano, Modena 1985, qui, è possibile reperire anche ampia bibliografia su tutti gli aspetti connessi alla conquista romana, alla storia agraria ed all'organizzazione del territorio.

Appendice II

Marco Vipsanio Agrippa. Biografia di un romano illustre.

Quando agli inizi degli anni settanta il museo archeologico statale - tra l'altro inaugurato da pochi anni - entrava in possesso di un ritratto in marmo, rinvenuto per caso nella contrada detta allora S.Aloe, non si pensava minimamente che il personaggio rappresentato fosse un uomo politico romano così in vista da essere addirittura stretto collaboratore e amico di Augusto, primo imperatore romano. Certo la cura profusa nella realizzazione dell'opera dimostrava ampiamente che doveva trattarsi di una persona che in vita aveva avuto un ruolo importante tanto da meritare un ritratto in un materiale prezioso. Ma che cosa ci faceva un simile oggetto a Vibo Valentia e soprattutto chi era Marco Vipsanio Agrippa con il quale nel frattempo il ritratto era stato identificato?. Agrippa nasce ad Arpino nella Ciociaria, dove nel 106 a.C. era anche nato Marco Tullio Cicerone, uomo politico, scrittore, oratore. Non si conosce la precisa data di nascita anche se sembra possa essere collocata tra il 64 ed il 63 a.C.; scarse sono pure le notizie circa le sue origini familiari, mentre si conosce soltanto il nome del padre che si chiamava Lucio Agrippa . La storia del nostro personaggio ha inizio quando alla scuola di retorica ad Apollonia, in Illiria, incontra Caio Ottavio, il futuro princeps, che aveva la sua stessa età e frequentava le lezioni insieme a P. Salvidieno Rufo; dopo la morte di Cesare ritornarono insieme a Roma. Partecipò alla guerra di Filippi e a 23 anni divenne praetor urbanus . Tra il 39-38 fu in Gallia e nel 37, divenuto console, costruì il porto di Baia presso Pozzuoli con la relativa flotta per Ottaviano. Ed è proprio in relazione alla guerra tra Ottaviano e Pompeo che Agrippa diede prova delle sue eccelse qualità organizzative e delle spiccate doti di progettista-costruttore. Egli ebbe, infatti, la geniale intuizione di riconoscere nell'Averno un potenziale cantiere navale ed un porto ben protetto, ideale come base della flotta. Procedendo al taglio degli istmi che dividevano il Lucrino dal mare e dall'Averno diede inizio ai lavori per la costruzione del Portus Iulius. Il Lucrino, infatti, era un lago prossimo al mare sul cui istmo passava addirittura una strada; il cratere vulcanico che formava il bacino dell'Averno, proprio per la sua natura invece, aveva mantenuto un certo isolamento ed alimentato credenze religiose legate alle divinità infernali, mantenendo - per questo motivo - la zona sgombera da insediamenti residenziali almeno fino alla fine del I sec. d.C.. Le pressanti esigenze militari avevano finito col prevalere e pertanto l'architetto Cocceio, sotto la direzione di Agrippa, iniziò i lavori per la costruzione del porto. Conseguita la vittoria su Sesto Pompeo nel 36 a.C., gli venne conferita, da parte di Ottaviano, la cosiddetta corona rostrata, che era appunto una corona decorata da rostri e merlature (fig. 51Fig. 51). Gli fu concesso il privilegio ulteriore di indossarla anche nel corso di cerimonie ufficiali tanto che sono documentate monete con la raffigurazione di Agrippa con la corona, ed addirittura una statua dove è ancora rappresentato con questo segno distintivo. Quando Virgilio nell'Eneide descriverà lo scudo di Enea riferirà:....."non lontano, Agrippa, col favore dei venti e degli dei guidava in piedi la flotta: superbo distintivo di guerra, la corona navale irta di rostri risplendeva sulla sua fronte..." Il 31 a. C. per Ottaviano rappresenta il momento della svolta in quanto, dopo la sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra nelle acque di Azio, instaura gradualmente un principato di fatto fondato oltre che sulla fedeltà degli eserciti anche sul consenso delle classi senatoria ed equestre. Gli storiografi concordano unanimemente nel riconoscere ad Agrippa il fondamentale contributo nella vittoria di Azio avvenuta appunto nel 31 a.C.. La carriera politica di Vipsanio Agrippa maturò intorno ad Ottaviano Augusto che di lui ebbe sempre molta stima e fiducia;in qualità di ammiraglio della sua flotta gli fu vicino in tutte le circostanze più importanti. Per gli anni 28 e 27 ricoprì la carica di console per la terza volta e, sempre nel 27, si sposa con Claudia Marcella, nipote di Augusto, dopo essere stato sposato con la figlia di Pomponio Attico, Cecilia Attica dalla quale si era separato per presunte infedeltà. E' questo un matrimonio importante tanto che spesso, neppure in maniera del tutto velata, viene accusato di aver avuto una carriera così facile grazie ai legami matrimoniali ed al fatto che, pur non essendo nobile, era riuscito ad entrare a far parte della famiglia imperiale. In realtà il legame di stima e di amicizia che univa i due uomini, Agrippa ed Augusto, era talmente forte e radicato che in occasione della malattia dell'imperatore, questi affidò l'anello con il sigillo ad Agrippa. La vicenda creò conflittualità con Marcello, genero di Augusto e marito di Giulia; ma Agrippa, per evitare che la situazione degenerasse, si allontanò da Roma accettando la carica di governatore generale della Siria. All'età di 42 anni contrasse matrimonio per la terza volta sposando Giulia figlia di Augusto che nel frattempo era rimasta vedova di Marcello. Da lei ebbe Gaio, Lucio Cesare e Agrippina futura moglie del comandante Germanico che diverrà anch'egli imperatore. Questo vincolò non fece che rinsaldare i legami, se mai ce ne fosse stato bisogno, che intercorrevano tra due uomini i quali avevano affrontato e superato insieme molti momenti difficili . Pare fosse stato lo stesso Augusto a caldeggiare il matrimonio tra i due anche se l'uomo che andava in sposo alla figlia aveva la sua stessa età. Nel 18 a. C. Agrippa venne investito della tribunicia potestas per cinque anni divenendo così ufficialmente una sorta di vice imperatore; qualche anno prima l'esigenza di risolvere in qualche modo le controversie riguardo ai Parti, aveva spinto Augusto a conferire ad Agrippa l'imperium maius su Roma e sulla parte occidentale dell'impero romano. Nel 12 a.C., l'amico e genero di Augusto muore in Campania tra il 19 ed il 21 marzo; anche in quest'occasione l'imperatore manifestò la sua amicizia e stima intanto con la recita dell'elogio funebre ma soprattutto con l'autorizzazione ad accogliere Agrippa nel mausoleo che aveva fatto erigere per sé e la sua famiglia.
Ma l'intensa attività di Agrippa non si limitò soltanto all' ambito militare! egli infatti ebbe un ruolo particolarmente importante nell'attuazione di un preciso piano urbanistico voluto da Augusto. Viene infatti ricondotta al suo genio ed alla sua intraprendenza la politica di interventi urbanistici nel centro di Roma, soprattutto nel Campo Marzio (fig. 52)Fig. 52.Infatti ad Augusto si deve l'opera di urbanizzazione di questa parte della città che, anche in questo frangente, si avvalse delle competenze di Agrippa. Con il nome di Campo Marzio, ovvero campo di Marte, connesso con le attività di carattere militare e sportivo alle quali la zona era destinata, veniva designata la pianura all'esterno delle mura Serviane, tra il Campidoglio a sud, il Tevere a ovest, le estreme pendici del Quirinale e del Pincio a est e a nord. Per capire quello che avvenne durante il periodo augusteo, bisogna fare qualche passo indietro. A partire dall'ultimo secolo della repubblica la pianura che corrispondeva al Campo Marzio iniziò a cambiare aspetto: la proprietà demaniale del suolo e l'andamento pianeggiante, si prestavano particolarmente ad una edilizia di rappresentanza e pertanto, da questo momento in poi, assistiamo ad una monumentalizzazione dell'area. Di questa prima fase, che possiamo definire medio repubblicana, rimangono alcuni santuari che però non mantengono il loro aspetto originario mentre invece l'area sacra di Largo Argentina conserva ancora il ricordo degli edifici databili tra la fine del IV ed il I sec. a.C.. Nella seconda fase continua il programma di abbellimento dell'area con monumenti grandiosi, tanto che Cesare portò avanti, ma fino ad un certo punto, un progetto sfarzoso che prevedeva tra le altre cose la deviazione del Tevere e l'unificazione del Campo Marzio e del Vaticano. La terza fase coincide appunto con il periodo augusteo: in questo momento l'imperatore iniziò l'urbanizzazione della pianura nella parte centrale.
Agrippa in questa zona possedeva estesi lotti di terreno; egli infatti aveva mantenuto per sé un certo numero di proprietà dopo che era stata privatizzata in epoca sillana. I possedimenti ad un certo punto erano passati da Pompeo ad Antonio ma, dopo Azio, questi erano confluiti nelle mani di Agrippa che se ne era servito per mettere in atto il programma di trasformazioni urbanistiche voluto da Augusto e che cambiò in maniera definitiva l'assetto del campo Marzio. Qui venne costruito il Pantheon, le cosidddette"terme di Agrippa" e l'acquedotto Vergine . Il Pantheon (fig.53) Fig.53 è certo fra tutti i monumenti Romani il meglio conservato anche se in questa veste, non rispecchia quanto realizzato inizialmente dal braccio destro di Augusto. Possiamo affermare che subito dopo le modifiche volute da Adriano il monumento non subì particolari sconvolgimenti. Questa situazione ottimale si deve all'imperatore bizantino Foca che nel 609 ne fece dono a Bonifacio IV e fu, quindi, trasformato in chiesa cristiana dedicata a S.Maria ad Martyres. Agrippa ne aveva iniziato la costruzione tra il 27 ed il 25 ed era sua intenzione, così come si evince dal nome, dedicarla a tutti gli dei anche se non si può escludere che vi fossero venerate le sette divinità planetarie. Gli scavi al di sotto della monumentale costruzione hanno dimostrato che il tempio fatto erigere dal genero di Augusto era un edificio di forma rettangolare orientato in direzione opposta all'attuale, verso sud. In questo frangente la cantieristica romana mostrò il meglio delle sue maestranze e delle tecnologie. Basti pensare che dal basso verso l'alto furono utilizzati materiali sempre più leggeri nonostante le dimensioni dei muri perimetrali raggiungesse i 6 metri di spessore. Nel pronao sono state impiegate 16 colonne monolitiche alte 12 metri e mezzo con uno spessore di 4 metri e mezzo, mentre la cupola ha un diametro di 43 metri con un grande occhio (oculus) centrale aperto sul cielo. L'elenco dei dati tecnici potrebbe continuare ancora ma forse non è questa la sede adatta per discuterne; quello che qui si vuole evidenziare è l'ampio respiro e la monumentalità del progetto di Agrippa. Il tempio dedicato a tutti gli dei e, anche se in maniera indiretta, all'imperatore, subì diversi restauri il più importante dei quali quello dell'epoca di Adriano che, tra le altre cose, fece apporre l'iscrizione che ancora oggi si può leggere sull'architrave: M(arcus) Agrippa L(uci) f (ilius) co(n) s (ul) tertium fecit. Sempre nella stessa epoca Agrippa dava l'avvio alla costruzione di quelle che sono ricordate dagli studiosi come le più antiche terme pubbliche presenti a Roma. L' edificio era ubicato nella zona che attualmente ricade subito a nord di Piazza Argentina, tra corso Vittorio Emanuele e via di S. Chiara, immediatamente a sud del Pantheon ed in asse con esso(fig. 54)Fig. 54 . I lavori ebbero inizio quindi nel 25 a.C. per essere completati nel 19 quando entrò in funzione anche l'acquedotto dell' aqua virgo di cui si dirà oltre. Le terme, tra l'altro, sono note anche attraverso il frammento della pianta severiana, e da disegni di epoca rinascimentale redatti ad esempio dal Peruzzi e dal Palladio. L'impianto ricalca quello di strutture più antiche quali ad esempio le terme di Pompei. Il lato occidentale delle terme era praticamente adiacente al cosiddetto stagnum che era una sorta di lago artificiale ottenuto in seguito alla definitiva bonifica e alla regolarizzazione della palude della zona più depressa del campo Marzio; questo, per quanto possibile, poteva essere fruito anche da chi frequentava l'impianto termale . Dal laghetto si dipartiva un canale attrezzato con banchine in muratura e ponticelli pedonali che, dopo aver attraversato tutto il Campo Marzio, andava a gettarsi nel Tevere presso il ponte Neroniano. Bisogna ricordare inoltre che queste terme erano famose tra i Romani anche perché al suo interno erano distribuite, per abbellire gli ambienti, numerose opere d'arte. Fra tutte spiccava l'Apoxyumenos ,cioè l'atleta che si deterge, copia di una statua di bronzo, capolavoro di Lisippo che Agrippa in persona aveva voluto lì esposta, ed ora custodita ai Musei Vaticani( fig.55) Fig. 55. Pare che l'imperatore Tiberio, assai vanitoso, avesse fatto rimuovere il capolavoro per esporlo nella suo palazzo: ma i Romani, in occasione di ogni uscita ufficiale reclamavano a gran voce la restituzione del maltolto finchè l'imperatore fu costretto a riportare la statua nelle terme. Questo succedeva anche perché alla sua morte, avvenuta nel 12 a.C. ,Agrippa aveva lasciato l'impianto in eredità al popolo romano che per questo motivo teneva le terme in grande considerazione. Si è accennato in precedenza all'acquedotto che alimentava queste terme. Ebbene anche questa opera, che completava il grosso lavoro di urbanizzazione dell'area voluto da Augusto e che aveva cambiato il volto alla zona, è stato realizzato da Agrippa nel 19 a.C. Lungo quasi 20 km l'acquedotto, con una capacità di circa 100.000 mc., sfruttava alcune sorgenti della zona dei Colli Albani ma aveva un percorso che si snodava tutto in galleria, quindi diverso dagli acquedotti precedenti, ed arrivava alle pendici del Pincio. Da qui quasi all'altezza dell'attuale piazza di Spagna, proseguiva su arcate esterne in travertino, oggi non più visibili, per poi tornare in un breve tratto sotterraneo dove terminava alimentando il lago artificiale dello stagnum, e le terme stesse di Agrippa ; quest'ultimo aveva anche il merito di aver adibito alla manutenzione della rete idrica un contingente di propri schiavi quindi da lui stipendiati e aveva riorganizzato ancora a sue spese l'amministrazione delle acque e degli acquedotti la cui sede doveva essere collocata nella zona di Largo Argentina, Porticus Minucia vetus. Alla sua morte in questo caso lasciò tutto in eredità allo Stato. I Romani erano molto orgogliosi dei loro acquedotti tanto che Frontino, che fu sovrintendente alle acque sotto Nerva e Traiano, le considerava più importanti sia delle Piramidi che delle opere d'arte greca, in quanto queste, pur essendo famose non erano altrettanto utili. Nel 1453 venne riattivato l'acquedotto che ancora oggi, integro nel tratto sotterraneo, alimenta la fontana di Trevi. Nel periodo augusteo, poi, si era diffuso in maniera particolare l'interesse per la descrizione del mondo; questo interesse, pare affondasse le radici nella cultura greca di epoca classica ed ellenistica. Nello specifico in questo periodo, alla geografia umana, si unisce l'interesse per la descrizione geografica in funzione politica. In effetti raffigurare le regioni del mondo conosciuto significava anche istituire dei confini e stimare la grandezza dell'impero al centro del quale era l'imperatore. Ed è proprio in quest'ottica che, su esplicita richiesta di Augusto, Agrippa compilò una carta geografica di tutto il mondo allora conosciuto che fu collocata nel Portico Vipsania e che definiva, mediante la rappresentazione grafica, le dimensioni geo-politiche dell'impero. Plinio il Vecchio testimonia, attraverso la sua opera, la varietà delle attività di Agrippa che rispondevano alla volontà di Augusto di lasciare in eredità al popolo romano una città in grado di riflettere la grandezza dell'impero. Nella stesura della Naturalis Historia Plinio usa ripetutamente Agrippa come fonte delle sue informazioni e nei libri dedicati alle arti il nome di Agrippa ricorre spesso in veste di promotore di opere architettoniche, di innovatore e di intenditore: sono molteplici le informazioni sul ministro, consigliere e generale di Augusto, che si staglia come personaggio determinante nella nuova politica augustea volta ad una sistemazione urbanistica ed artistica studiata per durare nel tempo, tanto che viene ricordata spesso l'affermazione di Augusto che si vantava di aver ricevuto una città di mattoni e di averla lasciata in marmo!.

Bibliografia:
E' di recente pubblicazione un lavoro che prende in esame l'immagine pubblica del co-reggente di Augusto e come questi abbia svolto un ruolo di primo piano nella creazione dell'ideologia dinastica giulio-claudia: I.Romeo, Ingenuus Leo. L'immagine di Agrippa, Monografie di XENIA Antiqua 6, Roma 1998.
Inoltre si veda F. S. Johansen, Ritratti marmorei e bronzei di Agrippa, in Analecta Rom. Ist. Dan., VI, 1971, pp.17-48. Nello studio vengono analizzate le attestazioni numismatiche, la statuaria nella tradizione letteraria ed epigrafica oltre che i numerosi ritratti di Agrippa conosciuti fino a quel momento; ovviamente manca l'esemplare vibonese in quanto rinvenuto qualche anno più tardi.
Sull'attività edilizia di Agrippa nel Campo Marzio, F.Coarelli, Roma, Bari 1988.;inoltre sempre dello stesso autore, Guide archeologiche Mondadori, Roma, Milano 1994, pp.258-284.

 

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