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Arte Storia e Cultura

LE ARTI PER LO SPAZIO SACRO NELL’ITALIA MERIDIONALE TRA OTTO E NOVECENTO

                Convegno di studi : Vallelonga 8-9 ottobre 2015

 

 

 

 

 

Fondi manoscritti nelle Biblioteche Calabresi

di Giacinto Pisani 

Nonostante le distruzioni, le dispersioni, gli eventi tellurici, gli attacchi termitici cui  nel corso dei secoli, è andato soggetto il materiale documentario calabrese, è sorprendente  il numero dei fondi librari, a stampa e manoscritti, esistenti ancora oggi in Calabria nelle biblioteche pubbliche religiose e private. Manca, purtroppo, allo stato attuale, un censimento generale che ci consenta di avere dati esatti e aggiornati su fondi manoscritti esistenti nelle biblioteche calabresi. E’ possibile, comunque, rilevare, dall’Annuario delle biblioteche italiane, sia pure vecchio comunque ormai di diversi anni, e dagli atti di due importanti congressi sull’argomento tenutisi negli anni ottanta: il VII congresso storico calabrese, promosso dalla deputazione di storia per la Calabria, dedicato ai beni culturali di Calabria, (1982) e il Convegno ecclesiale regionale su I beni culturali e le chiese di Calabria, promosso dalla Conferenza episcopale calabra (1980), che esistono ancora in Calabria fondi manoscritti di notevole interesse storico e bibliografico, comprendenti codici membranacei, pergamene sciolte, antifonari miniati, autografi editi ed inediti, lettere e carteggi, manoscritti cartacei su argomenti di varia natura. E’ d’obbligo,comunque, su questo punto, fare una considerazione di fondo sulla necessità di documentazione e di informazione delle raccolte manoscritte conservate nelle biblioteche calabresi. E’ noto, purtroppo, che assai di frequente, per carenza di personale professionalmente preparato da assegnare all’ordinamento e alla catalogazione di queste raccolte, giacciono nelle biblioteche fondi manoscritti privi di cataloghi e,quindi, del tutto  inaccessibili alla consultazione degli studiosi. Richiamando qui  alcune delle  considerazioni  espresse in un apposto seminario di studio sul manoscritto, promosso dall’Istituto centrale per il catalogo unico, se la domanda di informazione  di queste raccolte è stata nel passato  una esigenza costantemente sentita dagli studiosi, oggi, con la forte dilatazione della richiesta di consultazione di questi materiale, e d’altra parte con un progresso tecnologico che consente di ridurre tempi e costi  della produzione di informazione, quella domanda è divenuta ancora più pressante, e richiede,quindi, da parte delle biblioteche, risposte  rapide e complete.  In sostanza, la maggiore sensibilità degli studiosi a ricerche su questo tipo di materiale di studio spinge, anche qui da noi in la Calabria, ad un improcrastinabile censimento  dei fondi manoscritti conservati  nelle biblioteche, per poter assicurare loro una più oculata conservazione, e nel tempo stesso provvedere ad una loro  più ampia fruizione.

A titolo di esemplificazione,  facciamo seguire alcuni dati riguardanti l presenza di manoscritti in  biblioteche pubbliche, private e  religiose. Per quanto riguarda queste ultime  è noto che le tradizioni bibliografiche, in  Calabria come del resto  in altre regioni,  trovarono espressione soprattutto nelle biblioteche ecclesiastiche, anche se, purtroppo, le note vicende della soppressione degli ordini religiosi, ed ancora prima, l’incuria degli Abati, i disastri provocati dai terremoti hanno creato vuoti  irreparabili in queste raccolte, una volta ricchissime. Basti leggere le notizie interessantissime che ci dà il Capialbi sulle più importanti biblioteche monastiche esistenti in Calabria, nel suo volume Memorie delle tipografie calabresi, con un’appendice sulle biblioteche calabresi ( Napoli, 1816) per rendersi conto di quali e quanti pregevoli fondi a stampa e manoscritti potrebbe disporre oggi la Calabria, se le raccolte delle biblioteche monastiche  ci fossero pervenute intatte.

A)    BIBLIOTECHE MONASTICHE ED ECCLESIASTICHE

Biblioteca del Convento dei Minimi di Paola:

oltre 250 pergamene contenenti legati,censi, permute, donazioni, bolle papali, privilegi: una copia della platea dei beni posseduti dal Convento 86 volumi manoscritti del secolo XVII-XVIII

Biblioteca  diocesana di Tropea

Vanno segnalati 5  corali  artisticamente miniati.

 

Biblioteca arcivescovile di Crotone

200 volumi cartacei manoscritti

25 pergamene

                                                                                                                     

Biblioteca S. Domenico di Soriano Calabro

Manoscritti cartacei ,, numero non quantificato

Codici  21

Carteggi   100

 

A)    BIBLIOTECHE PUBBLICHE

 

Biblioteca Comunale di Catanzaro

 Fondo vecchio 51  manoscritti.

 /Annotazione tratta da un articolo di Augusto Placanica/ (1)

“Uniti ai mss. del vecchio fondo,poi,sono pochissimi altri mss, alcuni dei quali di eccezionale valore documentario e del più considerevole pregio antiquario”

 

Si apprende ancor dall’articolo di Placanica che, accanto al vecchio fondo, esiste il fondo ms. del bibliotecario Filippo De Nobili, lasciato da lui in eredità alla Biblioteca Comunale che oggi porta il suoi none. Di notevolissimo valore documentario.

(1)Augusto Placanica, I manoscritti della Biblioteca Comunale di Catanzaro,in “Regione Calabrese”,Anno 1 n. 2,Ottobre- Dicembre 1970.

 

Biblioteca Civica di Cosenza

Manoscritti cartacei  500 circa

Carteggi 5

Pergamene 54

Antifonari  pergamenacei miniati  23

Raccolte e archivi privati 8

 

Biblioteca Comunale di Reggio Calabria

 

Manoscritti cartacei : numero non quantificato

Carteggi 4

Manoscritto musicale 1

Pergamene 47

Da segde tranmigratione pitagorica. Da segnalare, in questa Biblioteca, la presenza della Raccolta Corrado Alvaro.

Contenente molti scritti autografi dello scrittore calabrese.

 

Sistema Bibliotecario Vibonese

Conserva numerose pergamene e manoscritti moderni e contemporanei (fondo Pignatari). Da segnalare, in questa Biblioteca, la presenza della Raccolta Lico contenente numerosi manoscritti giovanili di Corrado Alvaro.

 

C)    BIBLIOTECHE PRIVATE

Pregevoli raccolte librarie, comprendenti fondi manoscritti di eccezionale interesse, si trovano in diverse biblioteche private calabresi, anche  se purtroppo si tratta d fondi librari il più delle volte inaccessibili alla consultazione degli studiosi.

 

Biblioteca Capialbi di Vibo Valentia.

E’ questa la più ricca e importante biblioteca privata della Calabria per rarità bibliografiche, per documenti in gran parte inediti, per molte  interessanti pergamene e per codici membranacei tra i più rari e pregevoli conservati in Calabria.

 

Biblioteca Lucifero di Crotone

E’ anche questa una notevole raccolta libraria., comprendente autografi e documenti inediti di notevole interesse per la storia della  Calabria.

 

Biblioteca Greco di Cosenza.

Raccolta manoscritta costituita da 43 pezzi,  tra cui: Codice gioachimita apocrifo, dal titolo:”Beati Joachimiin Cantica”;

Codice anepigrafo contenente copie copie di atti privilegi e doazioni dei secoli XII – XV;

Apografo mutilo contenente “ Rime varie” di Pirro Schettini;

Codice contenente il falso seicentesco “ Manuscriptum autographum philosophi praestentissimi Tomae Cornelii de Metempsycosy seu de transmigratione pitagorica”.

 

Biblioteca Bombini di Cosenza

Raccolta di 13 pezzi manoscritti, tra cui:

Calabrae historia  (1540);

Visita pastorale  (1645)

Delle rivoluzioni successe nella città di Cosenza ( 1647)

La perdita di Gerusalemme  ( poema del 1728).

HIPPONION – VIBO VALENTIA: UNA CITTA’ DELLA MAGNA GRECIA E IL SUO MUSEO ARCHEOLOGICO

L’antica Hipponion, che dal 1932 è stata ribattezzata con la denominazione latina di Vibo Valentia, è una delle città della Magna Grecia situate sul versante tirrenico della Calabria, le quali furono create per iniziativa delle grandi poleis, come SibariCrotone Locri Epizefiri, fondate lungo la costa ionica nelle prime fasi della colonizzazione greca dell’Italia meridionale, nell’VII secolo a.C.

Hipponion sorse un poco dopo, nel VII sec. a.C., quando Locri Epizefiri si assicurò il controllo di buona parte della Calabria meridionale fondando sul Tirreno le sub colonie di Medma (l’attuale Rosarno) e di Hipponion, che mantennero a lungo con Locri legami politici e una forte impronta culturale, evidente nei culti religiosi e in molti prodotti artistici realizzati a Hipponion su influsso locrese.

Hipponion attraversò complesse vicende politiche tra il IV e il II secolo a.C., con una fase di dominio della popolazione italica dei Brettii, che dalle aree interne della Calabria settentrionale si estesero anche assai più a Sud, lasciando a Hipponion importanti testimonianze, come ricchi depositi di monete argentee coniate dalla confederazione dei Brettii. Alle fasi del III sec. a.C. risolgono anche i resti imponenti della cinta muraria in blocchi squadrati di arenaria, il monumento più importante rimasto fino a noi della Hipponion greca e poi brettia.

Sotto la dominazione romana la città (che per breve tempo assunse la denominazione benaugurale di Valentia, anche più a lungo si affermò il nome di Vibo, trasformazione latina dell’antico nome greco) si sviluppò ulteriormente, favorita dalla posizione sulla via consolare Annia-Popilia e dalla vicinanza con il porto (l’attuale Vibo Marina), base navale fondamentale nelle guerre civili che portarono all’impero di Augusto, grazie alla vittoriosa attività di Agrippa collaboratore e poi genero di Ottaviano; Agrippa fu onorato a Vibo con un bellissimo ritratto marmoreo, rinvenuto nel 1972, uno dei pezzi più prestigiosi del locale Museo Archeologico, che dell’età romana ospita anche altre statue in marmo, un mosaico pavimentale con scene di pesca recuperato da una villa romana nei dintorni, mentre altri mosaici pavimentali figurati sono conservati negli edifici di età imperiale messi in luce nel quartiere urbano di S. Aloe, dove è in corso la creazione di un parco archeologico urbano.

Il Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia è intitolato alla memoria di Vito Capialbi, importante studioso ottocentesco e collezionista delle antichità locali, di cui esposta nel museo la ricchissima raccolta numismatica, recentemente acquistata dallo Stato.

Il Museo, base operativa e di ricerca per gli scavi condotti in città dalla Soprintendenza fin dalla fine degli anni ’60, ha sede prestigiosa dal 1995 nel monumentale Castello, che conserva imponenti torri e cortine del Duecento e del Trecento e fu poi sede dei principi Pignatelli; è stato restaurato e rifunzionalizzato con impegnative opere dalla Soprintendenza ai Monumenti di Cosenza; l’allestimento espositivo è opera dell’archeologa Maria Teresa Iannelli, che tutt’ora lo dirige, e dall’architetto Enzo Ammendolia, entrmabi della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Calabria.

Si è già accennato alle principali opere di età romana esposte nel Museo, in cui sono peraltro più ampiamente presentate le testimonianze delle fasi greche di Hipponion. Ampi scavi nelle necropoli greche hanno messo in luce corredi funerari dal VI sec. a.C., con molti vasi importati da Corinto, al III sec. a.C., ma il reperto più significativo, che ha dato eccezionale rinomanza internazionale ad Hipponion e al suo Museo è una sottile laminetta in oro, lunga pochi centimetri, rinvenuta ripiegata più volte e deposta sul petto di una defunta nella prima metà del IV sec. a.C.. L’eccezionalità del reperto, di cui esistono solo una decina di esemplari analoghi in tutto il mondo greco, è data dalla lunga iscrizione incisa in minutissime lettere greche, su sedici fitte righe; il testo contienela formula magico-religiosa, e per questo tracciata su un materiale prezioso e incorruttibile come l’oro, che l’anima della defunta doveva imparare a pronunciare nel suo percorso attraverso il mondo oscuro degli Inferi per superare varie prove e raggiungere un eterna, luminosa serenità nei Campi Elisi riservati ai fedeli iniziati ai rituali attribuiti al mitico cantore Orfeo. Questo tipo di religiosità detta appunto Orfica si diffuse in tutto il mondo greco, e soprattutto in Magna Grecia, a partire dal V sec. a.C., e la lamina aurea di Hipponion ce ne conserva una delle versioni più complete e più antiche. Essa è attualmente esposta a Torino, nella Mostra dedicata al mito di Amore e Psiche, nelle sale di Grande Palazzo Barolo, fino al 16.06.2013. E’ un’occasione unica per l pubblico torinese di vedere, prima del suo ritorno nel grande Museo Nazionale di Vibo Valentia, un reperto assolutamente straordinario, carico di valori spirituali e religiosi particolarissimi e rari.

Altri aspetti del culto delle tradizionali divinità elleniche, come Demetra protettrice della fecondità della natura e della coltivazione del grano, è la figlia Persefone, che rapita da Hades signore dell’Oltretomba ne divenne sposa e regina degli Inferi, sono attestati a Hipponion dai rinvenimenti nei santuari del VI e V sec. a.C. ricchissimi depositi di offerte votive.

Un caso di particolare interesse è quello del deposito votivo in località Scrimbia, il cui scavo ha fornito materiali di notevole bellezza, e molti elementi del tutto peculiari per la ricostruzione del culto. Si trattò di uno dei santuari più importanti e più frequentati dai fedeli nell’Hipponion del VI e V sec. a.C., come indica l’abbondanza delle offerte, comprese moltissime di tenue valore economico (come vasetti miniaturistici) ma non meno significative come documento del legame dei fedeli con le varie divinità che qui erano oggetto di culto.

Le statuette in terracotta, numerosissime, recano immagini di divinità femminili o figure di fanciulle offerenti; i tipi sono per lo più affini a quelli rinvenuti a Locri nel santuario di persefone, ed è possibile che anche in questo santuario ipponiate fosse onorata Persefone, ma le presenze divine erano qui sicuramente molteplici: una tavoletta a rilievo reca l’immagine di una dea in trono che regge una lunga spiga stilizzata, che sembra identificabile con Demetra, mentre un’altra rappresenta sicuramente Artemide,con i tipici attributi dell’arco e del cerbiatto.

La peculiarità di maggior risalto del santuario di Scrimbia è data dall’eccezionale frequenza di offerte di manufatti in Bronzo, materiale di alto pregio che denota offerenti di alte capacità economiche, presumibilmente di rango sociale elevato. Alcuni dei vasi in bronzo furono importati da aree lontane, come i grandi bacili ad orlo perlato, di probabile produzione etrusca, e una brocca decorata prodotta in Laconia. Le offerte di specchi in bronzo e qualche esemplare di orecchini in argento ci riportano ad ambiti di culti femminili, che già sono sembrati dominanti nel santuario.

In rapporto a ciò, appaiono quindi quasi sorprendenti le numerose offerti di armi difensive in bronzo, spesso impreziosite da raffinate decorazioni, evidentemente dedicate da uomini che intendono affermare nel loro rapporto con il divino un rango sociale eminente nella propria comunità. Si tratta di grandi scudi, dai bordi decorati a sbalzo con motivi a treccia multipla, schinieri, elmi di vari tipi, da quello corinzio a quelli detti calcidesi, a quelli con paraguance a testa di ariete, uno dei quali rivestito da lamine in oro e in argento. Altri elmi hanno finissime figure incise, come tritoni, lotte tra animali (un cervo sbranato da due pantere), parti di cavalli rampanti, altri animali. Si tratta evidentemente di armi da parata, che attribuivano a chi le possedeva, e qui le esibiva come offerta nel santuario, un ruolo aristocratico o quasi eroico allusivo ai mitici “guerrieri vestiti di bronzo” protagonisti dei poemi omerici.

Il fatto che siano quindi affiancati nel santuario di Scrimbia offerte e culti di ambito femminile e di ambito maschile, non è privo di riscontri e analogie in altre città magno greche; la situazione più prossima, a Locri Epizeferi madrepatria di Hipponion è data dal santuario locrese di Persefone, in cui accanto a statuette prevalentemente legate a culti femminili vi sono anche offerte di connotazione maschile, con armi, sia pure in quantità assai minore che a Scrimbia. A Locri le iscrizioni di dedica di due elmi indicano che furono offerti proprio a Persefone, che sembra così assumere un ruolo di protettrice armata della polis, che appare insolito per la figlia di Demetra e sposa di Hades. A Hipponion le offerte di armi sono invece rivolte a una divinità maschile, come è attestato da due iscrizioni di dedica incise su uno schiniere e su un elmo, entrambe rivolte a un dio dall’appellativo di “Epimaco”, cioè “Colui che assale in battaglia”. E’ possibile che l’appellativo fosse usato per specificare una delle funzioni di un dio dai molto aspetti, come Hades (per il quale è attestato l’appellativo Epimaco, seppure in un’area lontana come l’Asia Minore e in momenti più recenti): a Scrimbia la coppia Persefone e Hades forse svolgeva dunzioni parallele di tutela per la componente femminile e per quella maschile della società ipponiate, soprattutto a livello dell’aristocrazia dominante tra VI e V sec. a C..

Per concludere, le immagini di una delle offerte ceramiche più significative a Scrimbia, una hydria (un vaso per raccogliere e trasportare acqua, di uso specificatamente femminile) qui decorata con una scena mitica che esalta le virtù militari degli eroi antichi, la partenza di Anfiarao per la guerra dei Sette contro Tebe, tema adatto a un’aristocrazia sensibile ai valori eroici dell’arte della guerra. E un vaso prodotto nelle officine ceramiche calcidesi, localizzate a Reggio nella seconda metà del VI sec. a.C..

SCAVI ARCHEOLOGICI DI PUNTA DI ZAMBRONE (VV): SCOPERTO UN ECCEZIONALE MANUFATTO D’ARTE IMPORTATO DA CRETA NELL’ETA’ DEL BRONZO

Punta di Zambrone. Questo promontorio che si protende sul Tirreno, poco a nord di Tropea, era finora noto soprattutto per la sottostante spiaggia della “Marinella”, una delle più belle e incontaminate della Calabria. Negli ultimi due anni si va imponendo all’attenzione anche per un grande progetto internazionale di scavo, da cui stanno emergendo importanti novità per la più antica storia d’Italia.

In realtà il sito era noto agli addetti ai lavori già dagli anni ’90, quando ricerche di superficie identificarono tracce certe della presenza di un centro abitato dell’età del bronzo – in particolare dei secoli compresi tra il XVII e il XII a.C. – che intratteneva rapporti con il Mediterraneo orientale, testimoniati da frammenti di vasi dipinti micenei. Un piccolo scavo condotto nel 1994 permise di accertare la presenza di un fossato difensivo scavato nella roccia.

Di recente il prof. Marco Pacciarelli dell’Università di Napoli Federico II – che aveva già condotto il primo scavo per conto della Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria – insieme al dott. Reinhard Jung dell’Università di Salisburgo hanno avviato nel sito un nuovo ciclo di intense ricerche archeologiche.

Lo scopo è quello di indagare il ruolo storico che i rapporti con il mondo miceneo e minoico hanno avuto per l’emergere delle civiltà  nella penisola italiana. Ruolo che in particolare in area tirrenica era poco studiato e considerato, soprattutto per la fase cruciale tra XIII e XII secolo a.C., che corrisponde alla crisi e poi al crollo del regno miceneo, e in Italia all’età del Bronzo recente.  Si tratta di una fase che ha visto grandi conflitti e cambiamenti nel Mediterraneo, e durante la quale vi sono indizi anche del trasferimento in Egeo di piccoli gruppi provenienti dall’Italia.

Le richieste di finanziamento presentate alle istituzioni di ricerca italiana – Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca (PRIN: Progetti di Ricerca di Rilevante Interesse nazionale) e Università Federico II – e austriaca (Fondo per la Promozione della Ricerca Scientifica dell’Austria – FWF) sono state entrambe accolte e così dal 2011 il progetto ha preso avvio, inizialmente con una campagna di prospezioni geofisiche. Queste ultime, eseguite dalla ditta Eastern Atlas di Berlino, hanno confermato la presenza di un fossato difensivo della lunghezza di 80 metri, che fortificava l’intero lato accessibile del promontorio. Questa impegnativa opera scavata nella dura roccia granitica era certamente unita a una fortificazione in pietrame, di cui sono emerse anche alcune tracce. L’enorme lavoro compiuto nell’età del bronzo per difendere il promontorio si giustifica solo con un ruolo molto importante quale scalo marittimo.

Grazie anche al supporto della Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria, e in particolare del Soprintendente Simonetta Bonomi e del funzionario Silvana Iannelli, ha potuto prendere avvio un ciclo triennale di scavi archeologici. Le prime due campagne si sono svolte tra fine agosto e inizi ottobre 2011 e 2012.

Sia i risultati del 2011, sia quelli recentissimi, appaiono di grande importanza, e rivelano un quadro storico del tutto nuovo. I rapporti con il mondo miceneo sembravano finora concentrati durante il Bronzo recente soprattutto nel Basso Adriatico e nello Ionio, mentre nel Tirreno si pensava che fossero stati sporadici o addirittura indiretti. In realtà, negli stati di riempimento del fossato di Punta di Zambrone è stata rinvenuta una notevole quantità di frammenti di ceramiche micenee tornite e dipinte, prodotte in Grecia e importate via mare tra XIII e XII secolo a.C.

Nello stesso riempimento è stato rinvenuto un oggetto assolutamente unico ed eccezionale, la più antica rappresentazione della figura umana con caratteri naturalistici finora trovata in Italia.

Si tratta di una statuetta realizzata – secondo l’identificazione degli archeozoologi Forstenpointner e Weissengruber – in avorio di elefante, una materia prima molto pregiata che proveniva dall’Asia o dall’Africa. Benché piccola, è una vera e propria opera d’arte, realizzata secondo i canoni della civiltà minoica dell’età dei cosiddetti Secondi Palazzi (dal XVII al XV secolo a.C.).

La statuina raffigura un uomo in piedi con la gamba destra leggermente avanzata, con la parte superiore del corpo inarcata all’indietro, e con pugni poggiati sui due lati del torace. La testa, le braccia e i piedi sono mancanti. L’uomo è cinto alla vita da una cintura, ed è coperto sul davanti solo da un succinto perizoma.

L’opera, benché piccola, è realizzata con grande maestria, seguendo puntualmente i canoni dell’arte minoica. La vita è molto stretta, mentre il torso si allarga verso le spalle. Le gambe, finemente modellate, presentano cosce robuste e nello stesso tempo allungate.

Tipicamente minoiche sono anche la postura inarcata e le braccia piegate con i pugni sul torace.

Lo stesso tipo di statuette è noto a Creta fin dall’età dei Primi Palazzi (dal XX al XVIII secolo a.C.), ma solo in terracotta, bronzo o pietra. Nell’età dei secondi Palazzi, accanto a statuette in bronzo, compaiono quelle di avorio, di proporzioni minori o simili a quella di Punta di Zambrone, e in quattro casi anche di grandi dimensioni (celebre è soprattutto l’esemplare di Palèkastro).

In generale per le statuette minoiche è evidente un legame con il culto, ma non è sempre facile capire se le persone raffigurate sono divinità oppure adoranti. Il particolare tipo iconografico dell’uomo con perizoma e pugni sul torace è tuttavia in diversi casi chiaramente identificabile come rappresentazione divina. La grande statuetta di Palèkastro per vari motivi è infatti ritenuta una vera e propria immagine di culto. Un personaggio con i medesimi attributi è raffigurato su sigilli in posizioni evocanti l’epifania di un dio.

Prodotti in avorio di questa elevata qualità sono rarissimi anche a Creta e Micene, e al di fuori di queste due aree erano finora del tutto assenti. E’ del tutto evidente quindi che queste statuette non erano prodotti per l’esportazione, ma manufatti di alto valore simbolico e religioso utilizzati soltanto all’interno dei centri del potere dell’Egeo.

La presenza di una statuetta d’avorio minoica in un centro abitato della Calabria aperto ai contatti mediterranei ma chiaramente di cultura locale apre dunque molti interrogativi. Come e quando è arrivato fin lì? Che funzione e significato aveva nel contesto locale?

La risposta a questi ed altri interrogativi potrebbe rappresentare una chiave per scrivere nuove pagine della storia del Mediterraneo.

Il complesso di Santa Chiara

L'ingresso di Santa ChiaraIl complesso di Santa Chiara si colloca nel centro storico della città e, rappresentando l’elemento emergente dopo il castello, assume la qualità di monumento e la funzione di grande attrattiva sia come polo culturale che come sito di memoria storica.

La sua localizzazione all’interno del nucleo urbano detto “Borgonovo” risulta particolarmente strategica infatti, da un lato l’immobile ricade all’interno del centro storico a poca distanza dal castello, dall’altro si presenta come una tappa importante del percorso di memoria storica che il visitatore percorre alla scoperta della città.

E’ un immobile di grande pregio storico-architettonico, la cui origine risale alla fine del XVI secolo e che ha subito nel tempo trasformazioni sia funzionali che sui corpi di fabbrica.

Le fonti bibliografiche (G.Bisogni. Hipponii seu Vibonis Valentiae, vel Montisleonis, Ausoniae Civitatis accurata Historia”, Napoli 1710) forniscono una sommaria descrizione dell’immobile, in origine destinato a monastero di Santa Chiara d’Assisi, che risultava costruito grazie al finanziamento di alcune nobili famiglie monteleonesi, tra cui i Pignatelli che furono signori di Monteleone fino alla soppressione della feudalità nel 1806. Inizialmente il complesso era composto da un edificio su due piani, con cortile quadrangolare, delimitato da un portico e affiancato dal corpo separato della chiesa intitolata a Santa Chiara d’Assisi. Quest’ultima, di pianta rettangolare e con copertura a due falde, dalle informazioni contenute negli “Atti delle Visite Pastorali” di alcuni vescovi di Mileto, risulta avesse cinque altari, una modesta sacrestia e già nel 1630 si presentava in stato di abbandono.

Dalle notizie reperite si può ipotizzare che il complesso sia nato come sistema di due corpi di fabbrica: il monastero, su due livelli e con chiostro quadrangolare, e la chiesa con annessa sacrestia che permetteva un collegamento interno tra i due corpi di fabbrica, e posta ad una quota più bassa per la particolare altimetria del sito. Per molti anni il monastero fu sotto la guida delle Badesse Pignatelli, divenendo molto influente per la frequentazione di nobili fanciulle che accettavano la regola dell’Ordine Francescano e con l’apporto di enormi ricchezze.

L’evento determinante per le sorti del monastero fu il disastroso terremoto del 1783, causa di numerose vittime nel territorio di Monteleone, con danni tali sui corpi di fabbrica da spingere la chiusura del polo. Per affrontare il disastroso evento il 4 giugno 1784 fu istituita con Dispaccio Reale la “Cassa Sacra”, a cui era stata affidata la gestione dei beni mobili ed immobili, comprese le rendite dei monasteri e conventi sospesi o aboliti, e si delibera proprio della Cassa stessa Francesco Pignatelli, principe di Strongoli, eseguì l’alienazione di tutte le terre del Monastero di Santa Chiara. Quando nel 1796 la Cassa fu abolita, l’incarico di reintegrare dei propri beni le case religiose in precedenza soppresse fu affidato al marchese di Fuscaldo, e fu nominato Visitatore Ufficiale il marchese D. Tommaso Spinelli. Quest’ultimo, dopo un sopralluogo, valutò eccessivamente costosi e lunghi gli interventi per il restauro del monastero di Santa Chiara, che venne così abbandonato definitivamente e sistemata solo la chiesa e riaperta al culto.

Sancita l’abolizione della feudalità nell’anno 1806 da Giuseppe Bonaparte, divenuto Re di Napoli, Monteleone fu liberata dall’oppressione dei Pignatelli e nel 1808, quando Gioacchino Napoleone Murat assunse il trono del Regno delle due Sicilie al posto del cognato, ordinò la soppressione degli ordini religiosi, conventi e monasteri possidenti (Legge del 7 agosto 1809) con l’espropriazione dei beni demaniali ed ecclesiastici, il monastero di Santa Chiara fu in parte recuperato, divenendo rifugio dei Minimi di San Francesco di Paola, ordine soppresso che aveva perso numerosi monasteri a seguito del terremoto del 1783.

Nel febbraio 1818, in seguito al “Concordato tra la Santa Sede e la Real Corte di Napoli”, vennero riabilitati i principali ordini religiosi, riaperti molti monasteri e venne stabilito il ripristino del convento agostiniano di Santa Maria della Croce di Francavilla Angitola, la cui comunità fu trasferita presso l’antico monastero di Santa Chiara. Nonostante gli agostiniani, visto che risultavano abitabili solo cinque celle nella parte di fabbricato adiacente alla chiesa e che del corpo di fabbrica rimanevano solo resti del chiostro e dei piccoli locali disposti intorno al portico, presentarono al sovrano un ricorso per lamentare l’insufficienza dei locali del monastero per la loro comunità, vennero comunque trasferiti li riducendo il numero dei membri. Furono proprio loro a ristrutturare il volume di due piani e a sistemare parte del chiostro, e il polo rimase affidato a loro fino a quando l’amministrazione comunale decise di fondare proprio lì un “Asilo di Mendicità”, chiedendo con la Legge 7 luglio 1866 al Parlamento Italiano la concessione gratuita del bene soppresso, da destinare a pubblica utilità. Con atto notarile datato 26 aprile 1869 l’immobile fu ceduto all’amministrazione comunale e, secondo quanto specificato dal notaio Giuseppe Costantini, il monastero era composto da “..una Chiesa, nove stanze a pianterreno, venticinque stanze a primo piano e due terrazzi ad uso giardini, …”, a dimostrazione del profuso impegno della comunità agostiniana nel recuperare l’intero immobile e nel costruire anche nuove celle sui locali prospicienti il portico.

Da una delibera comunale datata 29 luglio 1869 emergeva comunque che le condizioni del monastero erano pessime, in quanto necessitava di interventi sulla copertura, e l’amministrazione riuscì a stanziare una somma solo per eseguire i lavori più urgenti e solo l’1 febbraio 1876 nel locali provvisoriamente sistemati veniva inaugurato “l’Asilo di Mendicità”, gestito da una Congregazione di Carità dopo che gli agostiniani si erano rifiutati di occuparsi della nuova istituzione. Ma la precarietà dei locali portò allo sgombero degli stessi con ordinanza datata 31 dicembre 1879, e rimasero solo due agostiniani fino al 15 gennaio 1880, data della sua chiusura definitiva. La chiusura del monastero comportò anche quella della chiesa che fu concessa, su richiesta delle Autorità militari, per lo stanziamento di alcune reclute assegnate al Presidio di Monteleone, e nonostante le lamentele dei cittadini del borgo e la volontà del conte Antonio Capialbi di occuparsi personalmente al mantenimento della Chiesa, il Re Umberto I promulgò il decreto di chiusura in data 29 gennaio 1880.

Il monastero divenne “Infermeria presidiaria” e nel 1885, su disposizione del Genio militare di Catanzaro, vennero eseguiti i lavori di ristrutturazione per la sistemazione delle sale di degenza e degli ambienti destinati ad alloggi del personale. Da un certificato catastale datato 4 dicembre 1893 l’immobile risultava composto da ventotto vani, di cui nove al piano terra e diciannove al piano primo, e l’anno successivo furono iniziati i consistenti lavori di modifica della fabbrica storica, su richiesta del Colonnello comandante del 59° Reggimento Fanteria, che fece pressioni affinché si liberasse la chiesa e si costruisse ex novo una caserma per la propria compagnia. Fu allora che all’interno della chiesa furono ricavati due piani sovrapposti, uno su soppalco realizzato con travi di ferro e voltine in muratura, senza modificare l’aspetto architettonico esterno pur costruendo dei piccoli ambienti a ridosso della chiesa e un piccolo atrio in corrispondenza dell’attuale ingresso. I locali del monastero furono poi adattati alle esigenze dell’Infermeria presidiaria, diventando un centro sanitario militare di riferimento fino al 1925, quando l’amministrazione comunale decise di cedere i locali alla Scuola di disegno industriale ed avviò i lavori di ristrutturazione. La scuola venne intitolata all’architetto Giovan Battista Vinci e trasformata in Scuola Tecnica Industriale e per l’Artigianato, e successivamente con l’abbandono dei locali da parte dell’istituto l’antico monastero rimase sostanzialmente abbandonato.

Dagli studi delle fonti appare chiara la trasformazione nel tempo dall’immobile che ha subito un aumento di volumi su una planimetria originaria.

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